Leonilde Bartarelli.
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Il fiore degli abissi.
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2009. Edizioni Il Vento Antico.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nessuno sa dove si trova il miglior corallo al mondo. Nessuno. Tranne i pirati.
Una storia senza tempo e senza spazio che ci trasporta lontano, tra pirati, contrabbandieri, servi e donne bellissime. Storie di poteri forti, imperi e traditori.
Il romanzo  ambientato nel sedicesimo secolo. Il Rosso, un ragazzo chiamato cos per il colore dei suoi capelli, viene strappato dai pirati dalla sua terra devastata. Senza pi patria n famiglia viene costretto ai remi e torturato, sottomesso, fino alla liberazione. Le grazie di Mivida, una donna di Larusina, isola diventata la sua nuova patria, lo conducono alla vita di pescatore di corallo il fiore degli abissi, in una nuova esistenza placida, innamorata e tranquilla, anche se parteciper al sequestro della figlia del Sultano nella citt di Mustarrajla, la citt dei pirati e dei nemici della croce, la citt dei credenti in Allah.
Qualche tempo dopo incontra il Grifo e con lui si lega in una societ che affronter tante avventure tra battaglie, inseguimenti in mare, agguati e omicidi cruenti e la ricerca del meraviglioso corallo, "il fiore degli abissi" di cui ci sono piante intere in un luogo meraviglioso.
Un racconto affascinante: sullo sfondo il mare e la seduzione che una storia di pirati e tesori ha sempre nel nostro immaginario.
Romanzo vincitore del premio speciale "Miglior caratterizzazione di genere" Amarganta 2017.
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L'AUTRICE.
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Leonilde Bartarelli  nata a Genova e vive a Colle Val d'Elsa (SI). Da bambina voleva fare la scrittrice e l'archeologa. Si  laureata in Paletnologia e per un po' ha fatto l'archeologa.
Poi si  data all'arte tessile con mostre e atelier. Ora si occupa di counseling, cucito emozionale e giochi di scrittura.
A 9 anni, in un tema dal titolo: "Cosa voglio fare da grande" ha scritto che voleva diventare una scrittrice "ma non una di quelle che scrivono smancerie" ha sentito il bisogno di specificare. A 10 ha iniziato (e lasciato li) il primo romanzo storico: "Fra Francia e Spagna" ambientato in un medioevo non precisato, a 13 il romanzo a chiave "Verso la libert" (marinaro e ambientato nel 1700). A 16, dopo una stroncatura, ha deciso che non avrebbe pi scritto nulla di narrativo e per i successivi 15 si  dedicata alla Paletnologia con pubblicazioni (poche) accademiche.
A 35 ha scoperto il patchwork e l'arte tessile e ha scritto di ci.
Intanto era arrivata la rete e cos si  sbizzarrita su blog personali e portali del fai da te gestendo rubriche varie di cucito.
E di questo periodo il manuale di patchwork (autoprodotto) "Folded Quilts". A 40 ha ricominciato a scrivere, a frequentare un sito di scrittura, LeggendoScrivendo, e a produrre racconti e romanzi.
Nel 2009  uscito "Il Fiore degli Abissi", nel 2016 "Nigravulpe". Nel futuro non sa bene ancora cosa sperimenter. Al momento gestisce il blog di miscellanea OMNIBUS (www.leonildebartarelli.wordpress.com)
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IL FIORE DEGLI ABISSI.
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Dedica: a Jean Marteilhe, protestante, condannato sulle galee francesi dal 1702 al 1713 e all'Isola di Tabarka alla cui storia mi sono molto liberamente ispirata.
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CAPITOLO 1.
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Il maestrale gonfiava la vela nera spingendo la feluca al gran lasco, in una corsa sfrenata nel buio della notte. Le luci sfuocate della costa tremolavano incerte, sparse nella massa scura che si allontanava sempre pi, finch sparirono quando doppiammo il promontorio.
E una pensai per l'ennesima volta mentre gridavo a Tredita di stringere i fiocchi.
Non c'era luna e le nuvole coprivano le stelle. Soltanto la pratica e l'abilit ci facevano trovare al primo colpo cime e agganci, ma non era questo che mi preoccupava. Buio e vento da nord ovest in quel momento rappresentavano la nostra salvezza: tenebre per non essere visti e velocit per portare a termine la missione in fretta. Era la notte ideale per sfidare la fortuna, la notte ideale per rischiare la pelle.
Sentivo i gentiluomini borbottare a prua. Ci avrebbero pagato bene, se restavamo vivi. Almeno questa era la promessa. Se restavamo vivi.
Strinsi le mani sulla barra del timone; il Fiore degli Abissi era l'unica barca adatta a tentare l'impresa: veloce, fidata, leggera. E noi l'unico equipaggio abbastanza audace. Anche se nessuno sapeva sul serio quanto lo fossimo in realt.
Nonostante tutto avvertivo l'euforia per l'avventura e la smania di dimostrare quanto valevo, sebbene questo potesse per tanti motivi ritorcermisi contro. Credevano forse quei tre manichini arroganti che fossi un vile e un codardo di fronte ai barbareschi?
Virai verso la terraferma che indovinavo all'orizzonte, correggendo la rotta.
Il giorno prima due alabardieri si erano presentati al molo per scortarmi al cospetto del Governatore, senza dare alcuna spiegazione.
I miei traffici, per quanto prudenti, non erano dei pi leciti e la mia inquietudine a quella convocazione del tutto giustificata, riconoscevo fra me e me mentre salivo al loro fianco la scalinata, oltre i leoni di marmo accovacciati all'ingresso del Palazzo del Governo.
Percorremmo corridoi e cortili colonnati. I nostri passi rimbombavano cadenzati e io tenevo a freno il nervosismo, camminando con spavalderia e cercando conforto nella mia altezza: come quasi tutti gli abitanti dell'isola, i soldati mi arrivavano poco oltre le spalle e questo li metteva in imbarazzo. Ma in realt ero io a sentirmi come un sarago nel bugliolo del pescatore.
Ci fermammo davanti a una porta rivestita da una tenda blu da cui lo stemma della citt, un dragone rampante d'oro, sembrava balzarci addosso.
I soldati scambiarono qualche parola con l'armigero che sorvegliava l'ingresso, quindi questi apr uno dei battenti. Era cos grande che non dovetti neanche chinare la testa per entrare come mi succedeva di solito.
Trattenni il fiato.
La sala era enorme. E gelida. Marmi bianchi la rivestivano riflettendo i raggi del sole filtrati dalle grandi vetrate e riempiendola di una luce glaciale. Alle pareti pendevano arazzi di seta su cui disegni lineari e scritte verdi, rosse e blu risaltavano nello sfondo chiaro. A terra un tappeto spezzava il bianco con l'indaco e l'oro di un altro dragone gigantesco, accentuando il senso di gelo. Un tavolo ricolmo di carte arrotolate, attorniato da scanni, troneggiava davanti a me.
Deglutii. Mi sentivo fuori posto e il timore acceler i battiti del cuore.
Come avranno fatto a capire tutto? Mi chiesi. Come posso uscirne incolume? Eppure.
Fermai il lampo di terrore che mi attraversava gli occhi e misi a fuoco le persone presenti nella sala.
Al tavolo era seduto il Governatore.
Lo avevo ammirato prima d'allora da lontano durante le cerimonie aperte a tutto il popolo, con il voluminoso cappello rigonfio e gli abiti dalle ampie maniche traboccanti di ricami e gioielli. Ora vidi un uomo pelato, grasso e ben poco solenne in una semplice tunica nera che non alz neanche il capo dalla pergamena che stava esaminando. Uno zelante giovanotto ingobbito accanto a lui gli parlava sottovoce con una cantilena indistinta alternando inchini servili ad assensi col capo.
La voce irata del Governatore lo interruppe: Queste decisioni andrebbero discusse con il Consiglio delle Logge, non arrivare cos tra capo e collo. Tutto ci  contrario al nostro modo di procedere.
Vari funzionari vestiti anch'essi di nero si affaccendavano qua e l, portando fogli e pergamene, indifferenti alla mia presenza.
Per l'imbarazzo ballonzolavo ora su un piede ora sull'altro e appena me ne resi conto mi irrigidii. Forse non era per il corallo, cercai di rassicurarmi, altrimenti sarei stato portato davanti ai funzionari della Dogana, non dal Governatore della citt.
Accanto al tavolo tre gentiluomini dell'Impero, la cotta di ferro che copriva le spalle, il mantello poggiato su un braccio e l'elmo piumato in mano, mi squadravano con alterigia studiando il mio aspetto. Sotto il loro sguardo i miei vestiti da pescatore divennero ancor pi inadeguati e miseri.
Uno di loro, un passo innanzi ai compagni, sfoggiava una pomposa corazza sbalzata. I capelli neri divisi al centro scendevano unti e lucidi fino a lambire le spalle e due spessi baffi sormontavano la bocca dal profilo sottile, piegata in una smorfia superiore. Il mento squadrato era
rivolto verso l'alto; acuti occhi neri mi fissavano stretti nella fessura delle palpebre.
Finalmente fece cenno di avvicinarmi e chiese con un accento diverso da quello degli abitanti dell'Isola: Sei tu Andrea Raggio, detto il Rosso, lo schiavo liberato?
Cercavano proprio me, quindi. Non era un errore. Tentai un inchino ostentando una sicurezza che in quel momento non avevo: S, mio signore, sono io.
Ci hanno riferito che sei il marinaio pi abile qui in citt e che, con la tua barca, sei riuscito pi volte a sfuggire ai barbareschi.
S, mio signore. Con la mia feluca. Il moto di orgoglio mi ringalluzz, ma lui interruppe la frase con un gesto impaziente.
e ci dicono anche che sai veleggiare di notte rendendoti invisibile nelle ombre.
Attenzione. Mi dissi, ecco la rotta pericolosa e il gorgo dove non dovevo cadere.
Occorre saperlo fare, mio signore, se si vogliono raggiungere le fonde pi pescose.
Parli l'arabo?
L'ho dovuto imparare per sopravvivere sulle galee.
Non parve notare l'esitazione che avevo avuto nel
rispondere e si rivolse al Governatore: Eccellenza, questo potrebbe davvero essere l'uomo di cui necessitiamo. Abbiamo il vostro beneplacito?
L'uomo, appoggiato all'indietro sul seggio, seguiva l'interrogatorio con espressione contrariata: Vi rendete conto di quello che significher, Capitano Sigarro? I delicati equilibri diplomatici che abbiamo ottenuto.
 tutto pianificato nei minimi particolari. L'unico tassello mancante lo abbiamo qui, davanti a noi. E del resto il tono assunse una sfumatura malevola sapete quanto me che il vostro consenso  una pura e mera formalit.
Cos sia, non posso fare altrimenti. Ma non voglio conoscere altri particolari.  tutto completamente sotto la vostra responsabilit.
Firm con gesto stizzito una carta; si mosse con insofferenza e, omaggiato dai tre gentiluomini con un elegante inchino ironico, si allontan con tutto il seguito senza degnare di uno sguardo il mio impacciato saluto.
Ancor prima che la porta si richiudesse, il Capitano indic un grande arazzo appeso alla parete: Sai cos' questa, pescatore?
Rimasi incerto, guardando le linee, i disegni e le scritte incomprensibili. Vedendo il mio imbarazzo, il tono dell'ufficiale divenne sarcastico:  la pianta dell'Isola di Larusina, dove ora ci troviamo. Questo almeno lo sai o ignori persino dove vivi?
Gli altri due risero.
Non avevo, a quel tempo, dimestichezza con le carte nautiche e impiegai un paio di minuti prima di riconoscere, nella parte bassa di una figura allungata tracciata in inchiostro rosso, il disegno stilizzato della citt che dava il nome all'Isola e il porto fortificato all'interno della baia. Compresi allora che sulla seta era stato riprodotto il profilo dell'Isola vista dall'alto e tutto mi divenne pi chiaro.
Davanti a me era Larusina, ultimo avamposto dell'Impero, terra di confine, cos vicina al continente abitato dai barbareschi da poterlo vedere a occhio nudo oltre il canale di Saiquaton che da esso la divideva a oriente. La sua forma affusolata e stretta si protendeva da mezzogiorno a mezzanotte, incoronata dal cono del Monte Vurgona all'estremit settentrionale.
A oriente erano riportati gli scogli insidiosi, le correnti sotterranee e le galee barbaresche mentre a occidente i fondali profondi che regalavano coralli ai pescatori.
A quel pensiero cercai d'istinto la Baia del Lamento, la nostra baia segreta sulla terraferma a settentrione, e subito distolsi lo sguardo in fretta, preoccupato che qualcuno si insospettisse.
La potente Mustarrajla, la Guerriera, covo dei pirati, era disegnata pi gi, quasi in fondo all'arazzo. Una doppia cinta di moli abbracciava la baia: la pi esterna terminava con due fari e la pi interna con due bastioni inespugnabili. Tutto era riprodotto sulla seta, anche gli innumerevoli moli, le case, le moschee e il Palazzo del Sultano. Ebbi un brivido: quel posto evocava paure e terrore. Anche se i barbareschi avevano acconsentito a non attaccare Larusina in cambio di un tributo, non garantivano la salvezza di quei pescatori o legni sorpresi fuori della protezione delle mura e dei cannoni. Nominarla o pensare a essa, fra la gente del porto, era considerato malasorte. Feci un gesto di scongiuro di nascosto.
Ma allora, se non erano stati scoperti i miei traffici, cosa volevano da me quei tre? Mostrarmi una carta e insegnarmi a leggerla?
Dunque, ragazzo. Anche se ero un semplice pescatore, fui urtato da quel "ragazzo" in bocca a un uomo che aveva pi o meno la mia stessa et. Come mi auguro tu sappia, il porto e la citt di Mustarrajla sono ben protetti. Quello che dovrai fare, anzi, che dovremo fare noi quattro E con un gesto salottiero incluse i suoi compagni,  penetrare li dentro.
Parlava come se proponesse una gita fuori porta e io pensai di non aver compreso bene: Perdonate, mio signore, ma cosa significa tutto questo?
Non hai detto di possedere la feluca pi veloce della costa e di essere il marinaio pi abile di tutta Larusina? O era soltanto una vanteria senza consistenza?
Sgranai gli occhi: c'erano soldati, cannoni e soprattutto galee sempre alla ricerca di schiavi da mettere ai remi, in quel maledetto porto. Penetrare l dentro? E come? E perch? Scossi la testa. Avevo capito male. Senz'altro. Oppure era uno scherzo per prendermi in giro, per farmi apparire un ridicolo sempliciotto, per divertirsi con la mia paura, per prendermi di sorpresa e farmi parlare del corallo.
Una cosa  sfuggire alle galee dei pirati, un'altra gettarsi nelle loro braccia spontaneamente, mio signore. Provai a prendere tempo.
Cos hai paura, pescatore. Peccato. Perch non hai scelta, se non vuoi essere punito. Ci porterai laggi, ragazzo, domani notte con la luna nuova. Ci porterai laggi e insieme tenteremo un'impresa che nessun altro ha mai tentato.  finita la potenza dei barbareschi, siamo giunti alla fine. Presto ci sar l'Impero a dominare su tutto il Mare. E noi saremo coloro che lo avranno permesso.
Non era uno scherzo.
Eccoci l, di notte, al buio, alla ricerca del vento giusto, sfuggendo secche e scogli.
Perch no? Mi chiedevo. Perch no, dopotutto?
Occorreva solo sfoggiare un'incredibile faccia tosta, renderci invisibili, mescolarci ai barbareschi. Del resto le loro barche non erano cos diverse dalle nostre. Audacia e incoscienza e via. scivolare con la destrezza di un delfino all'interno del porto, fidando nella distrazione dei guardiani. L'eccessiva fiducia nella propria invulnerabilit sarebbe stato il punto debole della grande Mustarrajla.
Quello che avremmo fatto poi, una volta penetrati in citt, lo ignoravo. Il Capitano aveva risposto sprezzante alle mie domande dicendo che non era affar mio. Io dovevo solo condurli dentro il porto e poi riportarli fuori vivi.
Rimuginando sulle possibilit di riuscita dell'impresa cercavo di neutralizzare il terrore di ritrovarmi di nuovo in una citt pirata. Strinsi il pugnale, deciso a uccidermi piuttosto che tornare ai remi. Un paio di volte incrociammo navi immobili e scivolammo al largo senza farci vedere. Feluche di pescatori o contrabbandieri comparivano talora all'orizzonte, ma tutti avevano qualcosa da nascondere e nessuno si avvicin per parlare.
I gentiluomini si erano intestarditi a voler indossare la corazza. Riuscii almeno a convincerli ad avvolgerla con il
mantello: se le nuvole si fossero aperte all'improvviso la luce delle stelle riflessa sul metallo ci avrebbe potuto tradire.
Tirai un profondo respiro e feci un paio di segni scaramantici quando infine ci ritrovammo, ormai sul finire della notte, a rasentare il molo fortificato del primo cerchio delle difese di Mustarrajla, puntando dritti verso il Faro Settentrionale che occhieggiava da lontano.
Il Capitano, col tono di chi sa perfettamente il fatto suo, appena raggiungemmo la costruzione accese un fanale e scherm la luce a intervalli regolari, secondo un codice ben preciso. Il tempo che ci volle per avere la risposta mi sembr eterno.
Scivolammo all'interno. Fra le due cinte erano ancorate molte imbarcazioni di grandi dimensioni sia onerarie che da guerra. Pinchi, leudi, grandi caracche si alternavano a sciabecchi e fuste, mentre le galee beccheggiavano calme, i lunghi remi a riposo. C'era un inaspettato senso di pace, nel golfo dormiente.
Proseguimmo. Di nuovo il Capitano esegu il segnale e la risposta arriv dai due bastioni che si fronteggiavano imponenti sopra di noi. Veloci e anonimi, sospinti dal vento che soffiava anche nella baia, sgusciammo nella strettoia ed entrammo nel porto vero e proprio.
Eravamo dentro. Tutto era filato liscio, tutto era stato fin troppo semplice. Qualche rara barca di pescatori si muoveva veloce accanto a noi, rendendoci ancora pi credibili agli occhi di un eventuale osservatore.
Mustarrajla, la potente, l'invincibile, la spietata, era ora davanti a noi, stretta fra il mare e le montagne. Il profilo delle cupole sagomate delle moschee e degli affusolati pinnacoli dei minareti si indovinava qua e l, mentre al centro, sopraelevata, la grandiosa struttura del Palazzo del Sultano riempiva la vista. Luci si accendevano e si spegnevano, barlumi di vita e di quotidianit.
Quel posto rappresentava il peggiore degli incubi, la sintesi di tutte le paure, eppure, mentre lo guardavo
avvicinarsi, addormentato e quieto, mi stupivo del suo aspetto cos familiare e inaspettatamente conosciuto, cos simile a tanti altri porti sparsi lungo le coste da stringermi il cuore in un moto di simpatia. Riconobbi in esso un destino simile, un'affinit di spirito al di l delle divisioni politiche e religiose che mi stup e quasi mi spavent.
Ma non c'era tempo per i sentimentalismi.
La diana, l'ultimo turno di guardia, era appena iniziata: l'ora ideale per gli attacchi e le sortite, quando il sonno  profondo e pesante, ed  pi facile che le sentinelle sonnecchino rilassate attendendo l'alba ormai prossima.
Ci intrufolammo fra la massa di fuste e feluche, in file ordinate presso gli innumerevoli moli.
Ecco, attracca l, esattamente fra quello sciabecco e la caravella.
Il Capitano mi indic uno spazio sufficiente per noi con ormeggi liberi.
Mentre eseguivamo le manovre necessarie, guardavo con ansia in giro, aspettandomi di vedere la pattuglia incaricata di controllare gli attracchi. Sembrava, per, che almeno quel tratto di molo fosse deserto.
D'un tratto una figura scura si mosse dall'ombra della banchina e si avvicin silenziosa.
Il Capitano ferm la mia mano che aveva gi estratto il coltello. Tranquillo ragazzo,  tutto a posto. Aspettate qui e fingete di dormire. Restate all'erta. Se qualcuno dovesse rivolgervi la parola tu, Rosso, rispondigli in arabo in maniera credibile. Non dovrebbe succedere nulla, cos mi  stato garantito. Tenete pronti i remi per allontanarci in fretta appena torneremo. E senza dar nell'occhio controllate gli archibugi.
Prima di partire avevano fissato una rastrelliera nel piccolo castello di prua con cinque moschetti, le fiaschette della polvere e altre pistole ad avancarica.
I tre sbarcarono e si unirono al misterioso personaggio confondendosi nelle tenebre indistinte del molo.
Non posso negare di aver provato paura, e tanta, anche se nei miei racconti non l'ho mai ammesso.
Mi sdraiai sul ponte in una posizione tale da poter controllare i moli e la baia. Non c'era bisogno di parlare. I due uomini che erano con me, Tredita e Valanga, non erano soltanto il mio equipaggio bens compagni e amici: sapevo benissimo cosa provavano. Aspettammo per un tempo che ci parve infinito, nel silenzio tranquillo della notte, rotto soltanto dalla risacca leggera, dal vento che filtrava fra l'alberatura e dai suoni notturni della citt. Ogni tanto una ronda passava in lontananza, reggendo una lucerna il cui riverbero dondolava pericolosamente vicino a noi, ma nessuno sembr far caso alla feluca dalle vele nere ammainate, semplice imbarcazione fra tante altre.
Il cielo cominci a schiarirsi a oriente oltre le montagne. Mentre il porto era ancora immerso nel buio, le cupole della citt rivelavano i colori delle maioliche di cui erano rivestite risaltando sul bianco delle abitazioni tutto intorno. Presto l'oro che ricopriva il Palazzo del Sultano avrebbe scintillato nella sua magnificenza.
Un canto lento e modulato si lev da un minareto, seguito da un secondo, da un terzo. Presto l'aria ne fu piena. Erano anni che non lo sentivo, da quando ero stato liberato, ma stranamente in quella atmosfera calma non rievoc antichi dolori, mi riemp soltanto di struggimento e di nostalgia per un qualcosa che non riconoscevo.
Qualche pescatore si mosse sui moli e sulle imbarcazioni intorno a noi.
Sentivo il nervosismo degli altri e per tenere a bada il mio mi concentrai su una figura che avanzava ondeggiando sulla banchina. Un grasso gatto, la coda ritta, il capo impettito ci consider con sussiego passandoci davanti. Si strusci contro un grosso rotolo di cordame vicino al nostro attracco, quindi balz al di sopra e dopo essersi arrotolato pi volte su se stesso per trovare la posizione giusta si acciambell tranquillo.
Lo stavo fissando quando udii il primo sparo. Ne segu un altro. Poi un grido. Fragore di spade.
C'era lotta in cima alla banchina, l dove cominciavano le case. I lampi delle lame si indovinavano nella semioscurit di un vicolo.
Balzammo in piedi. Valanga sciolse subito gli ormeggi trattenendo la feluca con un solo cavo. Da lontano le sagome dai mantelli svolazzanti dei tre gentiluomini si districarono e corsero verso di noi seguiti da volute di fumo. Buttato di malagrazia oltre la murata un sacco informe, si lanciarono sul ponte facendoci ondeggiare. Alcuni marinai della caravella vicina gridarono, ma il loro allarme si perse nella confusione che si propagava dalle case avvolte gi in fiamme violente.
Il Capitano sghignazzava: Forza, via, indietro tutta. E poi a dritta. Portati sotto quella galea laggi. Animo, animo.
Fra le mani di uno dei tre era apparso una specie di braciere. La prima a prendere fuoco fu la barca vicina, poi via via tutto quello che sfioravamo ardeva scatenando grida. Alla fine il bugliolo vol al di sopra della galea.
Il vento alimentava le fiamme e gonfiava i nostri fiocchi, permettendomi di sgusciare fra le imbarcazioni disorientate.
Su indicazione del Capitano urlavo in barbaresco: All'armi, seguaci del vero Profeta, all'armi. Gli infedeli sono in citt. Assalite quella galea, abbordate quella caravella.
Zigzagavamo creando scompiglio dirigendoci verso i bastioni. Sapevo che il gioco non avrebbe retto a lungo: le armature dei miei passeggeri erano troppo riconoscibili. Proprio sotto il bastione meridionale una feluca vedendoci arrivare in velocit ci punt contro.
La prua e il turbante verde del barbaresco che urlava in rotta di collisione si fusero in un tutt'uno, mentre viravo di bordo con una manovra disperata. Lo scafo ci sfior, sorpassandoci a poppa; lo scoppio, la fumata nera della
polvere e il grido di dolore che segu mi indicarono che le armi erano entrate in azione.
Planammo tra i bastioni. Nell'avamporto la situazione era ancora tranquilla e noi lo attraversammo in volata sparando archibugiate verso gli equipaggi sorpresi e sbraitando: Gli infedeli. Gli infedeli ci attaccano.
Via ora e alla svelta. ordin infine il Capitano, scaricando l'ultimo colpo verso un marinaio che precipit in acqua senza neanche rendersi conto di quanto era successo Portaci fuori di qui. Punta verso meridione, sempre verso meridione.
Un altro soldato, a cavalcioni del bompresso, agitava l'archibugio ormai scarico urlando in modo indistinto e folle.
A dire il vero tutti ci sentivamo un po' folli, nel doppiare il Faro. L'entusiasmo per la riuscita dell'impresa mi rendeva euforico e catturai il maestrale con la vela affidandomi alla sua potenza senza ragionare sulla direzione.
Ne presi coscienza dopo un attimo: perch mai verso il meridione? Ci saremmo allontanati ancor di pi da Larusina e dall'unico porto sicuro della zona.
Cercai con gli occhi il Capitano: sedeva a prua con gli altri gentiluomini, il sacco ai piedi, fissando le fortificazioni che si allontanavano nella luce dell'alba. Scherzava soddisfatto e pareva perfettamente a suo agio.
Prima che potessi chiedergli qualcosa grid: Siamo sicuri che ci abbiano visto e che ci stiano seguendo? Rallenta un poco, pescatore.
Il resto del discorso fu risucchiato dal mare.
Rimasi interdetto. Mi trattenni dal rispondere in malo modo, mentre a capo chino sul timone girandomi di lato vedevo comparire le prime feluche dietro il Faro Meridionale.
Era pazzo? Che senso aveva tutto ci? Perch dovevamo aspettarli? Forse non si rendeva conto che a bordo
avevamo solo cinque archibugi e altrettante pistole? Ordinai con voce rotta a Tredita di allentare i fiocchi.
Dopo le prime, altre navi comparvero e questa volta erano grandi galee e faste. Sospinte dalle braccia degli schiavi avanzavano veloci, accorciando in fretta le distanze. Il vento ci portava a ondate le urla di minaccia rabbiosa che ci lanciavano contro e i richiami dei gabbieri.
Fa' che il vento regga, fa' che il vento regga, pregavo in cuor mio, mentre il Capitano urlava in preda all'entusiasmo
Eccoli, eccoli. Andiamo, forza.
Poco manc che uno dei suoi uomini scaricasse in aria per la gioia la pistola che teneva in mano.
Erano tutti pazzi, non c'erano dubbi. Intercettai lo sguardo di Valanga, teso, tirato e cupo. Orientammo le vele e ripartimmo. Pi ci allontanavamo, pi navi apparivano, sempre pi grandi, sempre pi veloci.
Ma il vento reggeva ed era a nostro favore. Sapevo come calibrarlo al meglio, sfruttando la velocit e le manovre non concesse alle navi di maggior stazza. Questo mi dava un filo di speranza, nonostante gli ordini apparentemente assurdi che ricevevo.
Il Capitano, infatti, era stato esplicito: dovevo mantenere sempre la stessa distanza fra noi e i barbareschi, senza mai farci perdere di vista n d'altronde raggiungere.
Cos ogni volta che l'occasione buona per distanziarli si profilava, dovevo frenare il mio entusiasmo, ordinare di allentare la randa, frenare l'andatura.
Proseguimmo in questo modo per qualche ora, alternando speranze e timori finch il vento cal all'improvviso.
Il panico ci tolse il respiro, mentre le vele si sgonfiavano e la feluca rallentava traditrice.
Forza, ragazzo, portaci fino a quel promontorio, fino a un punto tale che non possano pi tornare indietro. Ancora uno sforzo.
Ingoiai una bestemmia e una preghiera mischiate insieme. Sentivo gi le fruste degli aguzzini di nuovo sulla pelle e non potendo sfogarmi in altro modo imprecai contro i miei compagni che si erano gettati sui remi per smuovere la nostra pigra e indolente imbarcazione cercando di incitarli.
Spiavo l'aria alla ricerca di refoli nascosti, bordeggiavo, viravo, tentavo ogni manovra possibile. Era inutile: la distanza si accorciava in fretta.
Il promontorio chiudeva la vista. Mi resi conto quasi solo allora che il sole era ormai ben alto nel cielo.
Il sacco ai piedi dei gentiluomini si agitava.
Se dovevo finire di nuovo in mano ai barbareschi, volevo almeno conoscerne il motivo.
Ma cosa c' li dentro? Cosa diavolo siamo andati a fare a Mustarrajla?
Dall'altra parte della barca il Capitano scoppi in una risata che mi parve del tutto fuori luogo e con un piede scost un lembo di iuta. Il viso di una ragazzina terrorizzata e imbavagliata comparve fra le pieghe.
La figlia del Sultano. url sardonico.
Un rivolo di sudore freddo mi scivol lungo la schiena. Nessuna pi speranza di fuga: di sicuro non avrebbero mai abbandonato l'inseguimento. Non potei per trattenermi dall'ammirare l'audacia di quell'uomo, sebbene proprio non comprendessi lo scopo della sortita. Ora cosa voleva farne? Tenerla in ostaggio quando ci avrebbero abbordato, una volta esaurita la polvere delle armi che i suoi compagni stavano ricaricando in fretta?
Le fuste, pi piccole e rapide delle galee, ci avevano ormai quasi raggiunto. Sentivo gi le urla degli uomini e degli aguzzini che incitavano gli schiavi.
La vela sbatteva, gonfiandosi e sgonfiandosi alternativamente nel debole vento, provocando un rumore secco di frusta che mi metteva i brividi come se fosse una premonizione. Impugnai il coltello.
Il promontorio  vicino. Forza con quei remi. Non mollate proprio ora.
Qui o dietro il promontorio  lo stesso, pensavo fissando la costa, le palme e i cespugli di cui era piena, un villaggio di case bianche proprio sopra lo sperone. Un villaggio deserto. Strano, riflettei distratto, perch deserto? Intanto stringevo il pugnale cercando dentro di me la fermezza necessaria per usarlo.
Appena sorpassato quel punto, la feluca raccolse una raffica di vento di traverso inaspettata. La vela si gonfi in un'accelerata improvvisa e doppiammo il capo.
Urlai come non avevo mai fatto, mentre lasciavo il coltello e mi attaccavo con tutta la forza al timone: la pi bella flotta che potessi sognare di incontrare si trovava schierata subito al di l.
Le bandiere dell'Impero garrivano orgogliose su tutti i pennoni e le bocche dei cannoni non si contavano: almeno dieci galee, quattro galeazze, tanti bastimenti e imbarcazioni minori erano disposte in linea, pronte alla battaglia. E stavano aspettando noi.
Quando la prima fusta barbaresca doppi il capo, una scarica di artiglieria, che fischi pericolosamente proprio sopra la vela della mia feluca, la centr in pieno. Come se quello fosse stato il segnale atteso, la flotta imperiale si lanci allora in avanti, spinta dai potenti remi e dalle vele.
Portai la barca di lato costeggiando gli scafi maggiori, evitando di entrare in collisione o di essere sballottato dalla loro onda e mi accostai, obbedendo a ordini precisi, alla scaletta di imbarco di una grande fregata.
I tre gentiluomini, presi il sacco e le loro armi, salirono ridendo e dandosi grandi pacche a vicenda.
Con un'occhiata d'intesa, ci spostammo in fondo alla baia, lasciando alle navi da guerra l'onore del combattimento.
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CAPITOLO 2.
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Non ero nato a Larusina.
La carnagione chiara, l'altezza oltre la media e il colore dei capelli, da cui derivava il soprannome di Rosso, erano segni evidenti della mia diversit con gli abitanti del luogo. Provenivo da una terra a settentrione, distante giorni e giorni di navigazione.
Ogni tanto ripensavo a una larga vallata alla foce di un fiume in una terra fertile e gonfia di vino e di grano, ma cercavo di scacciare in fretta quei ricordi dolorosi.
Quel giorno, guardando la battaglia navale che infuriava di fronte a me, senza che lo volessi coscientemente non riuscii a fermare i pensieri e lasciai che le immagini della mia vita scorressero davanti agli occhi, quasi un racconto di avventure capitate a qualcun altro.
Avevo quattordici anni in quel caldo pomeriggio di giugno, ma ne dimostravo di pi per l'altezza e i muscoli gi ben sviluppati. Mi ero arrampicato con altri ragazzi fin sopra le rocce del promontorio che chiudeva il golfo a ponente.
I pirati non si avventuravano lungo quelle coste da decenni ed erano diventati quasi una leggenda. Nelle torri di avvistamento semiabbandonate, le travi che reggevano le colubrine erano marcite e i guardiani avevano impegnato, per pagarsi i debiti al gioco dei dadi, le armi che la Repubblica aveva loro affidato.
Nessuno aveva voluto credere alle avvisaglie giunte nei giorni precedenti: dalle torri lontane le sentinelle avevano lanciato segnali di fumo denso e nero accendendo arbusti inumiditi e cosparsi di bitume, ma avevano suscitato pi curiosit che paura. Nessuno credeva potessero attaccarci, nonostante le predizioni del vecchio Gaspare, il menagramo del paese che favoleggiava di assassinii, rapimenti e maledizioni.
Dall'alto del promontorio la vista spaziava oltre l'orizzonte. Una flotta di galee barbaresche transitava al largo, molto al largo; i lunghi remi sembravano danzare sull'acqua.
Quella s che deve essere una bella vita. avevo commentato giocherellando con un filo d'erba indicando gli scafi.
Bastiano, che aveva la mia et ed era il mio miglior amico, allargando le braccia e respirando l'aria a pieni polmoni, il vento che gli scompigliava i capelli url: Liberi, navigare liberi in mezzo al mare, fuori dalle leggi e dalle regole, senza impegni o doveri. Prendere tutto quel che si vuole, non dover chiedere il permesso a nessuno. E le cose peggiori sono ammesse.
Si era voltato verso di me con il riso sulla bocca e negli occhi, traboccante d'entusiasmo.
Chiss perch, a distanza di tanti anni, quello era il ricordo pi forte che avevo della mia vita passata, quello di cui sentivo la nostalgia pi struggente: l'eccitazione e l'allegria di Bastiano. Chiss se aveva pi riso cos da allora? E, soprattutto, se poteva ancora ridere in un qualsiasi modo.
Le navi si erano allontanate e sembrava fosse finito tutto l. Invece era stato soltanto l'inizio.
Tornarono nella notte.
Ormeggiarono al largo, dietro il promontorio e, mentre tutti dormivamo fiduciosi e indifesi, sbarcarono in silenzio
sulla spiaggia di sabbia bianca dove avevo giocato da bambino.
Senza rumore, nascosto dalla notte, un gruppo sal fino alla torre, sullo spuntone a oriente e trucid le guardie nel sonno.
Le case del borgo si sviluppavano intorno a una fitta rete di vicoli, partendo da un porticciolo di pescatori e spandendosi verso l'entroterra. Lasciati quattro o cinque di loro sul molo nascosti fra le barche, i pirati, il viso dipinto in modo da sembrare veri demoni e incutere ancor pi paura, dilagarono per le viuzze. Silenziosi, furtivi, invisibili a tutti, raggiunsero ogni angolo, si appostarono dietro ogni uscio, tesero trappole ovunque.
Noi continuavamo a dormire ignari. Forse qualcuno, sentito un fruscio, si sar rigirato dall'altra parte dando la colpa al vento o ai gatti randagi del porto. Era talmente impensabile una simile ferocia nei confronti di chi non aveva mai fatto del male a nessuno e viveva lontano da guerre o da ruberie, che ci affidavamo inerti alla nostra incoscienza.
Uno sparo ruppe la notte. I sogni si trasformarono in incubi.
I barbareschi al molo diedero fuoco alle reti stese ad asciugare, alle barche e alle case che si affacciavano dirimpetto. I portici di legno si accasciarono l'uno sull'altro propagando in fretta le fiamme.
Le urla di chi si trovava bloccato nei piani superiori senza via d'uscita si mescolarono agli ululati che gli assalitori lanciavano per terrorizzare e disorientare ancor di pi gli abitanti svegliati di soprassalto. Chi si precipitava in strada confuso e incerto ancora fra il sonno e la veglia trovava i pirati in attesa che si lanciavano su di lui con i visi spettrali e le bocche digrignanti. Sembrava non ci fosse via d'uscita: erano ovunque, pronti ad afferrare prigionieri e a uccidere chi tentasse una qualsiasi resistenza. Resi folli ed esaltati dall'ebbrezza della battaglia, abbattevano porte di case e
chiese dandosi al saccheggio pi sfrenato e alla distruzione totale.
Alcune donne e bambini cercarono scampo nella chiesa parrocchiale fino in cima al campanile, appellandosi alla piet divina. Le scale di corda tagliate bloccarono in basso gli assalitori che sfogarono la rabbia spaccando il crocifisso e profanando gli arredi sacri. Poi, accatastate le panche alla base della torre, diedero loro fuoco. Dalla piazza antistante, dove venivano radunati via via prigionieri, i parenti vedevano le sagome agitarsi alle finestre, sentivano le invocazioni d'aiuto e di piet e non potevano far altro che assistere impotenti all'agonia dei loro cari.
La mia casa sorgeva fuori dal centro, oltre un torrente sormontato da un piccolo ponte. Dormivo nel soppalco sopra la cucina.
Mi svegli il baccano.
Balzai confuso a sedere sul pagliericcio. Dalla finestra le fiamme lontane illuminavano gli occhi spalancati e terrorizzati del mio fratellino accanto a me. Schianti, urla, botti provenivano dal piano inferiore e dalla strada, frammisti a ululati feroci e quasi inumani. Gridai al bambino di nascondersi e mi precipitai alle scale. Raccolsi il bastone di legno di castagno intarsiato che un giorno mio nonno mi aveva regalato per suo ricordo e, reggendolo come un'arma, balzai di sotto.
La porta era stata sfondata e dal suo profilo entrava il riverbero cremisi degli incendi; la cucina, orgoglio di mia madre, era a soqquadro: il tavolo ribaltato, le ciotole e le pentole a pezzi in terra, gli scaffali rovesciati, le grosse giare spaccate.
Urlai anche io come indemoniato, lanciandomi contro tre figure sconosciute, cercando di colpirle col bastone. Un viso dipinto di bianco con voragini nere al posto degli occhi e della bocca scans il mio colpo e sghignazz di rimando sollevando un coltello dalla lama rilucente. Mi gettai di lato, tirai un calcio a un altro, lanciai al terzo un bacile di rame raccattato a terra, rotolai oltre il tavolo.
Allora lo vidi. Il corpo di mio padre giaceva scomposto a terra, il suo sangue si mischiava al vino e all'olio che fuoriuscivano dalle giare spezzate.
Mio padre... Il cuore si ferm. Mio padre... il viso devastato dalla morte, gli occhi sbarrati, la bocca in una smorfia di dolore atroce. Mio padre...
Non vidi e non pensai ad altro. Un colpo sulla nuca mi tramort senza che mi rendessi conto che stava arrivando.
Quando rinvenni ero gi sulla spiaggia. Mia madre e mia sorella in lacrime mi reggevano, spintonate al pari dei maiali razziati in un cortile, in mezzo a molti degli abitanti della cittadina, donne, ragazze, bambini e uomini. Giannettino, Tomaso, Maietta, Martino, Giambattista, Giulia... ci contavamo spauriti, ignorando se chi mancava fosse riuscito a fuggire o fosse rimasto ucciso.
Incitandoci con urla e strepiti i pirati ci imbarcarono a forza col resto del bottino sulle lance. Vidi allontanarsi la costa saccheggiata, i moncherini delle case e del campanile fumanti, uno scenario di rovina e devastazione. Sulla torre non sventolava pi la bandiera bianca con la croce rossa della Repubblica.
 solo un incubo, mi dicevo, solo una visione notturna. Ora mi sveglier, non pu essere vero. Ma la testa doleva nel punto in cui ero stato colpito e le botte e gli spintoni erano troppo reali.
Ci buttarono nella minuscola stiva della galea ammassandoci gli uni sugli altri.
Trascorsero giorni infiniti e atroci.
Non avevamo neanche la forza o la voglia di parlare, di confortarci a vicenda, inebetiti dalla disperazione. Mi tenevo vicino a mia madre, abbracciato a lei nonostante non fossi pi un bambino, ma la donna era del tutto insensibile e non riuscivo a farle mangiare un boccone n a farle bere un sorso dell'acqua fetida che ci davano. Con gli occhi spiritati balbettava invocando il nome di mio padre quasi fosse un viatico o una preghiera.
Mor fra le mie braccia all'alba della seconda notte, vinta dalle privazioni e dal dolore. Non so se piansi, non so a cosa pensai. Ormai non distinguevo pi le mie emozioni, ormai non avevo pi lacrime.
Nell'angusto spazio della stiva continuai per ore e ore a stringere quel corpo ormai irrigidito, a parlargli, a promettergli futuro e libert, a negare l'evidenza della morte. Poi i pirati si accorsero che la donna era morta, la strapparono dalle mie mani e con scherno derisero il cadavere prima di gettarlo in mare. Negli anni a venire mi ritrovai a invidiare mille volte la sua morte.
Un giorno, forse il quarto, ma avevo perso ogni computo e ogni raziocinio, un gigante si affacci al boccaporto armato di frusta e dopo averci squadrati dall'alto mi addit ai suoi compagni nel mucchio dei derelitti senza pi identit. Trascinato fuori fui esibito a un pirata magro e nerboruto, con lunghi baffi e il capo pelato inciso da una cicatrice, gli occhi neri e liquidi come pece. Vestiva un sontuoso abito ricamato, una fusciacca gli reggeva in vita una scimitarra senza fodero, arrossata di sangue. Giocherellava con un ricco turbante.
Mi esamin attentamente. Accanto a lui, l'uomo che mi aveva scelto, a torso nudo e con il tronco decorato da un tatuaggio raffigurante un grifone, faceva schioccare ringhiando la frusta di nerbo di bue e mi fissava come fossi un animale. Era il comito, seppi poi, il capo degli aguzzini adibiti al controllo degli schiavi, e il nome con cui tutti lo chiamavano era Grifo.
Allora non capivo la loro lingua, potevo soltanto seguirne il suono e tentare di indovinarne il significato, anche se era fin troppo chiaro quello che volevano da me.
Mi spintonarono con violenza verso i banchi dei remi.
Per la prima volta, mentre percorrevo il corridoio centrale, vidi le schiene nude e flagellate, i corpi macilenti delle file e file di uomini incatenati, fra i quali, da allora in
poi, sarei stato uno dei tanti, disperato, annebbiato, assente
io stesso.
Per la prima volta sentii l'odore acre di sudore, sangue e orina in cui sarei stato immerso per tanto tempo e di cui non mi sarei mai liberato del tutto, almeno nei miei incubi.
Per la prima volta sentii la scia della frusta bruciare la mia pelle in un solco ardente e improvviso il cui fuoco non si sarebbe mai spento del tutto.
Sangue fresco inzuppava il misero pagliericcio del banco dove fui gettato e nel prendere in mano l'impugnatura del legno sentii l'umore appiccicaticcio di cui era intriso. Mi incatenarono nell'ultimo posto di una fila di sei uomini. Guardai gli altri schiavi cercando invano un qualche cenno di conforto: tenevano lo sguardo in avanti senza espressione, gli occhi socchiusi, godendo dei minuti di riposo che la sistemazione del nuovo venuto concedeva a tutti.
Urlando comandi incomprensibili gli aguzzini mi fecero appoggiare un piede su una grossa sbarra inchiodata alla panca e l'altro sul banco davanti.
A un'imprecazione accompagnata da uno schiocco di frusta tutti furono di nuovo pronti ai remi. A un altro grido
il legno, spinto dai miei compagni, prima che potessi rendermi conto della cosa mi trascin in avanti. Il dorso si allung e le braccia si tesero con dolore nello sforzo, sollevandomi al di sopra della schiena di chi nella fila innanzi era intento nel mio stesso movimento. Poi, alzato il remo, gli schiavi ripiombarono all'indietro e io con loro, scaraventandomi sul lercio cuscinetto senza forma con un botto che dal bacino rimbalz fino alle spalle. Non feci in tempo a riprendermi dal colpo che fui di nuovo sbalzato in avanti, mentre una scudisciata si abbatt sulla schiena in una traccia di fiamma.
Per la prima volta risuon nelle mie orecchie il grido
Yalla, yalla. che divenne ben presto tristemente familiare: Forza, forza.
I ricordi divennero insopportabili e tornai col pensiero al presente; mi accarezzai una cicatrice che pulsava come se sanguinasse ancora.
La battaglia procedeva cruenta. Le navi si speronavano e abbordavano a vicenda nel fumo denso dell'artiglieria e nella puzza di zolfo che riempiva il mare. Piccoli battelli preparati in precedenza e carichi di materiale infiammabile andavano a cozzare contro le navi nemiche, incendiando remi e murate, seminando terrore.
Seduto nella feluca fra i miei compagni sballottati dalle onde tra un beccheggio e l'altro, guardavo il mare gonfiarsi e fumare. Eravamo ancorati nei pressi dell'alta rupe defilati dalla mischia.
Pensavo agli uomini incatenati ai banchi delle navi: a quelli del mio passato e a quelli di cui vedevo la morte in quel momento. Agli schiavi di entrambi gli schieramenti.
Indovinavo il loro terrore nel sentire la nave su cui erano imbarcati rollare speronata sui fianchi e imbarcare acqua, mentre le catene tintinnavano lugubri mescolando il rumore metallico a quello del legno fracassato. Senza possibilit di scampo o di fuga.
Per quattro anni, da maggio a ottobre, i miei giorni e le mie notti furono scanditi dalla frusta e dal remo sulla nave del pirata Sakr el Bahr: incatenato allo scanno, mangiavo e dormivo appoggiato a esso, incurante del resto del mondo, senza che nulla, pi lontano della gittata della frusta, avesse importanza per me.
La vita e il suo valore si annullavano sulla galea fra lo schioccare delle corde sui dorsi martoriati, fra i gemiti e i lamenti degli schiavi, fra le invettive e le bestemmie del comito e degli aguzzini. Questi, schizzanti rabbia, scaricavano su di noi la stanchezza e la violenza del comandante che a sua volta li ingiuriava accusandoli di pigrizia nel frustarci, quando la velocit non era quella richiesta. Mangiavamo gallette orribili, inzuppate in brodaglie ripugnanti, imbevute in un vino aspro ed
eccitante quando la fatica era troppa e le ore di voga esagerate. L'acqua era disgustosa.
Durante i mesi invernali, la flotta era in disarmo nel grande e potente porto di Al Ahbara, a settentrione rispetto a Mustarrajla, e noi schiavi venivamo adibiti ai lavori pesanti di costruzione o di pulizia urbana, sempre sotto il bastone e le fruste del comito e degli aguzzini, sempre con un grosso anello di ferro alla caviglia.
Imparai la lingua, lottai e strinsi i denti cercando solo di sopravvivere, giorno dopo giorno, senza ricordi o domande per non impazzire.
Trascorsi quattro inverni ad Al Ahbara e quattro estati sulle galee, finch nella quinta stagione di imbarco, quando gi agosto volgeva al termine, la squadriglia di Sakr el Bahr composta da due galee e da quattro sciabecchi si trov a incrociare al largo della punta settentrionale dell'Isola di Larusina diretta a Mustarrajla.
Sottovento comparve una grossa nave oneraria che fu subito abbordata e conquistata. Sul momento nessuno not la remissivit dei marinai e la mancanza assoluta di difesa. Mentre i pirati erano impegnati nel saccheggio, una flotta dell'Impero ci circond sbucando dalle cale nascoste.
Sei fregate scaricarono la mitraglia prima che potessimo anche solo renderci conto di quanto succedeva, quindi lasciarono il posto a tre galeazze che generarono stupore e scompiglio.
Le alte fiancate di queste potenti nuove navi da guerra proteggevano i rematori dalla nostra artiglieria costituita da due colubrine posizionate a prua; gli scafi poterono cos accostare di lato in maniera inconsueta e, arrivati paralleli e fuori tiro, rovesciare dall'alto una micidiale raffica di colpi dai loro cannoni posti sui fianchi.
Fu una strage. Di barbareschi e di schiavi indistintamente.
Uno degli aguzzini colpito a morte si accasci addosso a me, incatenato e impossibilitato a muovermi, mentre dall'altra parte un altro forzato mi inondava del suo sangue
rantolando nell'agonia. Sentivo la galea inclinarsi a dritta, tutto scivolare in quella direzione e mi attaccai alla catena cercando di staccarla dal golfare. Un uomo di cui ignoravo il nome (non esistono pi nomi fra gli schiavi), unico superstite della mia fila, aggiunse la sua forza e la sua disperazione, fra i cadaveri che ci impedivano i movimenti. Le mani si laceravano, stringendo il ferro che non cedeva, le nostre stesse urla ci assordavano; ero attanagliato da un terrore senza scampo, i piedi gi nell'acqua.
La catena si spezz e mani mi sorressero: i soldati imperiali erano balzati sul ponte della galea e avevano spaccato i fermi con le scuri. Incredulo mi ritrovai su una delle fregate. Tolsero dalla caviglia l'anello di ferro e curarono le ferite. Ero smarrito, fuori posto, incerto se credere davvero alla fortuna o se temere di svegliarmi da un sogno bellissimo.
Terminata la battaglia, raggiunti e catturati gli sciabecchi che avevano tentato la fuga, l'Ammiraglio radun noi schiavi superstiti a bordo della sua nave.
Era un bell'uomo sulla sessantina, una lunga barba brizzolata adagiata sulla corazza da combattimento. Seguito dal suo stato maggiore, si intrattenne fra noi con amabilit rivolgendoci semplici domande. Quando tocc a me dovetti farmi ripetere e scandire da uno sprezzante ufficiale la sua frase: parlava la lingua dell'Impero, diversa dal dialetto della mia terra, e per anni avevo sentito solo barbaresco. Non attese neanche la balbettante risposta passando con un cenno indifferente all'uomo accanto a me.
Due giorni dopo entrammo a Larusina.
La citt sorgeva in fondo a un'ampia baia, a mezzogiorno dell'Isola.
L'imboccatura era protetta a ponente dal bastione della Roja, fortezza unita alla terraferma da uno sperone di roccia e circondata su tre lati da scogli affioranti che la
rendevano inespugnabile. Ci salut con scariche a salve e stendardi blu e gialli sventolanti al vento.
A levante la penisola del Cavallo Morto penetrava profondamente nell'insenatura, creando un'ulteriore rada all'interno, come un braccio teso ad avvolgere la citt e a preservarla dai venti di libeccio. Di fronte, il muro del Molo Nuovo chiudeva l'ingresso al porto vero e proprio.
L'isola era retta da una oligarchia di Nobili e Mercanti, i cui rappresentanti operavano attraverso un Consiglio delle Logge, eleggendo ogni quattro anni un Governatore. Indipendente politicamente dall'Impero, gravitava comunque nella sua orbita anche se la posizione periferica le garantiva libert di movimenti e iniziative. Nonostante la vicinanza con la terra barbaresca le due culture erano ben distinte, almeno a prima vista. C'era infatti tutto un mondo sommerso che non si notava alla luce del sole e che contribuiva sia a far prosperare l'economia sia ad allacciare contatti: contrabbandieri e mercanti da entrambe le parti svolgevano traffici clandestini di cui la gente comune non immaginava l'esistenza anche se ne godeva i benefici.
Arrivando dal mare la citt mostrava due facce distinte: la Cattedrale, i grandi palazzi dei nobili e del Governo dai lussureggianti giardini pensili, costruiti e decorati con marmi preziosi importati da lontano nel tentativo di imitare il fasto dell'Impero anche in questa regione isolata, erano raggruppati intorno a una piazza centrale e una strada sfarzosa, interdette al popolo.
Tutt'intorno, senza ordine o progetto, i vicoli e le stradine si intersecavano fra loro, brulicanti di vita e di commerci. Ogni tanto nelle piazzette o negli slarghi maggiori qualche ricco mercante aveva ingrandito la sua casa, arricchendola di statue e architravi per distinguersi e ostentare la nuova posizione, lavorando la pietra locale come fosse marmo.
Ovunque bettole e postriboli si alternavano a chiese e cappelline, tutti frequentati con imparziale frequenza e devozione.
Fuori dalle mura lungo la costa sorgevano borghi di pescatori, sempre gravitanti intorno alla citt vera e propria, ma che cominciavano ad assumere identit proprie.
Appena doppiammo il capo, le campane cominciarono a suonare a distesa, accompagnate da squilli di tromba, da tamburi, da grida di giubilo della folla multicolore stipata in ogni angolo, in ogni finestra, in ogni terrazza.
La gloriosa squadriglia dell'Impero che aveva vinto Sakr el Bahr e i suoi pirati entr finalmente in porto fra le cannonate a salve dell'Arsenale e delle torri all'estremit dei moli esterni.
Noi schiavi liberati eravamo stati istruiti bene. Lavati, rasati e rivestiti, dovevamo stare schierati lungo le murate. Alcuni, lontani da casa da molti anni, piangevano sommessi, non sapendo come altrimenti reagire alla gioia e all'emozione. Tutti eravamo sbalestrati e quasi spaventati in quella confusione.
Sopra di noi, in piedi sull'alto cassero l'Ammiraglio era splendido. Circondato dagli ufficiali, i pennacchi degli elmi e i mantelli svolazzanti, le armature che brillavano al sole, era salito su un panchetto per ovviare la bassa altezza e appariva superbo e trionfatore. Tutto intorno panni di lana variopinta impavesavano fiancate, alberi e coffe in uno sfavillio di colori e lusso.
Attraccati alla banchina per l'occasione liberata da ogni altra imbarcazione, scendemmo e ci disponemmo in un corteo per attraversare la citt in modo da permettere a tutti di ammirare i vincitori, compatire chi aveva sofferto e dileggiare i vinti.
Musici, alabardieri, vessilliferi, rappresentanti delle corporazioni, divise e bandiere, drappi e reliquie, soldati, schiavi liberati, barbareschi, l'Ammiraglio a cavallo, tutti passammo fra ali di folla vociante. Petali di rosa cadevano dalle finestre, ragazze si intrufolavano nel corteo regalando baci, sacerdoti ci benedicevano a ogni incrocio.
Io avanzavo meccanicamente, ritraendomi se qualcuno si avvicinava troppo tentando di abbracciarmi, temendo ancora percosse. Sembra incredibile, ma  difficile cedere alla gioia quando si  conosciuta la ferocia peggiore.
Ci schierarono ai piedi della scalinata del Palazzo del Governo proprio sotto i due leoni accovacciati. In cima, il Governatore e l'Ammiraglio ricevettero gli omaggi dei prigionieri che dovevano inginocchiarsi e strisciare davanti a loro uno a uno.
Non guardavo. Non volevo vedere chi era sopravvissuto e chi no. Non volevo pi saperne nulla. Non mi dava sollievo veder torturare chi mi aveva torturato, volevo solo cancellare tutto.
Fissavo un terrazzo. Una donna stava affacciata con due bambini a guardare la scena nella piazza. Uno di loro, in braccio, piangeva spaventato per la confusione, mentre l'altro attaccato alle sue gonne rideva additando in basso. Aveva l'et del mio fratellino al momento dell'attacco, pensai con uno spasimo, e gli occhi mi si riempirono di lacrime.
Non capivo se ero felice o disperato, mi sentivo estraneo a tutto quel che vedevo, all'entusiasmo, alle urla, all'isteria della folla. Come sdoppiato.
La fiumana del popolo ci accompagn a un edificio della Commenda, la societ per l'esercizio dell'impresa di navigazione, adibito a ostello. Eravamo ospitati, ci spiegarono, a spese dello stato per una settimana, per poterci riposare e riprendere le fila della nostra vita. Come me, molti erano insicuri e incerti su quel che avrebbero fatto.
La vasta costruzione non era lontana dal porto e si sviluppava su tre piani ornata da loggiati esterni. Mi diede una sensazione irreale e assurda trovarmi nelle linde stanzette, pulito io stesso, non pi perennemente intriso di sangue, sterco o sudore, alimentato in modo giusto e soprattutto senza la presenza assillante dell'aguzzino e della
sua frusta. Impiegai qualche giorno per comprendere appieno il significato di quanto era successo.
Spesso la notte mi svegliavo di soprassalto alle grida del comito che, nel mio incubo, continuava a perseguitarmi. Uscivo allora sul ballatoio e mi affacciavo al portico guardando la quiete della citt addormentata e lo spicchio scuro di mare che si intravedeva fra le case.
Restavo a lungo cos, appoggiato a una colonna, seguendo con lo sguardo le costellazioni in cielo e mi stupivo, quasi, nel pensare che erano le stesse stelle che per anni avevo guardato in muta preghiera impotente dal mio banco tra una veglia e l'altra.
Finalmente una notte le lacrime rigettate indietro, rinchiuse in un nulla anestetizzante, esplosero convulse tutte insieme e le immagini di quanto aveva perduto ripassarono davanti agli occhi, strazianti, atroci. Rividi il corpo scomposto di mio padre, gli occhi sbarrati di mia madre, mentre, cadavere ormai freddo, veniva fatta oggetto di scempio immondo dagli aguzzini sghignazzanti prima di essere gettata via. Risentii le grida disperate di mia sorella che invocava il mio nome e il mio aiuto, trascinata gi dalla galea con le altre schiave, in un porto di cui ignoravo il nome e la posizione.
Quella notte, appoggiato ai mattoni, mi sciolsi in un dolore infinito senza altra consolazione che la forza stessa delle lacrime.
Poi, pian piano, l'ondata si calm. Mi asciugai gli occhi e riguardai le stelle che, indifferenti come sempre, continuavano a pulsare in cielo.
Mai pi, giurai a me stesso, mai pi permetter a qualcuno di farmi soffrire in questo modo.
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CAPITOLO 3.
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Molte donne venivano ogni giorno alla Commenda portando cibo e vesti, curando le ferite con impacchi e oli profumati, spinte dalla piet e intenerite per le nostre sofferenze.
Una di queste si interess a me.
Il mondo femminile era per me un universo inesplorato: se uno schiavo avesse anche solo guardato una donna barbaresca sarebbe stato ucciso nel modo pi atroce e nella mia vita precedente, quella della vallata e della spiaggia bianca, avevo avuto a che fare solo con delle ragazzine.
Calava la sera; attraverso la tenda scostata un caldo raggio dorato infuocava l'aria. Mivida entr ancheggiando, la tunica bianca stretta alla vita. Non usava appiattire il seno come facevano le dame dell'alta societ, al contrario lo ostentava quasi con provocazione: un alto seno sodo e abbondante che ballonzolava nella stoffa tirata ad arte per accentuare i capezzoli appuntiti.
Chiacchierava con leggerezza nella lingua che ancora capivo poco, ma non erano i suoi discorsi a incantarmi e lasciarmi col fiato mozzato. Era il suo modo di muoversi, di sorridere, di agitare le mani dalle dita affusolate e curate. Di guardarmi con la bocca socchiusa come invitandomi a qualcosa.
Mostr una boccetta d'unguento. Era miracolosa, capii vagamente, per le ferite e le percosse. Rise del mio imbarazzo quando mi sfil la camicia e del mio rossore
quando avvicin il volto aspirando il mio sudore e sfiorandomi con le lunghe ciglia.
Mi fece sedere di spalle a lei e cominci a massaggiarmi. Dal punto in cui le mani sfioravano la pelle partivano brividi infuocati che si ripercuotevano ovunque, accompagnati dal leggero soffio impercettibile del suo respiro che accarezzava la mia nuca.
Trattenni il fiato. I pensieri si accavallarono a migliaia nel giro di pochi attimi, scoppiandomi nella testa, facendomi sentire oggetto inanimato e fremente assieme.
Paura. Cosa stava accadendo? Fissai convulso la porta: da fuori giungevano voci. Temetti, o sperai, che qualcuno entrasse.
Con disinvoltura le sue mani scesero sui fianchi, allargando le brache e infilandosi all'interno. Un punto alla base della schiena irradi un languore sconosciuto.
Smarrimento: cosa si aspettava da me? Palpiti di inadeguatezza mi attraversavano. O forse era qualcosa d'altro.
Non parlava pi. Il lino che le ricopriva i seni mi sfior e si ritrasse.
Quelle mani straniere scivolarono in avanti scostando definitivamente la stoffa.
Vergogna. Della mia erezione, della pelle accapponata, della vampata che sentivo attraversarmi, mentre le guardavo dispensare carezze che fino a quel momento erano state solo mie, nascoste e segrete. Carezze che, se scoperte, sarebbero state punite con estrema severit dagli aguzzini.
Il mio corpo reag violento, istintivo, sfuggendo a ogni controllo razionale. Con un impeto che tradiva la mia inesperienza mi girai di botto, quasi colpendola per la foga, e la strinsi inseguendo un bacio. Rise e si ritrasse all'indietro stendendosi sul pagliericcio, le labbra socchiuse e ansimanti. Si rimbocc il vestito fin sopra il seno e mi attir a s, pelle contro pelle.
Finalmente si impadron della mia bocca succhiandomi un labbro, mentre io, affamato, cercavo di divorarla con le mani e con la lingua. Mi persi fra le sue gambe cercandola famelico e maldestro, finch lei, con un singhiozzo e un gemito, mi guid dentro di s.
La nostra storia cominci cos.
Mivida era giovane e appassionata, insoddisfatta, come appresi in seguito, da un marito troppo vecchio e indifferente.
Era bella, o almeno a me appariva splendida come nessun'altra donna, pi della grande Madonna dipinta nella Cattedrale, pi delle Uri, le ninfe celesti compagne dei beati di cui favoleggiavano i marinai barbareschi.
Avvertivo in fondo alla sua brama di seduzione, alla sua spregiudicatezza la mia stessa sete sconvolgente d'amore e d'attenzione. Entrambi cercavamo qualcuno che riempisse un vuoto, che colmasse la voragine di assenza che per motivi diversi riempiva il nostro cuore.
Di quei primi tempi con Mivida ho il ricordo di una sfrenata e totale reciproca avidit, di un soffocante bisogno di essere posseduti possedendo, di una ricerca ossessiva di conferme d'affetto.
L'amavo? Non l'amavo? Non lo so neanche io. C'erano momenti in cui, abbandonato fra le sue braccia, perso dentro i suoi occhi, credevo che il mondo non avesse confini e che nulla, assolutamente nulla, esistesse senza di lei. Era lei che colorava il mare e i monti, era grazie a lei che il sole splendeva e gli uccelli cantavano.
Viceversa, dopo che se ne era andata non sentivo nessun rimpianto, nessuna nostalgia. Non vivevo angosciato nell'attesa del prossimo incontro. La sua assenza non mi mancava, ma la sua presenza non bastava mai.
Mivida convinse il marito a prendermi al suo servizio.
Bonorgo era un ricco mercante che possedeva tre barche coralline e varie imbarcazioni per la pesca: aveva sempre bisogno di marinai robusti e fidati, quindi, scaduta la settimana di ospitalit, lasciai la Commenda e cominciai a lavorare per lui vivendo agli occhi di tutti su una delle barche e in realt a casa loro, sui pendii fioriti di Larusina, dove Mivida mi accoglieva nel suo letto a ogni occasione.
Furono anni tranquilli.
Bonorgo era un uomo placido. Non gli importava granch della moglie, sposata per la nave corallina e le propriet portate in dote, ed era ben lieto che fosse serena e soddisfatta dopo anni di pianti e frustrazioni al suo fianco. Gli avevo in un certo senso risolto una situazione familiare parecchio fastidiosa e lui si stava persino affezionando a me come a un figlio, apprezzando la mia discrezione nel gestire il rapporto con Mivida e lo zelo e l'impegno con cui lavoravo a bordo delle sue barche.
Imparai i segreti della pesca, sia tradizionale che del corallo, del governo delle imbarcazioni e della navigazione costa a costa, riprendendo e affinando antiche nozioni. Diventai abilissimo nel riconoscere il corallo di prima scelta da quello di scarto o morto, come anche a distinguere i rami sani e preziosi da quelli marci e cavi all'interno.
Ben presto Bonorgo mi affid la responsabilit della piccola flotta, quando da aprile a ottobre si spostava lungo le coste occidentali dell'isola, ricche di banchi corallini a grande profondit.
Le sue tre navi a largo scafo e vela latina battevano i fondali trascinando una croce di legno zavorrata con pietre e avvolta in vecchie reti di canapa. Io, seduto in coperta, aspettavo che la cima, che sfregava contro la coscia protetta da una spessa gambiera di cuoio, mi segnalasse la presenza di una formazione rocciosa. Allora davo l'ordine all'equipaggio e issavamo l'argano, raccogliendo i frammenti dei rami preziosi sradicati o spezzati e impigliati nelle reti. Era un metodo distruttivo e dispersivo: molto materiale andava perduto nel mare, ma ormai i banchi erano a una tale profondit che era impossibile raggiungerli in apnea.
I vecchi marinai favoleggiavano dei tempi andati, quando si trovavano giacimenti addirittura a pelo d'acqua, con il fiore degli abissi che quasi emergeva durante la bassa marea. A quei tempi, raccontavano, il corallo si staccava con una piccozza direttamente dagli scogli e non ne andava perso un solo pezzettino. Molti ridevano sentendo queste storie, ritenendo che fossero soltanto leggende da raccontare ai bambini nelle sere d'inverno.
Talora le galee dei pirati eludendo la vigilanza del Governo dell'Isola tentavano l'abbordaggio per impadronirsi dell'oro rosso e prenderci prigionieri. La mia abilit nelle manovre e la padronanza delle situazioni permise in varie occasioni la salvezza alla flotta e agli equipaggi, dandomi ancor pi valore agli occhi di Bonorgo e dei miei uomini.
Durante l'inverno ero impegnato nella pesca tradizionale e nel soddisfare la voracit di Mivida.
Mentre nella seconda attivit mi scoprivo col passare del tempo, con stupore, sempre pi indifferente dal punto di vista delle emozioni, quasi che la donna fosse solo un porto sicuro cui affidarsi e non suscitasse in me sensazioni particolari, la prima mi appassionava e coinvolgeva. Affinai l'abilit e la perizia nel governo del vento e delle vele e raggiunsi una fama fra la gente del porto di cui andavo molto fiero. Riuscivo a bordeggiare come pochi sapevano fare e a spingere la mia barca a velocit impensabili; pareva che un sesto senso mi suggerisse il modo giusto di catturare ogni minimo refolo di vento, soggiogandolo alla mia volont. In quei momenti ero sereno e libero, riuscivo a staccarmi da ogni fantasma e timore passato, proiettato innanzi verso il futuro.
Con il tempo, risparmiando tutto quello che guadagnavo e aggiungendo al gruzzolo i ricchi regali che Mivida mi faceva, riuscii a riscattare e ad armare una barca personale. Ero orgoglioso di me stesso: da povero schiavo liberato ero ora un capudan, un proprietario di imbarcazione che poteva assoldare altri uomini e pescare per conto suo.
In uno slancio di sentimentalismo avrei voluto battezzare la barca Mivida, ma la donna, temendo di fomentare pettegolezzi che gi correvano feroci, riusc a farmi cambiare idea convincendomi a chiamarla Fiore degli abissi, il soprannome che lei mi dava nell'intimit alludendo ai capelli rossi e al corallo.
Anche se la definivo feluca non era una classica feluca di pescatori, pur riprendendone lo stretto e leggero scafo in solido legno di acacia. Nel suo insieme non assomigliava a nessun bastimento: l'avevo resa unica e personale.
Avevo mantenuto solo un albero a vela latina, eliminando quello di mezzana a poppa, e allungato il bompresso, l'antenna che corre orizzontale davanti alla prua. Al bompresso erano inferiti tre fiocchi indipendenti invece di un'unica grande vela, per stringere meglio il vento e garantire una maggiore stabilit alla rotta e alla velocit. Sul ponte, un minuscolo castello di prua dava protezione alla cambusa, mentre la parte poppiera della coperta, abbassata a formare uno spazio riparato, era protetta da una tettoia. Avevo curato ogni singolo dettaglio, ogni singola cima o sagola, con una cura maniacale che era diventata oggetto di ironie, ma anche di tanta invidia da parte di molti pescatori del porto. Ancora oggi per i vicoli di Larusina pu capitare di sentire la frase: perfezionista come il Rosso, sebbene nessuno si ricordi pi del mio soprannome o della mia barca.
Erano ormai passati cinque anni da quando ero stato liberato e la vita scorreva lenta e tranquilla, placida e inesorabile come la marea.
Vivevo giorno per giorno, godendo di ogni singolo momento, della feluca e del piacere del corpo di Mivida; mi rifiutavo di considerare emozioni profonde, come se stessi guardando scorrere la vita di un altro, come se non volessi prendermi responsabilit alcuna.
Molte ragazze cercavano di strapparmi dalle braccia di Mivida, ma anche se a volte cedevo volentieri alle lusinghe di qualcuna, finivo sempre per tornare da lei, sopportando
in silenzio le scenate di gelosia che la donna faceva quando scopriva i miei tradimenti.
Una mattina di sole stavo affaccendandomi sulla barca ormeggiata al molo, quando una voce comment in barbaresco:
Per la gloria di Allah, bella barca Rosso.
Sollevai la testa. Prima mi apparvero i piedi nudi abbronzati, quello destro serrato in un anello di ferro, quindi incrociai lo sguardo di un gigante dalla pelle scura. Era aprile e molte galee erano ancora in disarmo nella baia, i forzati impiegati a terra nell'allargamento del porto e nella costruzione della nuova darsena.
Il gelo spense ogni altra sensazione. Riconobbi il comito della galea su cui ero stato, io, lo schiavo. Non reagii subito, aspettando che l'altro proseguisse: Come si dice: il buon albero si vede dal virgulto. Ho sempre pensato che tu fossi un tipo in gamba. Ti ho osservato spesso e non mi hai mai deluso.
Che vuoi, Grifo? riuscii a ribattere con voce neutra.
I miei parenti, con l'aiuto di Dio misericordioso, stanno trattando il riscatto: sar presto di nuovo un uomo libero. Potremo fare grandi cose insieme: ho chiuso con le galee.
Altri marinai ci guardavano dalle barche vicine. Sebbene prossimi alla costa e in rapporti segreti d'affari con i pirati, erano in pochi a padroneggiarne la lingua e il vederci parlare aveva generato curiosit e sospetto.
Il guardiano accorse: Questa bestia ti disturba, pescatore?
Non c' problema: non pu farmi pi nulla.
Soltanto una parola. preg l'altro nel linguaggio dell'Impero e poi di nuovo rivolto a me in barbaresco. Alla prima luna nuova, mare permettendo, alla Baia del Lamento. L'aguzzino lo strattonava, portandolo con ingiurie verso gli altri che stavano trasportando pietre. Trovati li, se non ti sei infiacchito fra queste donnicciole senza spina dorsale.
Ormai lontano, grid nonostante i colpi di bastone sui fianchi: Ricorda: ti ci vorranno delle vele nere.
Continuai, a testa bassa e con falsa calma, a districare le cime che avevo in mano, mentre cercavo di assimilare i sentimenti che mi attraversavano. Per anni quell'uomo mi aveva frustato con ferocia e il grifone tatuato sul suo corpo era entrato nei miei sogni notturni artigliando la carne e strappandola con un dolore cos forte da sembrare reale. Rivederlo aveva scatenato rabbia e risentimenti nascosti, ma anche un'inspiegabile curiosit e una pericolosa irrequietezza.
Quella notte, sfinito dopo essermi sfogato con passione su Mivida, sorpresa piacevolmente dal mio impeto, fissavo insonne la luna quasi piena occhieggiare dalla finestra che pretendevo rimanesse sempre aperta, spalancata al libeccio e alle sue furie, per una paura fobica del chiuso. Sentivo gli ulivi rumoreggiare, simili al mare in tempesta contro gli scogli. Non riuscivo a trovare pace.
Mi alzai in silenzio, richiusi gli scuri e scesi al piano inferiore. Non ero nuovo alle veglie notturne: sembrava che, dopo l'esperienza ai remi, il mio corpo avesse imparato a non dormire che poche ore al giorno, senza per questo perdere in attenzione o in prontezza di riflessi.
Pervaso da una strana inquietudine mi aggiravo per casa. Ristetti per un attimo davanti alla porta delle serve addette alla cucina, incerto se entrare e svegliare, come altre volte avevo fatto, Clelia, una bella ragazza formosa molto generosa e soprattutto discreta con la padrona, ma preferii lasciar perdere. Mi sentivo sazio e soddisfatto da quel punto di vista: la mia agitazione riguardava altri campi. Mancavano tre settimane alla luna nuova. Decisi che nonostante tutto sarei andato all'appuntamento.
Esisteva un trattato non scritto fra Larusina e Mustarrajla: a periodi stabiliti si avviavano trattative per il rilascio di schiavi scelti fra quelli di origine locale, dietro pagamento di una certa somma. Era un modo per risolvere
economicamente, anche a beneficio di entrambi i governi che ne acquisivano ogni volta una percentuale, il problema della frequente cattura di pescatori o di mercanti fra i due popoli. A questo scopo nelle due citt operavano confraternite di categoria: la quota che ognuno pagava per entrare a farne parte veniva devoluta per la liberazione dei membri resi schiavi. Lotte fra le confraternite e fra gli stessi parenti dei prigionieri si scatenavano appena si avvicinava la primavera, stagione in cui le contrattazioni erano di solito condotte: il loro numero era limitato per non dare troppo nell'occhio sia ai funzionari dell'Impero che alle altre comunit barbaresche.
Il Grifo poteva in effetti essere originario di Mustarrajla: non mi ero mai granch interessato alla sua vita. E forse era questo il motivo per cui era sopravvissuto alla battaglia: di solito gli aguzzini e i comiti catturati venivano giustiziati con grande solennit e giubilo della popolazione.
Lo cercai discretamente fra gli altri tutte le volte che incrociavo una squadra di forzati intenti a lavori di ristrutturazione o al porto, ma non lo rincontrai pi.
La notte di luna nuova si avvicinava.
Avrebbe potuto essere una trappola. Per cosa, per? Per impossessarsi della feluca? Non aveva poi questo gran valore. Decisi di portare un coltello nascosto: mi sarei ucciso prima di farmi catturare e farmi rimettere al remo.
La strana eccitazione cresceva mentre mi dedicavo ai preparativi: dopo tanto tempo passato a guardar scorrere in bene e in male la mia vita, lasciando che altri ne disponessero a piacer loro, ora toccava a me prenderne le redini.
Mi ero procurato le vele nere. Non era stato difficile: molti pescatori le usavano per le uscite notturne con il pretesto di rendersi invisibili ai pirati. In realt il pi delle volte coprivano azioni di piccolo contrabbando.
Ora dovevo soltanto trovare l'equipaggio giusto: mi occorrevano un paio di persone e sapevo anche dove
cercarle. La cosa pi difficile sarebbe stata convincerle all'azzardo.
Un pomeriggio di cielo terso mi incamminai per la strada che oltre la Porta del Lebbroso portava verso le colline.
I mattoni rossi di cui era lastricata rendevano agevole la salita e costeggiando muraglie di orti e stallaggi arrivai in breve a mezza costa. Qui, intorno a una balconata aperta sul mare, un gruppetto di case si affacciava sulla baia.
Trovai Tredita davanti a una porta sotto il traliccio del pergolato a fumare tabacco e a scaldarsi al sole. Mi salut con un'alzata di ciglia, invitandomi con gli occhi a sedere accanto a lui sulla panca di pietra addossata al muro. Caricai la mia pipa e gli chiesi del fuoco. Poi restammo in silenzio a fumare; gli sguardi pigri vagavano sulla piazzetta, sui bambini che vi giocavano e sul mare oltre il parapetto.
Infine l'uomo chiese con molta calma: Perch il Rosso  salito fin qui a fumare con un vecchio?
Conoscevo Tredita da quando ero entrato al servizio di Bonorgo: mi avevano affidato a lui perch mi insegnasse le tecniche di pesca del corallo. Non era cos anziano come si divertiva sempre a sottolineare e il soprannome gli derivava dalla perdita di due dita della mano sinistra durante una rissa in giovent, sembra per la donna che poi lo aveva sposato. Il suo carattere, chiuso e brusco tanto quanto il mio era aperto e fanfarone, ci aveva fatti incontrare e compensare a vicenda; col tempo avevamo imparato ad apprezzarci e fidarci l'uno dell'altro. Gradivo il suo riserbo come lui apprezzava la mia sfrontatezza e non perdevamo occasione di uscire a pesca insieme.
C' nell'aria un'avventura nuova. Un po' rischiosa, forse. Ho appuntamento con il mio vecchio comito, la prima notte di luna nuova di mare calmo, cio domani notte, alla Baia del Lamento.
Parlavo con tono indifferente e tranquillo, socchiudendo gli occhi e gustando il tabacco.
L'altro non rispose subito. Si alz per restituire al gruppo di bambini la palla di stoffa che avevano tirato ai suoi piedi, batt il fornello della pipa con meticolosit, riprese a fissare il mare lontano e infine borbott a mezza voce:
C' poco vento oggi pomeriggio. Si sta bene seduti qui fuori a parlare.
Tacque in attesa e io gli narrai del colloquio avuto con lo schiavo.
Ti fidi di quest'uomo?
Tirai una lunga boccata.
Era il mio pi feroce carnefice e tutti sappiamo bene quanto infidi, violenti e barbari siano gli arabi. Per, c'era qualcosa nel suo modo di fare e di parlare che mi ha convinto.
Le madri chiamavano a gran voce i bambini: l'aria era piena del loro richiamo mescolato a quello dei gabbiani in cielo.
Ho visto che hai aggiunto un fiocco alla tua barca, gi all'imbarcadero. Molto interessante. Credo mi far piacere provare la nuova velatura. E sono sicuro che anche Valanga sar interessato. Si alz. Sta scendendo la sera. Le giornate sono ancora corte in questa stagione.  meglio che ti affretti a tornare in citt prima che il buio ti sorprenda per il sentiero. Arrivederci al tramonto di domani, alla tua feluca.
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CAPITOLO 4.
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Il pomeriggio successivo cercai Mivida prima del solito, e lei intu che stava succedendo qualcosa. Mi conosceva troppo bene. Fin troppo, mi trovai a pensare, notando come l'intuito le avesse fatto capire che non si trattava di un'altra donna. Fu molto tenera e pacata. Cerc di trattenermi nel suo letto a lungo, ma il risultato fu di rendermi impaziente e scalpitante.
Mentre mi vestivo e nascondevo i capelli rossi sotto un berretto di lana nera, lei scoppi a piangere: Non andartene. Ho sognato le murene, stanotte. Annunciano sempre disgrazie. Non andare: non tornerai pi.
Sciocchezze. Sar di ritorno anche troppo presto. Quante volte sono uscito a pesca di notte?
La baciai in fretta e la lasciai.
Al porto, accanto alla feluca che beccheggiava mossa dalla risacca, mi aspettavano Tredita e un altro pescatore. Lo chiamavano Valanga per il modo goffo e impacciato di muoversi sulla terraferma, ma era uno dei migliori marinai della zona: robusto, dalle gambe corte e storte e una barbaccia nera punteggiata qua e l di grigio; viveva solo in una baracca oltre Porta Sirena, lungo la costa. Ogni tanto si imbarcava anche lui sulla corallina di Bonorgo e passavamo insieme qualche campagna di pesca.
Sapevo di potermi fidare di entrambi.
Quando il mare divent una lastra nera su cui si specchiavano le stelle, ci staccammo in silenzio dalla banchina sgusciando fra le altre imbarcazioni senza dare
nell'occhio. Altre barche si allontanavano silenziose e discrete nello stesso modo, molte con le vele nere. Ci scambiammo fugaci cenni di saluto.
Arrivati al faro, Tredita copr e scopr alternativamente il fanale nel segnale convenuto; quindi, usciti in mare aperto, spegnemmo ogni luce a bordo e voltammo la prua verso settentrione costeggiando la costa orientale dell'isola.
In lontananza si intravedeva la terraferma, suolo pirata e ostile: allontanarsi troppo dalle rive significava affidarsi all'azzardo del destino.
Altre volte avevamo tentato veloci sortite lungo le scogliere ricche di pesce delle insenature e delle piccole baie che si aprivano, inospitali e disabitate, da una parte e dall'altra del Canale di Saiquaton. Ne conoscevamo bene le insidie, con i barbareschi sempre appostati in attesa dei pescatori pi imprudenti. Spesso le cale tranquille erano state teatro di feroci scaramucce.
Il vento era favorevole: non alzava il mare, lasciandolo piatto e liscio come una tavola, e nello stesso tempo spingeva di poppa la feluca.
Quasi tutta la notte trascorse cos. L'isola termin all'improvviso voltando a occidente oltre la sagoma a imbuto del monte Vurgona che si stagliava contro le stelle. A quel punto virai sicuro a dritta verso la terraferma, blocco scuro e minaccioso, e attraversammo il Canale di Saiquaton in fretta.
Giunti di fronte a un'alta scogliera verticale, feci ammainare le vele di prua e terzarolare la randa per procedere lentamente e conservare nello stesso tempo la manovrabilit del timone.
Nel buio della notte il suono delle onde invisibili che si frangevano sugli scogli metteva i brividi.
Il posto era evitato da tutti e adatto a imboscate e agguati, con un angusto ingresso difficile da attraversare. Il suo nome, derivato dai numerosi naufragi avvenuti nella zona a danno di entrambi gli schieramenti, lo rendeva
ancor pi temibile. Ma era anche il rifugio ideale per incontri segreti.
Tredita a prua cal in acqua il piombo cavo dello scandaglio, reggendo la sagola con una mano e una lucerna cieca nell'altra. A bassa voce dava indicazioni per correggere la rotta e costeggiare senza urtare la banchina sommersa. Andavamo avanti con lentezza, intenti nelle manovre; con l'orecchio teso strizzavamo gli occhi nel tentativo di scorgere qualcosa. A volte la chiglia strofinava su qualche scoglio affiorante rigando la carena, ma evitammo collisioni pi pericolose.
Oltre uno spuntone si apr una nera spaccatura verticale, come una ferita tagliata nella roccia. Cominciava ad albeggiare e la luce delle stelle velate dalle nubi si spegneva. Tredita, segnalando sempre il fondale, ci guidava attraverso il passaggio verso il buio inquietante della terra che si richiudeva in alto.
D'improvviso le pareti si allargarono e ci trovammo in un'inattesa caletta: si sentivano solo il sibilo del vento, lo sciacquio dell'acqua e il canto lugubre di un qualche uccello notturno che si apprestava a rientrare.
Una luce si scopr e copr a intervalli regolari.
Tredita borbott tra i denti: Ci siamo. Rispondo al segnale?
Trattenni il fiato con un guizzo al cuore riconoscendo la sequenza che a bordo delle galee di Sakr el Bahr aveva il significato della parola "amici".
Ripeti bisbigliai.
Per qualche minuto non successe nulla, poi gli occhi, ormai abituati alla penombra, intravidero una forma scura staccarsi dal nero confuso delle pareti. La luce si accese a bordo: un battello, un due alberi sprovvisto di ponte e con una piccola cabina a poppa, di stazza molto simile alla nostra feluca, avanzava verso di noi. Quattro uomini erano chini sui remi e un quinto si stagliava a prua facendo un cenno di saluto.
Non c' forza n potenza se non in Allah, altissimo e grande. La salute eterna sia con te, Rosso: non mi hai deluso neanche questa volta.
Le parole risuonarono ingigantite dal silenzio. Non risposi alla formula augurale, ma ringhiai: Che vuoi da me, Grifo?
La fretta  cattiva consigliera e le parole necessitano del loro tempo. Vieni sulla barca come mio ospite e ti spiegher tutto.
Vieni tu sulla mia. E manda i tuoi uomini lontano da noi, con il fanale acceso. Non mi fido di te.
Tentavo di apparire spavaldo e ben pi sicuro di quanto non fossi.
L'uomo fece un accenno di inchino ironico, appena visibile nella fioca luce del fanale.
Le imbarcazioni accostarono, le murate quasi alla medesima altezza, e lui salt dentro la nostra. Gli altri si allontanarono.
Osserv le sartie e le vele ed ebbe un moto di apprezzamento, passando la mano sul parapetto: Bella, bella, non c' che dire. Sei venuto su bene, figliolo.
Brontolai qualcosa di indefinito in risposta. Entrambi, lo sapevo, pensavamo agli inverni passati ad Al Ahbara. E io non ne avevo un ricordo cos piacevole.
Tir fuori un sacchetto e lo apr.
Nel cavo della mano scivolarono quelli che a prima vista sembravano dei rametti spezzati, ma che il mio occhio allenato riconobbe per ben altro.
Li presi e li rigirai a lungo, mentre il Grifo mi osservava con un'espressione divertita. Per un attimo mi dimenticai con chi stavo parlando.
L'albero delle acque. Trattenni il fiato, chiamando il corallo con il nome leggendario che le popolazioni costiere gli davano. Dove lo hai preso?
Pi vicino di quanto tu creda.
Il barbaresco si sedette sul panchetto di poppa e incroci le gambe: Prima di parlare di affari, mettiti comodo e ascolta la mia storia.
Ebbi un moto di irritazione. L'abitudine orientale di narrare gli avvenimenti con abbondanza di particolari per il solo gusto dell'intrattenimento in quel momento mi parve del tutto fuori luogo.
Lui indovin il mio stato d'animo e rise.
L'impazienza e la fretta sono i maggiori difetti di voi infedeli adoratori della croce; bisogna sempre ascoltare e trarre esperienza dai racconti. Vedo che la tua ostilit non ti consente neanche di offrirmi una tazza di t, ma presto cambierai idea. Ascolta, ora. Sono sopravvissuto alla battaglia navale grazie alla benevolenza di Allah, e diventato schiavo mi hanno assegnato ai remi. All'inizio maledicevo la mia sorte e il suo nome, ignorando quanto il Magnifico aveva invece in serbo per me. Un giorno al mio stesso remo fu incatenato un uomo. Il suo nome era Fahd. Era un umile pescatore, ma prometteva ai messi della Corporazione che si occupano dei riscatti grandi ricompense per il rilascio. Chi  accorto sa come far parlare chi non aspetta altro che vantarsi: in breve tempo scoprii il suo segreto. Ti vedo interessato, Rosso. Devo proseguire?
Mio malgrado assentii.
Era stato catturato al largo della Baia del Lamento, mentre insieme a un compagno poi morto nell'assalto rientrava a Mustarrajla. L'eccitazione per una scoperta che avevano fatto il giorno precedente li aveva resi imprudenti e distratti: un banco di corallo a pelo d'acqua.
Impossibile. Trovare il corallo non  cos semplice. A pelo d'acqua, poi. Scossi il capo. Le solite vanterie dei marinai.
Rosso, Rosso, sei diffidente e scontroso come uno scorpione del deserto. Ma  bene cos, non ti avrei mai cercato se fossi stato un credulone. Come dicono gli antichi: se l'inganno  un difetto di natura, l'aver fiducia in tutti  una debolezza. Per  stoltezza non credere
all'evidenza. Quell'uomo non mentiva. Il corallo che stai stringendo in mano in questo momento l'ho raccolto io stesso dove lui mi ha indicato. Allora, guardalo di nuovo e dimmi:  un buon corallo?
A denti stretti risposi: S. E ottimo, di una tonalit calda e uniforme. E pieno.
Era rosso fuoco, non bacato all'interno, fiorito, cio cresciuto a cespuglio in banchi di acque tranquille che non avevano avvoltolato e attorcigliato su se stessi i rami. Faticavo a dissimulare il mio entusiasmo: non ne avevo mai visto in vita mia di tale qualit. Anche Tredita, che non capiva quanto dicevamo ma che di corallo se ne intendeva, lo fissava trattenendo il fiato.
Vedi, figliolo, che ora mi segui e capisci bene quello che voglio dirti? Quel Fahd ne aveva scoperto un banco intero. Per sua sfortuna Allah gli ha fatto incontrare proprio me. E per tua fortuna io ho bisogno di un socio.
E perch proprio io? Che vuoi da me?
Affari, niente altro che affari.
Tu e io in affari insieme?
Perch no? Niente di pi naturale che pensassi a te. A Larusina, in darsena, parlano tutti del Rosso anche di fronte agli schiavi, della sua abilit con le donne e con la pesca. E della sua feluca nuova. Diede una pacca al legno. E, per volont di Allah, tu per me sei stato proprio come un figlio.
Scoppiai in una risata amara: Certo, un figlio. Li tratti bene i tuoi figli, Grifo.
Fece spallucce. Quello era lavoro. Io ero un comito e tu uno schiavo. L'incudine non pu odiare il martello che la batte. Non ti porto rancore.
Tu non porti rancore a me?
Non sapevo se ridere o piantargli il coltello nel petto.
Eri un ragazzino quando sei arrivato, e ne sei uscito uomo. E questo  stato tutto merito mio, sia lode ad Allah. Sono io che ti ho scelto fra tanti. Sakr el Bahr ti avrebbe venduto altrimenti in qualche piantagione dell'interno e ti
avrebbero spezzato la schiena sui campi. Ma io so riconoscere gli uomini giusti. E tu lo sei, Rosso, non saresti sopravvissuto se non lo fossi stato.
Dovrei forse ringraziarti?
Si strinse nelle spalle: Il tuo cuore ti ispirer. Ma parliamo di affari, adesso. Che mi dici del corallo?
E l'uomo che l'ha scoperto?
Il Grifo pass la mano piatta all'altezza del collo con indifferenza.
Capisco. Quali sono i termini dell'accordo?
 un affare che n tu n io possiamo gestire da soli. Nei nostri paesi le tasse sono esagerate; unendo le forze le eluderemo entrambe e guadagneremo molto di pi. Due mani lavorano meglio di una sola. Tu hai la competenza di pesca, io le conoscenze giuste per venderlo ai mercanti orientali. Nessuno sospetter nulla e diventeremo ricchi. Met del raccolto alla mia barca, met alla tua.
Dov' il banco corallino?
Indic verso dritta. L. E proprio a filo d'acqua: non occorrono barche particolari e vistose. Basta immergersi. Voi che avete esperienza saprete come fare per non rovinarlo e qui dentro sarete al sicuro. Noi, fuori della baia, controlleremo che nessuno arrivi e ci procureremo del pesce che sar l'alibi per entrambi. A fine lavoro faremo conserva e divideremo pesce e corallo equamente. Se avrete difficolt a piazzarlo tutto a Larusina ve lo compreremo noi in cambio di merci pi commerciabili.
Chi ci assicura che tu non mi faccia fare la fine di quel pescatore?
Mi guard negli occhi: Essere veri uomini significa saper capire chi  degno di fiducia e chi no. E riconoscere i propri simili.
Sai parlare bene, Grifo. Ma nulla mi assicura che la tua lingua non sia biforcuta come quella delle vipere. Senza accorgermene la fioritura della lingua araba stava contagiando anche me. Devo prima parlarne con i miei uomini. Da solo.
Richiam la sua barca con un gesto: Certo. Traduci loro quello che ritieni giusto e decidi. Ma lasciamo entrambi i lumi accesi e nessuno faccia scherzi. Non c' forza n potenza se non in Allah, altissimo e grande.
Poco dopo, Tredita e Valanga mi ascoltavano attentamente, rigirandosi in mano il corallo a turno. Un banco a filo d'acqua era il sogno di tutti i pescatori e rappresentava una vera ricchezza. Soprattutto di quella qualit. Nessuno di noi aspirava ad allearsi con i barbareschi, non ci fidavamo. Per quanto mi riguardava, poi, una sorda rabbia a stento repressa affiorava ogni volta che guardavo il vecchio carnefice. Soppesammo i pr e i contro. Il contrabbando era prassi comune a Larusina come a Mustarrajla e gli ispettori controllavano tutti i navigli all'attracco, ma c'erano mille modi per raggirarli. Avremmo dovuto fare attenzione a non lasciarci travolgere dall'emozione e a non vantarci o a sfoggiare ricchezze improvvise.
Io gi sognavo a occhi aperti: tutti quei soldi mi avrebbero permesso di armare davvero una nave, di andarmene dall'isola. L'immaginazione a lungo sopita cominciava a farsi ricca di progetti e di idee. Non sarei stato pi il Rosso, lo schiavo liberato, aiutato per benevolenza da Mivida. Dovevo soltanto non essere avido, gestire in maniera accorta l'affare e non farmi soffocare da risentimenti personali.
Tredita conosceva un mercante molto interessato a ottimo corallo che, disse, non faceva tante domande sulla provenienza o sulla legalit di quanto gli veniva offerto. Questa dichiarazione mi conferm il sospetto che l'uomo a volte accantonasse per s, senza dichiararla, una parte del raccolto pescato per Bonorgo ogni estate.
Alla fine fummo d'accordo sul rischiare e fidarci. Almeno per quella volta.
Si stava facendo giorno.
Le alte pareti della scogliera sovrastavano l'insenatura incassata, dando ancora di pi un senso di oppressione. In fondo si apriva una spiaggetta con radi cespugli dove le mareggiate avevano ammucchiato legni, rami e rottami. La barca dei barbareschi rollava tranquilla e si vedevano gli uomini fumare e sonnecchiare rilassati.
Grifo, accettiamo la collaborazione. Ma non intendiamo mischiarci pi di cos con voi n stabilire alcun altro contatto.
Sembrava quasi che volessi rassicurare me stesso per primo, pensai sorpreso.
Il punto preciso in cui affiorava il banco era a ridosso dell'entrata a dritta.
Pretesi di tuffarmi per primo. L'acqua fredda per l'ora e la stagione quasi mi stord, ma nello stesso tempo fu una sferzata di energia. Limpida e trasparente permetteva una visione perfetta del fondale.
A sole tre braccia circa di profondit si apriva una vasta piattaforma orizzontale che terminava in una scarpata di cui si perdeva il fondo. Tutto il piano e un tratto lungo l'orlata erano ricoperti da una foresta di alberelli scuri avvolti da una lanugine bianca che si muoveva con la corrente. Lo spettacolo era stupefacente: abituato alla pesca dalla barca, con il congegno che spezzava e portava a galla i frammenti del corallo da profondit impossibili da raggiungere in altro modo, era la prima volta che vedevo il fiore degli abissi nel suo stato naturale.
Toccavo i rami incredulo, come per saggiarne la reale solidit: sembrava impossibile fossero rigidi e duri, cos simili alle alghe e nello stesso tempo cos diversi. Mi era sempre stato detto che si trattava di un'erba marina capace di pietrificarsi una volta estratta dall'acqua, ma ora la trovavo qui gi solida e rigida. La lanugine, costituita da quelli che sembravano minuscoli fiori bianchi, si muoveva in continuazione, e come avvicinavo le dita si ritirava e spariva.
A volte un ramo solitario si ergeva maestoso e contorto come un albero d'olivo in miniatura, altre il fiore degli abissi si articolava in pi fronde. Era uno spettacolo fiabesco di giardino sommerso, magico nella rifrazione blu dei raggi, fra pesci e granchi che si aggiravano qua e l.
Mentre mi asciugavo al sole primaverile, gli altri si immersero a loro volta per rendersi conto del lavoro. Ci eccitava poter intervenire direttamente sulla pianta, asportandola intera senza spezzarla e senza perderne parti nella raccolta casuale con reti.
A turno, con una piccozza a doppia lama, resistendo in apnea e al freddo il pi possibile, staccavamo battendo sulla roccia i rami a uno a uno, facendo attenzione a non romperli, e li raccoglievamo in una sorta di cestino costruito li per l con una rete e delle canne.
Lavoravamo in coppia, Tredita e Valanga, che nell'acqua perdeva i movimenti goffi e diventava agile e flessuoso come un'anguilla; io e un giovane pirata, Shukry, uno splendido ragazzo moro dagli occhi verde cupo, sveglio e intelligente. Era, a quanto capii, un parente del Grifo; la simpatia e la capacit di entrare subito in sintonia con me e con il mio modo di lavorare me lo resero amico in breve tempo, contro ogni aspettativa.
Gli altri pescavano con il palamite fuori della baia, davanti alla scogliera.
Il tempo di resistenza in immersione si accorciava via via che la giornata scorreva, ma era tale il nostro entusiasmo che smettemmo soltanto quando il sole scese a occidente e le rupi tutto intorno gettarono la loro ombra sulla superficie del mare, oscurandola e impedendoci di vedere sott'acqua.
Eravamo stremati e infreddoliti, ma non riuscivamo a staccare gli occhi dal nostro raccolto steso sul ponte della feluca cui dava il nome, rosseggiante di vermiglia bellezza. Giravamo e rigiravamo i rami perfetti in mano, non credendo quasi alla realt di quella fantastica mietitura, increduli della sua ricchezza e abbondanza.
In una giornata di lavoro avevamo preso quello che di solito ottenevamo in due settimane. Non c'era materiale
morto, cio staccato da tempo e giacente sul fondo, come spesso capitava nella pesca in profondit con le barche e i congegni: era stato colto nel momento del massimo fulgore.
L'entusiasmo del Grifo e dei suoi, quando rientrarono nella baia carichi di pesce, fu pari al nostro, anche se per il momento non capivano del tutto quanto fosse prezioso.
Lavorammo insieme tre giorni, sempre con lo stesso ottimo risultato, intaccando appena il fronte della balconata fiorita.
Dopo i primi contatti un po' circospetti fra i due equipaggi, l'atmosfera si rilass e cominciammo a sentirci soltanto uomini di mare a caccia di un tesoro, uniti dallo scopo comune e dalla segretezza conseguente, dimentichi di schieramenti politici e religioni.
Alla sera del terzo giorno il mare cominci a ingrossarsi. Era giunto il momento di sospendere e di tornare nelle rispettive citt. Dopo lunghe trattative dividemmo a mezzo sia il corallo che il pesce.
Il Grifo si offerse di vendere anche la nostra parte e di renderci i soldi in seguito, ma preferii appoggiarmi al contatto di Tredita. Quando i rapporti si fossero fatti pi stretti e di fiducia, avremmo potuto considerare altre ipotesi senz'altro pi redditizie per entrambi.
Dopo aver cancellato ogni traccia della nostra sosta sulla spiaggia sassosa, ci allontanammo nella notte dirigendoci verso direzioni diverse.
La rapidit con cui Tredita e Valanga risorsero il problema di far entrare il corallo di contrabbando, mi conferm che non erano nuovi a questo genere di avventure.
Mi guidarono a un imbarcadero nascosto, sulla baia a occidente oltre Larusina, in un paesino poco importante, non troppo lontano dalla citt n troppo vicino, oltre Porta Sirena. Qui un vecchio prese in custodia i barili senza dire una parola e noi rientrammo di buon mattino, a vele spiegate, in porto.
I funzionari trovarono a bordo soltanto il pesce. Pagato il balzello dovuto, scaricammo e ci dividemmo. Ma io avevo gi in mente un sistema per modificare la sentina in modo da creare un invisibile doppio fondo impermeabile.
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CAPITOLO 5.
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Da allora una volta al mese, come la luna nuova oscurava il mondo, se il mare lo permetteva ci riunivamo al gruppetto dei barbareschi nella baia nascosta e riprendevamo il lavoro.
Pian piano il rapporto con loro si rafforz e cominciammo ad apprezzarci a vicenda. Mi stupii nel trovarmi spesso, alla fine della giornata, seduto accanto al Grifo sulla spiaggetta a chiacchierare con lui come vecchi amici. Scoprivo in lui una saggezza e una cultura inaspettate che mi fecero intuire una storia personale ben pi complessa di quanto avessi fino ad allora creduto. Citava a memoria passi del Corano, spiegandoli e commentandoli, recitava testi arabi, antiche leggende e fiabe magiche. Mi tornarono in mente certe notti limpide e tranquille sulla galea, quando, lasciate da parte invettive e bestemmie, seduto a prua e incoraggiato da Sakr el Bahr, si era lasciato andare a canzoni e racconti. Persino noi schiavi li ascoltavamo senza neanche comprenderli del tutto, ma lasciandoci sedurre dalla musicalit e dalla nostalgia che ci suscitavano nel cuore.
Al suo confronto mi sentivo ignorante, non potendo ricambiare che con scarni racconti della mia terra, per lo pi leggende e favole di pescatori recuperate a fatica nella memoria. Fu in quel periodo che, in un tentativo di non sentirmi inferiore a lui, chiesi a Mivida di insegnarmi a leggere la lingua dell'Impero, in una fame di conoscenza che in seguito mi port molto lontano e che non avrei mai
immaginato mi sarebbe stata suggerita da un pirata barbaresco.
Spesso ormai barattavamo la nostra parte di corallo con merci che nell'isola avevano una richiesta d'acquisto maggiore: venderlo sempre allo stesso mercante di Larusina avrebbe generato una sospetta improvvisa abbondanza e la saturazione del mercato. In questo modo avviammo un discreto giro di contrabbando: foglie di tabacco ben compresse, oli pregiati, sete e spezie affluivano in citt, celati nel doppio fondo della feluca.
Bonorgo arm le sue coralline per partire verso occidente e ci convoc. Ognuno di noi invent una scusa per non imbarcarsi con lui.
Io riuscii a convincere Mivida a intercedere per me presso il marito e lei esaud la mia richiesta, anche se era sconcertata dall'atteggiamento che avevo assunto negli ultimi tempi. Per timore di essere scoperto ero diventato improvvisamente molto pi riservato del solito ed evitavo di mettermi in mostra. Mi capitava persino di denigrare e sminuire in pubblico la mia abilit con vele e pesca, tanto decantata prima. Agli occhi di Mivida sembravo preferire, a ingaggi redditizi, gite in barca con i miei due amici.
Dov' finita la tua ambizione? mi gridava esasperata nelle scenate che ormai non avevano pi come movente la gelosia ma la disillusione, preoccupata per le pose da sempliciotto che talora assumevo di proposito. Credi forse che io potr proteggerti e aiutarti in eterno? Salvare la pigrizia che sembra averti catturato? Perch ora il lavoro onesto non ti interessa e preferisci accontentarti di poco pi di un'elemosina?
Io cercavo di calmarla. Non potendo confidarmi, la scongiuravo di avere fiducia in me; poi, vedendo l'inutilit dei miei sforzi, lasciavo la casa e scendevo al porto sulla feluca a fantasticare del giorno in cui sarei arrivato carico d'oro e l'avrei sommersa di ricchezze.
Pass cos quell'estate e mentre il mio gruzzolo aumentava vertiginoso, ben celato in un nascondiglio noto
solo a noi tre, mi allontanavo in maniera impercettibile e senza rendermene conto sempre pi da Mivida.
Il nostro rapporto fu interrotto del tutto quando Bonorgo si ammal gravemente agli inizi dell'autunno.
La donna, che fino ad allora si era disinteressata al marito e alla sua salute, si scopr all'improvviso moglie devota e addolorata, restandogli accanto a curarlo notte e giorno.
Fui, con neanche tanto garbo, pregato di stare lontano dalla casa.
Sospettavo che l'atteggiamento, pi che dall'affetto sincero, fosse dettato dalla paura di essere buttata per strada senza un soldo: i figli da lui avuti in un precedente matrimonio, infatti, la sopportavano a malapena e non ne facevano mistero. Questa consapevolezza non mi diede per conforto, e ne rimasi ferito.
All'improvviso lei, che negli ultimi tempi era stata sempre meno presente nei miei pensieri, divenne al centro di ogni mio discorso. Non facevo altro che dolermi della sua crudelt e ne parlavo con tutti, persino con il Grifo.
Raggiunsi il fondo una sera in cui stavamo festeggiando il ritrovamento di un gigantesco ramo di corallo di una qualit rarissima e di gran valore. Reso loquace da una bottiglia di vino mi sfogai con lui, serio e del tutto sobrio; mi commossi e piansi fino alle lacrime ascoltando un suo racconto sulla crudelt delle donne e sulla loro slealt, per poi vergognarmi del mio comportamento una volta passata la sbornia.
La stagione della pesca termin. L'acqua divenne troppo fredda: era un rischio immergerci e restare in apnea a lungo; correvamo il pericolo di ammalarci o di rompere il corallo per la fretta e la scarsa visibilit.
L'ultimo giorno celebrammo la fine della ricchissima e proficua campagna con una battuta alle lampughe.
Le lampughe sono pesci particolari e pregiati, se pescati nella stagione giusta. Le loro scaglie, quando guizzano fuori dell'acqua, brillano d'oro e d'argento al sole come dei
gioielli viventi. Compaiono ad agosto in branco, lunghi quanto un dito di donna, tutti uguali, e pian piano crescono finch, a fine ottobre raggiungono le dimensioni di un braccio. Poi spariscono e il ciclo riprende l'anno dopo.
Congiungendo le forze, dimentichi delle nostre origini diverse, costruimmo dei cannizzi con rami di palma e galleggianti di sughero. Agganciata a essi una rete senza fondo, aggirammo il branco con le barche e lo catturammo, riempiendo entrambe le stive fino all'orlo. Chi ci avesse visto da lontano si sarebbe ben stupito: barbareschi e larusiani insieme a reggere la stessa rete, a incitarsi reciprocamente mescolando bestemmie di due diverse religioni.
Arriv l'inverno e per me divenne troppo scomodo vivere sulla feluca. Tredita insistette a che mi trasferissi da lui e io accettai, sebbene la moglie non gradisse per niente la situazione: fin dall'inizio mi aveva preso in antipatia, considerandomi un fannullone buono a nulla, capace solo di vivere alle spalle delle donne e di vantarmi; ora che vivevo a casa sua si rafforz pi che mai in queste convinzioni. Non sapeva nulla dei nostri traffici e non capiva perch Tredita perdesse tempo con me invece di imbarcarsi con capudan affidabili e seri. Molte volte, quando ormai mi ero coricato sul pagliericcio in uno stanzino laterale, sentivo la sua voce stridula salire e scendere di tono mentre si lamentava col marito. Temeva che con il mio esempio potessi portare alla rovina i loro tre figli giovanetti, mi accusava di insidiare le vicine e di causare vergogna alla famiglia che mi ospitava. Tredita non rispondeva neanche. Me lo immaginavo assentire con aria distratta ai suoi discorsi fino a che la donna taceva per stanchezza.
Durante il giorno, se mi incrociava, sbuffava, brontolava scongiuri segnandosi e lanciava occhiatacce, ma non osava attaccarmi a viso aperto. Da parte mia facevo il possibile per non incontrarla.
Quando il tempo permetteva uscivamo in barca a pesca o per incontrarci con il Grifo. Investita infatti parte del ricavato dell'estate nell'acquisto di merci preziose provenienti dall'oriente, continuavamo i nostri commerci di contrabbando. Avevamo ormai una rete sicura di persone prese segretamente al nostro servizio e gli ottimi guadagni ci incoraggiavano a diventare sempre pi audaci.
Per ben tre volte fummo sul punto di essere scoperti sia dagli sciabecchi dei pirati che pattugliavano il mare sia dai soldati addetti al controllo delle importazioni, ma l'abilit nella vela e una gran dose di incoscienza e faccia tosta riusc a proteggerci.
La nostra base era il porticciolo a occidente della citt: il vecchio dall'aria innocente, la cui baracca era diventata il magazzino e il centro del traffico a terra, si era rivelato un abile complice, del tutto insospettabile e riservato. Solo noi tre tenevamo i contatti con i barbareschi e ci incontravamo con loro, nessuno sapeva del corallo. Erano tutti convinti di essere coinvolti in un semplice, giro di contrabbando.
Con il ritorno della primavera, poi, ripresero con grande soddisfazione e guadagni le immersioni nella baia.
Che faranno i barbareschi non vedendoci?
Tredita diede voce al pensiero di tutti noi mentre guardavamo le flotte che si fronteggiavano e cannoneggiavano. In quel momento infatti, se non fossimo stati coinvolti nella sortita a Mustarrajla, avremmo dovuto essere alla baia.
Immagino che approfitteranno dell'occasione per saccheggiare il giacimento da soli. risposi amaramente.
Ero certo che avrebbero agito in quel modo. A volte ci stupivamo che non ne approfittassero a nostra insaputa, come, a essere sinceri, avevamo a volte programmato di fare noi senza mai deciderci.
Bisognerebbe riuscire ad avvertirli: se li catturano con la barca piena di corallo verr fuori tutta la storia. E di sicuro per salvarsi denunceranno noi.
 impossibile oltrepassare la barriera delle navi. E di qui ci vogliono due giorni di navigazione in mezzo a chiss quanti velieri e galee. Speriamo che siano abbastanza furbi da restare nella baia.
Quell'anno il gruppo dei barbareschi si era ridotto: due di loro non si erano pi visti, e il Grifo aveva cambiato la barca per una pi piccola e con minor equipaggio.
Quando avevamo chiesto notizie di Farid e di Karim, che oltretutto era impareggiabile nella pesca alle lampughe, il Grifo, scrollando le spalle, aveva fatto il consueto gesto con la mano orizzontale all'altezza del collo e lo schiocco dei denti.
La nuova barca, la Frusta dei mari, era molto simile alla mia feluca, tranne che per lo scafo meno affusolato; anch'essa aveva un doppiofondo stagno e invisibile che la rendeva perfetta ai nostri scopi.
Non potevamo far altro che aspettare la fine del combattimento, sperando di non esserne coinvolti e controllando che il Fiore degli abissi ancorato nel mare ribollente di cannonate e bordate non venisse ribaltato da un'ondata di traverso. Senza cannoni o armi come eravamo, neanche volendo avremmo potuto dare un grande aiuto.
Finalmente le navi dei barbareschi riuscirono a fuggire e a riparare dentro il porto di Mustarrajla, protette dai cannoni dei forti e dei moli che accolsero la flotta imperiale con bordate letali non appena fu a tiro dei loro colpi.
Il bottino era ingente. Sei galee erano state affondate e otto conquistate, senza contare gli sciabecchi, le fruste e le altre imbarcazioni di diversa stazza.
Non ci fermammo a guardare o a informarci sui morti e i feriti. Appena la situazione lo permise, approfittammo della confusione per veleggiare verso nord, doppiando la flotta che si apprestava ad assediare la citt.
Il mare era animato e la confusione grande: un paio di volte rischiammo l'abbordaggio da parte di galee imperiali, riuscendo appena in tempo a farci riconoscere come larusiani. Fra le tante notizie che volavano da una barca all'altra apprendemmo che c'erano state numerose scaramucce lungo tutto il braccio di mare fra la terraferma e l'isola e che molte feluche e sciabecchi di pescatori barbareschi erano stati catturati e condotti in citt.
Virammo allora in fretta in direzione di Larusina, senza arrischiarci troppo a settentrione, pronti a prendere qualsiasi decisione a seconda di quello che avremmo trovato in porto.
I moli erano affollati, caotici, in piena anarchia; i funzionari della dogana, di solito cos solerti nel controllare chi entrava e chi usciva, non si curarono neanche di noi. Dopo aver attraccato ci recammo subito verso la zona dove erano ormeggiate le imbarcazioni catturate e riconoscemmo la Frusta, leggermente danneggiata nell'albero e nelle vele, in mezzo a un capannello di curiosi.
Nazzarro, un pescatore ben conosciuto in citt, in piedi su una cassa, celebrava con enfasi la sua impresa sfoggiando un'appariscente fasciatura a un braccio.
... Eravamo in tre equipaggi e costeggiavamo la costa a settentrione alla ricerca di maledette barche di pirati quando, da dietro uno spuntone, ti compare all'improvviso questa feluca. Stracolma di feroci assassini. Non mi sono fermato a contarli, ma erano senz'altro pi di dieci... come dici, tu? Certo, la barca  piccola, ma era proprio stracolma. Stavano ammassati dietro le murate, armati di coltellacci e scimitarre... basta, silenzio, ascolta se vuoi sapere come  andata... Allora, ci gettiamo prima all'inseguimento, poi li abbordiamo. I bastardi invece di arrendersi subito ci attaccano a loro volta. Elvio, buon'anima, si becca una coltellata nella pancia che gli fa uscire tutte le budella; il Baruffa salta dietro a lui e un fendente gli stacca quasi un braccio. Mentre cade si afferra alla vela. Guardate. Proprio qui dove  strappata e sporca
di sangue. Tutto sembra perduto, sembra quasi che abbiano vinto loro... ma arrivo io. Ne afferro uno per la collottola e lo mando a sbattere contro l'albero, a quell'altro tiro un calcio nei coglioni, un terzo lo scanno come un cane... e la barca  nostra. Di tutti quanti i pirati che c'erano, io dico senz'altro una quindicina se non di pi, soltanto due si salvano: un gigante tutto tatuato, una montagna d'uomo impressionante che si  preso una bastonata a mezza schiena che gli far male per un bel po', e un ragazzino soffiante peggio di un gatto furioso. E quello che mi ha fatto questo squarcio qua. Se n' pentito per. Ah, se se n' pentito. Non ha pi la faccia dai calci che gli abbiamo tirato. In prigione. Chi chiedeva dove sono ora? Tu, Rosso? In prigione e dove vuoi che siano? E frutteranno anche una discreta sommetta di ricompensa, macch, Tredita, niente carico: solo qualche pesce, poca roba. Questi maledetti non avevano nulla. Vedendo come si difendevano, speravamo trasportassero chiss che, invece niente. Mah, che vuoi farci, non sempre va bene. Per la barca  sana, abbastanza nuova, un bel bottino, s, non possiamo lamentarci. Pagata la quota ai funzionari, il guadagno sar buono. Hai perso un'occasione, Rosso. Con la tua solita pigrizia immagino che sarai stato in panciolle in porto tutto il tempo, vero? Bisogna osare, lo dico sempre io, osare.
Ci dirigemmo subito alla costruzione adibita a Bagno Penale, dove regnava lo scompiglio pi completo. Si sentivano urla e gemiti, bestemmie e suppliche, e l'odore che mi colp alle narici persino da fuori richiam dolorose memorie che speravo sepolte.
Chiesi notizie a un soldato che conoscevo; lui si strinse nelle spalle: Che vuoi che ne sappia di un tatuato, Rosso. Con tutti gli schiavi che abbiamo qui. Sono gi pi di duecento e continuano ad arrivare. Fra poco anche i cortili saranno pieni.
Per giorni entrarono e uscirono dal porto galee e fregate, feluche e fuste, recando feriti e schiavi. I comiti delle galee, in catene, venivano lapidati nella piazza principale dagli schiavi liberati o da chi aveva perso un parente o un amico. La confusione e la violenza regnavano sovrane. Non c'era pi posto nella prigione; molti dei pi deboli o dei feriti venivano finiti in malo modo e i cadaveri, ammucchiati in fretta fuori citt, bruciati su cataste. Sembrava che una frenesia si fosse impadronita della gente e che la folla non riuscisse pi a frenarsi. Le soldataglie dell'Impero sbarcate dai vascelli, aizzavano la popolazione che per generazioni aveva vissuto se non collaborando, per lo meno sopportandosi con i pirati, e che ora si trovava a sfogare un odio non del tutto suo.
Dopo qualche giorno la nave ammiraglia entr in porto accolta da bordate a salve e scoppiettare di moschetti, lasciando parte della flotta a presidiare inutilmente Mustarrajla.
Spiegai il piano che avevo ideato ai miei compagni e, ottenuto il loro consenso, il mattino dopo mi recai al Palazzo del Governatore dove erano alloggiati l'Ammiraglio e gli alti ufficiali. Chiesi di essere ricevuto dal Capitano Sigarro.
Ebbi un po' di problemi a farmi considerare; infine un soldato, andato dopo lunghe insistenze a riferire la mia richiesta, torn ammettendo che il Comandante delle Guardie Francisco Sigarro, come ora era diventato, aveva concesso l'onore di vederlo e mi avrebbe ricevuto nel Salone di Rappresentanza.
La prima cosa che notai entrando nello stanzone furono i guerrieri armati di lancia che afferravano donne seminude in fuga, dipinti a grandezza naturale se non maggiore in affreschi grandi quanto le intere pareti; sullo sfondo una citt bruciava e cadaveri penzolavano dai bastioni.
Persone in carne e ossa riempivano la sala: gentiluomini con corazze d'oro e abiti di mille colori e dame traboccanti di sete e damaschi. Stavano seduti su poltroncine imbottite
o si aggiravano indolenti conversando fra loro. Molti mi guardarono con condiscendenza curiosa, mentre seguivo il soldato fino al nuovo Comandante, fastoso nella casacca ricamata con maniche sbuffanti e collo di pelliccia nonostante il caldo. Notai il rivoletto di sudore che gli colava da sotto il cappellone piumato.
Bene, bene, bene. Ecco il nostro valoroso pescatore. Signore, un attimo di attenzione, prego: ho il piacere di presentarvi l'uomo che ci ha aiutato a vincere i barbareschi. Un semplice pescatore che ha avuto l'ardire di condurci fin dentro il cuore della roccaforte del Sultano. Mi sentii arrossire, mentre le dame emettevano esclamazioni eccitate e apprezzamenti sfacciati al mio fisico. Un antico schiavo, signore mie. Sigarro continuava, esaltando il suo discorso con larghi gesti. Si era un po' avvicinato, come per mettermi paternamente la mano su una spalla, ma poi, appena si accorse che l'altezza era a suo totale discapito, si allontan in fretta tutto impettito. Uno schiavo liberato che  riuscito a vendicarsi e a restituire ai pirati il male che gli avevano fatto. Ti ho cercato nella baia, ragazzo, dopo la battaglia, e non ho pi trovato la tua barca. Avresti dovuto fare l'ingresso trionfale in citt al mio fianco.
Una dama dal viso bianchissimo su cui risaltavano gli zigomi, le guance e il mento tinti di rosso vivo, mi venne vicinissima fissandomi con occhi corvini e inquietanti come se avesse davanti un animale strano, quindi allung un dito arrotolandolo nei capelli che mi scendevano a mezze spalle.
Ma sono... rossi. esclam con una vocina da bambina.
Come se il suo gesto avesse rotto la sorpresa mi ritrovai, a disagio e imbarazzato, al centro di un capannello di figure rese quasi androgene dai corsetti che appiattivano il seno, lente nel movimento per il peso dei velluti e dei broccati intessuti di perle e pietre preziose. Mi giravano intorno, toccavano i capelli, i muscoli, i modesti abiti rattoppati da
pescatore. Profumi diversi si sovrapponevano e mescolavano, appesantendo l'aria fino quasi a soffocarmi.
Il tono salottiero del Comandante delle Guardie si fece sentire in mezzo al parlottio: Suvvia, signore, cos me lo confondete. E tu, andiamo, un po' d'animo, mio caro ragazzo. Vuoi farci credere che non saresti in grado di intrattenere queste graziose dame?
Una dama anziana, fasciata in un ampio abito marrone con strascico, una specie di turbante in testa e una grossa gemma nella scollatura quadrata che da sola di sicuro valeva quanto un carico di corallo, si fece avanti con fare autorevole e il gruppetto si disperse. Francisco, smettetela di scherzare Chiedetegli piuttosto cosa  venuto a fare qui da noi.
Vorr il suo compenso, vero ragazzo? Oro. Sollev un sacchetto rosso tintinnante, mostrandolo in giro. Ecco, pescatore, prendi tutta la mia borsa. Non conto neanche quanto c'. Amministralo con giudizio.
Qualcuno applaud e molti risero.
Schiarendomi la voce, mi arrischiai all'inizio titubante, prendendo poi sempre pi fiato: Se permettete, mio Signore, vorrei chiedervi un'altra forma di pagamento.Mi guardarono tutti stupiti, come se parlare fosse una cosa che non si aspettassero da me.
Il Comandante si rivolse agli altri: Uh, uh. Il pescatore ha delle pretese. E cosa pensate chieder? Che potrebbe mai volere, a parte l'oro?
Di nuovo qualcuno ridacchi.
Perdonate, Eccellenza. Fra i pirati catturati ho riconosciuto due degli aguzzini che quando ero schiavo sulle galee mi hanno perseguitato a sangue. So bene che l'Impero proibisce ai privati cittadini di possedere degli schiavi, ma non potreste assegnarli a me? Ho bisogno di due uomini sulla mia barca e sarebbe l'occasione di vendicarmi di quanto mi hanno fatto. Non sarebbero di mia propriet, soltanto in affido.
Ora mi stavano ascoltando tutti e molte dame, sentendo parlare di schiavit e aguzzini, lanciarono gridolini di eccitazione.
Come? Ci sono comiti che non sono stati lapidati come vuole la consuetudine?
Sigarro si era fatto serio. Mi affrettai a spiegare.
Non erano proprio comiti. Ci non toglie che mi abbiano fatto soffrire molto e che abbia un conto aperto con loro. Concedete che lavorino alle mie dipendenze, in modo da potermi rifare di quello che ho subito per causa loro.
Andiamo, Sigarro, accontentiamolo.
La voce, bassa, ironica, leggermente roca, fece girare tutti.
Seduta a un tavolino discosto dagli altri, una donna giocherellava con un fazzoletto ricamato. La punta delle dita che danzavano apparendo e sparendo dietro al lungo polsino calamit la mia attenzione. Poi lei sollev la testa e incontrai i suoi occhi: avevano il riverbero verde del mare, quando le nuvole della tempesta al largo creano riflessi cangianti sulla sua superficie e guardandolo dalla riva ti senti insieme attratto e respinto.
Si alz e mosse verso di noi. Seducenti tocchi di rosso scaldavano la pelle chiarissima del viso, una rete d'oro velava l'ampia scollatura su cui una collana di perle in pi giri dondolava a ogni movimento. Il corpetto appuntito sottolineava la vita strettissima dell'abito damascato verde incastonato di smeraldi, aperto poi in drappeggi ampi e gonfi. Un paggio si precipit a reggerle il lungo strascico che si svolgeva man mano che veniva avanti.
 stato schiavo e chiss quanto ha sofferto.
Un profumo penetrante di gelsomino mi avvolse.
Con tono di nuovo salottiero, il Comandante intervenne:
D'accordo, d'accordo. Hai conquistato tutte le Signore. Passa domani e avrai la bolla con l'ordine.
No, dovete farlo subito Portate carta, penna e calamaio..
La dama continuava a incatenarmi gli occhi con i suoi, mentre mi girava intorno.
Un valletto in livrea comparve subito con una pergamena e tutto il necessario per scrivere.
Avanti, Francisco, dettate l'ordine. Quali sono i nomi di questi... questi... come posso chiamarli? Bestie? Assassini? Hanno un nome proprio, questi...
Grifo e Shukry di Mustarrajla, mia signora, non so altro di loro.
Il valletto scrisse e il Comandante firm. Allora la dama prese in custodia il foglio, soffi sull'inchiostro, gi asciugato con il tampone assorbente, allungando il respiro e spostandolo in modo da sfiorarmi con esso, quindi mi mise in mano la bolla.
Ecco, ragazzo mio. Cos ti ricorderai della Marchesa di Feltria e Mondello.
Mi conged con un buffetto. Prima di allontanarsi fece in modo di sussurrare in maniera che soltanto io sentissi: Sei in debito con me, pescatore, prima o poi verr a riscuotere.
Lo spettacolo parve concluso e tutti si distrassero commentando la cosa fra loro e disperdendosi intorno.
Rimasi un attimo indeciso, poi, intercettati gli occhi improvvisamente duri di Sigarro che mi facevano cenno di andarmene, mi inchinai impacciato in una direzione imprecisata e quasi scappai dalla sala.
...
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CAPITOLO 6.
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...
Valanga e Tredita mi aspettavano fuori del palazzo. Avevamo l'ordine firmato, ora bisognava trovare i due barbareschi sperando che fossero ancora vivi.
Nella prigione il suono delle scudisciate e dei gemiti copriva le parole e dovevo urlare per farmi sentire dalle guardie agli ingressi. L'ufficiale che lesse il foglio era scettico:
Siete sicuri che questi due siano qui e che siano vivi? Prendetene due a caso, tanto...
Vogliamo proprio questi:  un ordine di Palazzo.
Vedo, vedo: la firma del Comandante delle Guardie Francisco Sigarro. La voce esprimeva rispetto.
Come facciamo a trovarli? Non tenete un registro con tutti i nomi?
Di solito s, ora per...
Uno  un uomo grande e grosso con un grifone tatuato sul dorso, l'altro un bel ragazzo moro.
Mi guard in modo strano: Non mi interessa l'avvenenza dei prigionieri e dopo il nostro trattamento qui te l'avremo rovinato un po' disse in tono malevolo. In ogni modo, fatti tuoi. Io eseguo gli ordini. Cercateveli da soli.
Ci affid a due soldati che condussero me e Tredita nel cuore della prigione.
La nausea mi serrava lo stomaco, mentre ricordi e immagini reali si mescolavano. Oltre l'ingresso assegnato alle guardie si entrava in uno squallido cortile rettangolare circondato da basse celle. In ognuna stavano ammassati
uomini in catene in un amalgama di corpi seminudi segnati da sangue, vomito e sporcizia rappresa, torturati dai tafani, con il terrore e l'angoscia negli occhi spiritati. Bestemmie, preghiere e urla si confondevano in un coro di lamenti. I soldati a suon di frustate, a volte del tutto gratuite, li spostavano per passare e per mostrarmeli. Qualcuno singhiozzava senza freno e allora una scudisciata e un'offesa feroce si abbattevano con forza sulla sua schiena. Era come se le percosse le ricevessi ancora io e le cicatrici che portavo sulla schiena ripresero a dolere una a una. Sentivo nausea, partecipazione e dolore, cercando di non far trasparire alcuna emozione all'esterno per non rendermi ridicolo agli occhi delle guardie. Passammo inutilmente nelle stanze intorno al primo cortile. Molti uomini erano accatastati all'aperto, presi a calci e bastonati nel passaggio, ma non c'era traccia di coloro che cercavamo.
Nel secondo cortile, Tredita, che non aveva mai visitato prima un Bagno Penale e che mi seguiva pallido come un cencio, decise che preferiva aspettare all'esterno e torn indietro vinto dalla puzza e dall'orrore. In una delle ultime stanzette sentii una voce chiamarmi con fatica. Prima che potessi intervenire l'aguzzino aveva gi frustato il grifone, aprendo un altro solco rosso nel disegno. Una parte di me non pot trattenersi nel gioire nel vedere la smorfia di dolore di chi mi aveva a suo tempo percosso.
Fermo. E questo uno dei due che cerco.
Mi guardai intorno, non vedendo Shukry.
 qui, Rosso. Il Grifo parlava a malapena, con un labbro spaccato che perdeva sangue; reggeva un corpo inerte.
Sono loro dissi, con autorit.
Guarda che questo qui non arriva vivo a domani intervenne uno dei due, pronto a rifilargli un'altra frustata.
Lo fermai. Ora  affar mio.
Sfilarono con indifferenza la catena dagli anelli di ferro alla caviglia degli schiavi.
Non potevo aiutare il Grifo senza perdere di credibilit, quindi lasciai che arrancasse trasportando il ragazzo dietro di noi.
Giunti nella stanza delle guardie firmai una pergamena, mi restituirono la mia che attestava l'affido degli schiavi e lasciammo la prigione riunendoci a Tredita e a Valanga in attesa all'esterno.
Al riparo della stiva del Fiore degli Abissi cercammo di curare le ferite dei due uomini.
Non c' forza n potenza se non in Allah. Ora, Rosso, sarai soddisfatto immagino. Ti consideri finalmente vendicato? Guarda che gli hanno fatto. Quale follia omicida ha accecato il vostro Impero?
Il tono del Grifo era profondo, lo sguardo torvo e cupo.
Riferii in fretta le nostre avventure spiegando il perch non li avevamo raggiunti alla Baia del Lamento.
Cos tutto questo  opera vostra? E merito vostro se la mia citt  sotto assedio, i miei averi irraggiungibili, il mio uomo morto e mio nipote in queste condizioni?
Abbiamo dovuto obbedire agli ordini. Siamo stati costretti. E non sapevamo neanche cosa avessero in mente di fare. Sembrava una semplice sortita e una missione segreta, mentre in realt era la miccia per scatenare una guerra.
Che magia avete compiuto per rapire una delle figlie del Sultano? Nessuno le ha mai viste, nessuno sa quante siano in realt: sono chiuse nel palazzo e guardate a vista.
Quel Capitano  sceso a terra con i suoi uomini; noi siamo rimasti sulla feluca. Qualcuno li attendeva al porto: accusa un traditore della tua gente, non magie diaboliche.
Certo, il Rosso  innocente, vero? Il Rosso faceva solo la guardia alla feluca. Nonostante i patimenti, riusciva a essere sprezzante.
E ora il Rosso ti pianta la piccozza in testa se non la fai finita. Ho rinunciato a un ricco compenso per salvarvi la vita.
Shukry gemette e ci distrasse dalla nostra schermaglia. Aveva il viso gonfio e tumefatto e non riusciva quasi ad aprire gli occhi, ma era cosciente e cercava di ringraziarci.
Taci. lo zitt sgarbatamente il Grifo. La benevolenza e la cortesia si nascondono spesso dietro la malvagit peggiore.
Lo conoscevo abbastanza per sapere che non voleva cedere alla debolezza di esprimere un sentimento vero.
Li lasciammo riposare e salimmo in coperta. Il sole caldo di luglio batteva sul legno e scaldava la stiva, ma non era nulla in confronto ai disagi della prigione dove erano stati negli ultimi giorni.
Evitando di guardarmi in faccia, Tredita chiese: Era cos anche per te, quando eri prigioniero dei barbareschi?
Mi strinsi nelle spalle senza rispondere: come descrivere l'esistenza che si conduce a bordo delle galee o nei bagni forzati a un uomo che non l'aveva mai provata sulla sua pelle? Vedere gli schiavi ai remi o frustati era una cosa, essere stato uno di loro un'altra ben diversa. L'orrore e i ricordi mi sommergevano e non riuscivo neanche a parlarne. In quel momento avevo negli occhi la trama delle stuoie marce dove mi coricavo durante gli inverni ad Al Ahbara, nelle stanzette lerce del Bagno Penale, cos identico a quello di Larusina da farmi salire le lacrime agli occhi. Incatenato ad altri dieci disgraziati, passavo le ore in attesa delle fruste e dei bastoni degli aguzzini e dello stesso Grifo che venivano a prelevarci al mattino.
Il sapore dell'acqua fetida che bevevamo mi torn in bocca con un conato.
Rabbrividii, volgendo lo sguardo intorno a me, nel placido pomeriggio estivo. Il porto era tranquillo: le barche beccheggiavano piano, si sentiva un marinaio cantare con voce stonata, accompagnato dallo sciacquio dell'onda. Scacciai con forza i ricordi.
Avevamo trasferito il Grifo e Shukry nella baracca di Valanga; il porto non era un posto sicuro per loro e la moglie di Tredita non sarebbe stata certo felice di ospitarli.
Per il momento non era pensabile raggiungere la baia segreta n il posto dove nascondevamo il nostro tesoro; in quel tratto di mare c'era un via vai continuo di navi e imbarcazioni imperiali, e non potevamo far altro che restare tranquilli in attesa di tempi migliori.
Mustarrajla intanto non cedeva. Nonostante i bombardamenti dal mare, cui rispondeva colpo su colpo, non sembrava disposta ad arrendersi. La notizia dell'arrivo imminente di una flotta barbaresca in soccorso proveniente da Al Ahbara aveva alla fine convinto l'Ammiraglio a ripiegare e a concentrare forze e risorse intorno a Larusina, abbandonando l'assedio.
Gli equilibri che da generazioni avevano permesso alla citt di prosperare, nonostante e grazie alla vicinanza con il territorio nemico, si erano spezzati; l'economia era in piena decadenza e il futuro di una sua ripresa incerto. Il Governatore era terrorizzato dall'ipotesi di un ritiro della flotta: se ci fosse avvenuto, tutta la regione si sarebbe trovata alla merc delle inevitabili rappresaglie. Per questo motivo concedeva ogni privilegio all'Ammiraglio e al suo stato maggiore per trattenerli il pi a lungo possibile a Larusina.
Erano passati circa venti giorni dall'assalto a Mustarrajla. Shukry si riprendeva: le ferite rimarginavano, la faccia si era un po' sgonfiata e gli ematomi sottopelle andavano riassorbendosi, anche se presentava segni neri e lividi ovunque e il naso aveva assunto un profilo diverso.
Il Grifo sembrava invulnerabile e perfettamente risanato.
Prima di essere catturati, ammisero a denti stretti, avevano raccolto del corallo nella baia, come avevamo sospettato, e l'avevano nascosto nel doppiofondo della Frusta. Nazzarro e i suoi utilizzavano la barca per la pesca e ci stupivamo che non l'avessero ancora scoperto, almeno
sentendo il puzzo penetrante che i rami emanavano asciugando. Pensai che il pescatore ne avesse approfittato senza denunciare nulla alle autorit, ma le discrete indagini che facemmo non portarono a nulla.
Il Grifo insisteva affinch, per rimediare al danno che ci attribuiva, trovassi il modo di riaccompagnarlo a Mustarrajla; ero in un certo senso attirato dall'idea di accontentarlo e di cambiare vita: restare a Larusina sembrava ormai quasi un azzardo. Regnava in citt un'atmosfera tesa e difficile, come se qualcosa dovesse esplodere da un momento all'altro. L'ordine pubblico era sconvolto: ovunque c'erano drappelli e ronde di soldati mercenari dell'Impero: a volte difendevano la popolazione, altre si lasciavano andare a soprusi. La linea di demarcazione tra difensori del governo e delinquenti era quanto mai labile, con le soldataglie sbarcate dalle navi.
Giravano strane voci sulla figlia del Sultano rapita da Sigarro con il nostro aiuto a Mustarrajla. Alcuni dicevano che era fuggita, altri la davano per morta, molti la cercavano nei posti pi impensati o mormoravano di una sua storia d'amore con il Comandante delle Guardie, sfociata nell'abiura da parte della principessa della religione musulmana. Era scoppiata una guerra per lei e molte delle navi barbaresche erano andate perdute nella battaglia navale, eppure non era stata mostrata in trionfo alla popolazione n si avevano notizie di riscatto: sembrava sparita nel nulla.
Una sera, mentre stavo attrezzando la barca per un'uscita di pesca prevista per l'indomani, una portantina, decorata da lussuosi stucchi dorati, avanz lungo la banchina e si ferm all'altezza della mia feluca. Gli schiavi in livrea verde deposero la struttura a terra e rimasero immobili come statue. Un ragazzo, anche lui con la stessa divisa, si avvicin:
Sei tu il Rosso? La mia padrona vuole vederti. Avanti, sbrigati. Non farla attendere.
Indic la lettiga, le cui tendine tirate si muovevano appena.
Scesi a terra e mi avvicinai: fra la stoffa apparve una mano bianchissima ricca di anelli. Il polsino di raso smeraldo ricamato d'oro arrivava fino alla punta delle lunghe dita dalla parte del dorso, mentre sotto si apriva a V lasciando libero il palmo. Il profumo di gelsomino mi arriv alle narici. La cortina si spost e incontrai gli occhi conturbanti della Marchesa di Feltria e Mondello.
Allora, pescatore. La voce roca aveva un tono intimo e sensuale. Sei stato cos occupato dalla tua barca da dimenticare l'appuntamento che avevi con me?
In realt non osavo sperare di avere un appuntamento con voi, mia signora.
Al di l delle tendine mi rispose una risatina divertita:
Sei in debito, te ne ricordi? Grazie a me ora hai due schiavi e, invece di farli lavorare al posto tuo e pagare quello che devi, ti comporti come il pi ingrato degli uomini.
Io sono al vostro servizio, mia signora. Ditemi come posso sdebitarmi e io lo far.
Dovresti sbrigarmi una commissione piccola piccola, mio affascinante pescatore. Segui il valletto: sa lui dove portarti.
La mano scomparve e la tendina si riaccost. Gli schiavi, a un segnale, ripresero le aste e si allontanarono.
Rimasi solo sulla banchina di fronte al ragazzo. Ci squadrammo a vicenda con ostilit.
Dove devo andare?
Vieni e lo vedrai. rispose quello avviandosi.
Feci un cenno a Tredita che guardava preoccupato e seguii l'altro nei vicoli. Prendeva per le stradine meno frequentate e pi strette, controllando ogni tanto che lo seguissi senza farmi avvicinare troppo, come per non dare nell'occhio e non far capire agli eventuali passanti che eravamo insieme.
Mi condusse fino alla piazza della Colonna Infame.
Qui, un secolo prima, la folla inferocita aveva lapidato uno dei pi influenti cittadini della citt. Era accusato di voler vendere nottetempo Larusina ai barbareschi. Il Governatore aveva fatto erigere, a memoria del fatto, un alto pilastro con un'iscrizione. La famiglia del morto, desiderando nascondere la vergogna, un decennio dopo aveva costruito davanti alla colonna una fontana enorme, alta come un palazzo a due piani, con cinque bocche di leone spalancate che emettevano getti d'acqua in una vasca sottostante.
Il ragazzo spar dietro a essa.
Mi fermai interdetto. La zona nobile della citt era da un'altra parte e temetti un agguato. Avanzai circospetto.
Affacciato al vano di una porta, dietro la fontana, il valletto mi faceva cenni impazienti.
La scala era stretta, i gradini scheggiati e male illuminati da piccole feritoie protette da grate, le pareti scrostate. Sentivo il fiato del ragazzo sopra di me senza vederlo, finch arrivai a un uscio aperto ed entrai.
Suppellettili accatastate nella polvere e nell'abbandono indicavano che quel posto non era usato come abitazione da tempo, ma piuttosto come magazzino o rimessa. Un uomo anziano mi attendeva seduto su un divano avvolto in lenzuoli. Non l'avevo mai visto prima; dai modi altezzosi e saccenti capii per che doveva essere un servitore della nobilt, sebbene non indossasse la livrea.
Sbottai impaziente: Che significa tutto questo? Dove siamo?
Mi ero aspettato, basandomi sulla mia esperienza con le donne, che la Marchesa volesse da me ben altro.
Il vecchio mi studiava. Dimostrando di ubbidire malvolentieri a ordini superiori, rispose con voce supponente:
La nostra Signora ha reputato bene assegnarti un incarico di cui ha molto a cuore la riuscita. Non so cosa tu possa aver fatto per convincerla a fidarsi di te. Stai attento, perch se una qualsiasi cosa andasse storta, io negher di
averti incontrato e che tu abbia avuto a che fare con Lei. Non potrai mai danneggiarla in alcun modo.
Mi accorsi che l'uomo, a mano a mano che parlava, tradiva un nervosismo e una paura incomprensibili. Sembrava restio ad affrontare il problema e guardava il valletto irrequieto.
Una bella prospettiva e un buon inizio di collaborazione. Qualcuno vuole degnarsi di dirmi qualcosa di pi preciso?
Fai poco lo spiritoso, pescatore, e ricorda che devi semplicemente obbedire e non porre domande.
Sempre meglio. E cosa dovrei fare?
Portare costui a Mustarrajla.
Indic un angolo della stanza.
L per l non vidi nulla, poi qualcosa si mosse nel raggio di sole che entrava di sbieco dalla finestra: distinsi la figura di un ragazzino magro acciambellato su una stuoia per terra. I capelli corti neri stavano ritti in testa e risaltavano nel pulviscolo della luce. Il viso era in ombra e non ne distinguevo i lineamenti.
Scoppiai in una risata aspra:  uno scherzo?
Tutt'altro. Devi riportarlo a Mustarrajla. Cerca lo sceicco del mercato dei tappeti Ahnesh. Ti presenterai a lui dicendo che offri del Corallo Bianco. Nessuno deve accorgersi del ragazzo, n qui n a Mustarrajla.
Devo davvero portarlo a Mustarrajla?
S.
Con il blocco della flotta imperiale?
S.
Tu sei pazzo.
Assolutamente no. La mia padrona sostiene che puoi farlo. Hai un debito con lei. E sarai anche ripagato delle spese. Estrasse un borsello e impil con calma delle monete d'oro in un angolo del tavolo ricolmo di oggetti polverosi. Dopo avermele mostrate una a una, le rimise nel sacchetto e lo intasc. Non avrai questo denaro, per il momento. Met te lo dar lo sceicco Ahnesh, insieme a un
oggetto per la mia padrona, e il restante la Marchesa in persona, al tuo ritorno, quando e se le consegnerai tale oggetto. Conservalo con cura, quindi, anche se non ne comprenderai il significato.
Ascolta, vecchio: non ho la minima intenzione di andare a Mustarrajla. Non mi interessa quanto denaro mi puoi offrire.
Il valletto fece un passo avanti intervenendo per la prima volta. Ti conviene accettare, Rosso, o vuoi forse essere denunciato? La vendita dell'oro rosso  molto redditizia, soprattutto se non si paga la tassa di pesca. Ma queste procedure un po' troppo disinvolte non piacciono alle autorit: sai come sono pignoli i funzionari. La Frusta del mare, la feluca dei tuoi amici pirati,  pronta all'imbarco nelle medesime condizioni in cui  stata trovata. Soltanto il carico  stato momentaneamente trasferito. E non intendo parlare del pesce ormai marcio. Nessuno sporger denuncia quando non si trover attraccata alla banchina. Porta il ragazzo a Mustarrajla. Se non ubbidirai, potrebbero esserci guai seri per te e per i tuoi amici. Necessitano sempre schiavi vigorosi per le galee, e la loro nazionalit non  poi cos importante.
Il ragazzo aveva il volto e le fattezze di un sedicenne, ma nella voce, nel modo di fare e di muoversi, ne dimostrava almeno il doppio. Questo suo atteggiamento mi sconcertava e il fatto che lui fosse ben consapevole del mio disagio mi faceva sentire vulnerabile.
Il valletto continu: Prendi il ragazzo e vai. Niente domande, neanche con lui. Non indagare e non interrogarlo: non  affar tuo. Meno saprai, meglio sar per te. E fai attenzione: le guardie lo cercano e se i soldati lo riconoscessero sarebbe la fine.
And verso il ragazzo e lo tir in piedi. Era magro, piccolino, con una casacca e dei pantaloni troppo larghi che lo rendevano goffo e impacciato. Non portava anelli di ferro alla caviglia nuda.
E come pensate che io possa entrare a Mustarrajla?
Un sorriso antipatico apparve sulle labbra del valletto mentre spingeva la figurina verso di me: Sappiamo bene quanto sei pieno di risorse, Rosso. E anche i tuoi amici. Trovate il modo. Vi si offre la ricchezza e la libert su un piatto d'argento. Approfittatene.
Il sole era passato sotto le case dirimpetto, e nella stanza calavano sempre di pi le ombre. Non c'era molto che potessi dire o aggiungere.
A proposito concluse con leggerezza l'altro.  sottinteso che il tuo amico mutilato, quello che hai lasciato alla feluca, aspetter qui, insieme al carico della nave pirata.
Non potete fare questo.
Ma certo che possiamo. Dobbiamo tutelarci dagli scherzi che puoi giocarci. In questo momento sono entrambi in un luogo sicuro e in ottime mani. Se ti atterrai al piano, alla fine sarai pi ricco di prima, potrai godere libero dei tuoi amici e della benevolenza di una dama che, lasciatelo dire,  molto al di sopra di quanto tu abbia mai potuto aspirare.
Ci sono altre sorprese che devo scoprire?
No,  tutto qui. Un compito facilissimo, da portare a termine in fretta e senza fare domande. Vai, ora. E attento a non fartelo scappare. Hai dieci giorni di tempo per tornare indietro, ricorda.
Presi il ragazzo per un braccio. Non faceva resistenza e appariva spaurito, del tutto rassegnato e indifferente alla conversazione come se non la capisse.
Mi precipitai furioso al porto.
La feluca beccheggiava tranquilla e Tredita era scomparso. Un marinaio mi rifer che due tizi erano saliti a bordo e, dopo aver parlato per un po', si erano allontanati verso la citt con lui.
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CAPITOLO 7.
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Arrivammo alla capanna di Valanga senza scambiarci una parola, io davanti e il ragazzo che arrancava dietro la mia larga falcata.
Mi sentivo umiliato per essere stato incastrato cos. Cominciai un racconto confuso degli avvenimenti, met nella lingua dell'Impero, che Shukry capiva poco, e met in quella dei pirati, che era invece Valanga a non conoscere bene.
Il ragazzino seduto per terra, come sent il barbaresco si fece attento e a un certo punto scoppi a piangere con enfasi: Per la gloria di Allah, abbiate piet. Non riportatemi a Mustarrajla. Non  questo che ha chiesto la Signora. Non potete tradire la parola che le avete dato.
Il Grifo gli moll un ceffone che lo fece cadere all'indietro, interrompendo all'istante i gemiti e lasciandolo terrorizzato con il sangue che gli colava dal naso.
Ai nostri sguardi carichi di disapprovazione, il pirata brontol allargando le braccia: Non capivo neanche quello che dicevi, da quanto frignava. I bambini dovrebbero essere educati meglio. Prosegui, avanti.
Feci un cenno a Shukry che si alz e lo prese per un braccio: Forza, vieni fuori con me a lavarti il viso e a mangiare qualcosa.
Uscirono all'esterno.
La baracca era ingombra di ogni genere di merce: vele, barili, reti, casse piene degli effetti personali e di abiti vecchi che Valanga raccoglieva qua e l rivendendoli a
poco prezzo. C'entravamo a malapena, seduti per terra o sul rozzo pagliericcio, mentre sull'unico sgabello stava accomodato il padrone di casa, che rivendicava quel solo diritto.
 chiaro: hanno trovato il corallo sulla Frusta, ma sono stati zitti per ricattarci.
La Marchesa deve essersi insospettita per l'interesse che ho mostrato verso voi due. Avevo capito che era a caccia di emozioni, credevo per fossero di altro genere.
Il tuo fascino con le donne ristagna, Rosso? Sei preoccupato? Fidarsi di loro  come fidarsi di serpenti velenosi. Che Allah le maledica. Tredita e l'ultimo carico di corallo come ricatto: hanno potenti mezzi contro di noi.
Ricordati per che promettono anche altro oro: il vecchio giocherellava con almeno quaranta ducati. Non  una grossissima cifra, ma neanche una miseria.
Il valore di quaranta ducati d'oro era quasi met di quanto avevo gi accantonato solo in quell'inizio di stagione.
Conosco lo sceicco del mercato dei tappeti. Commercia tappeti ma anche tante altre merci senza alcuno scrupolo. Ha fama di malvagit e cupidigia e io me ne sono sempre tenuto alla larga: fare affari con lui equivale a rimetterci tre quarti del guadagno. Ha tentato di avvicinarmi, questo inverno, una volta che stavo partendo verso l'interno con il carico d'oro rosso: deve aver avuto dei sospetti. Ma, per la mano del Profeta, non gli ho mai dato modo di sorprendermi. Non capisco perch darsi tanta pena per quel moccioso: mi sembra ben poco interessante da vendere come schiavo.
Sar figlio di qualche personaggio importante. Sono stati molto chiari nell'insistere che non dovevo interrogarlo.
Lasciamo fare a Shukry: entro stasera ci dir tutto. Sa come far parlare le pietre silenziose. Se davvero ci fosse una famiglia influente di mezzo, potremmo trattare
direttamente, tagliando fuori il vecchio Ahnesh, e ricavarne molto di pi.
E Tredita? Per la sua liberazione dobbiamo consegnare un oggetto che lo sceicco ci dar.
 cos importante la sua vita da rischiare tanto e rinunciare a un buon guadagno? Il carico della Frusta  un altro discorso... vedremo.
Non intendo abbandonare Tredita al suo destino.
Sar quello che piace ad Allah. Quello che mi importa, in questo momento,  di tornare a Mustarrajla.
Valanga, in silenzio fino ad allora, intervenne: Come faremo ad attraccare nel porto senza farci scoprire?
Ci pensa il Rosso: non  forse lui il genio che  entrato di notte generando tutto quel trambusto?
Il segnale giusto lo conoscevano il Capitano Sigarro e i suoi uomini. Io ho solo guidato la feluca.
Tranquillo, so io come fare! Assedio o non assedio, non  certo la prima volta che devo entrare in citt senza farmi notare. A costo di scomodare geni o angeli, arriveremo da quell'usuraio.
Pi tardi Shukry rifer che il ragazzo si chiamava Salim, ma che, oltre a questo, non aveva saputo altro.
Sta molto attento a quello che dice e a non farsi strappare informazioni. E ha paura. Una paura folle di qualcosa, non soltanto di tornare a Mustarrajla. Non capisce bene il larusiano, per  pi furbo di quanto non voglia farci credere. C' un'altra cosa che ho notato: da come parla, dalle espressioni che usa, sembra istruito e colto; e quelle manine delicate, di sicuro non ha mai fatto alcun lavoro manuale. Quanto  ingenuo, per. La tua Marchesa lo ha proprio incantato. Rise con malizia. Crede che lei lo salver perch gli vuole bene. Povero bambino.
Al mattino mi recai con Valanga e il Grifo in citt; superammo con facilit il controllo alle porte, che durante il giorno era molto blando. Al porto nessuno ci ferm, e quando ci dirigemmo verso la Frusta i pescatori delle
barche vicine non alzarono neanche la testa. Tutto era a posto, persino la cambusa era stata rifornita e le vele riparate, ma il doppiofondo della stiva era vuoto con un vago odore, ancora, di corallo bagnato.
Veleggiammo verso settentrione dirigendoci verso il porticciolo del villaggio oltre la Porta Sirena, dove recuperammo Shukry e Salim.
Liberai i due schiavi spezzando il ferro che portavano alla caviglia. Al ragazzo dissi che andavamo a pesca e lui sembr crederci. Cercava di rendersi utile, ma era la prima volta che saliva su una barca e bisognava controllare che non si mettesse nei pasticci o non cadesse in acqua, visto che non sapeva neanche nuotare. Cercava di farsi benvolere da tutti e di evitare il pi possibile il Grifo, sebbene su una barca di dodici braccia la cosa fosse piuttosto difficile.
Aveva i tratti del viso delicati, con un naso piccolo e caldi occhi color nocciola. La pelle, pallida come se non fosse mai stata esposta al sole, si tinse presto di rosso sotto il riverbero caldo. Guardandolo mentre manovrava le vele con Shukry e rideva, mi sorpresi a notare la carnalit delle labbra di corallo su cui risaltavano i denti perfetti. Mi irritai quando le parole di una canzone che il Grifo soleva cantare la sera, se era in vena di sentimentalismi, mi tornarono alla mente:
Il suo corpo, pi dritto di una lancia, genera invidia ai salici d'Egitto. Leggiadra la sua voce mi accarezza come zeffiro i fiori del giardino. Il nero dei capelli sembra notte che prelude al mattino della gioia e dolce pi del miele  la saliva fra le perle lucenti dei suoi denti. L'aurora ha prestato la sua luce, il tramonto ha ceduto il suo mistero.
Invece di starsene tranquillo in un angolo, questa zecca  sempre in moto. brontol Valanga mentre mi passava accanto, distogliendomi dai miei pensieri.
Con la scusa della pesca controllavamo la zona e il traffico delle navi: molti pescherecci andavano e venivano, e incontrammo galee e vascelli militari soprattutto nella zona intorno all'isola. Allontanandoci verso settentrione il mare era pi libero, anche se ci limitavamo a pescare senza arrischiarci fino alla Baia del Lamento. Virammo solo a sera verso mezzogiorno, contando di rifornirci di pesce prima di provare ad affrontare le acque intorno a Mustarrajla.
Il ragazzo per tutta la giornata non aveva mai accennato al futuro, si era rilassato e divertito, ma ora, vedendo calare il sole e dirigere la prua verso meridione, divenne inquieto.
Mio nobile signore, Shukry ha detto che saremmo andati ad Al Ahbara.
Era venuto al castello di prua, dove stavo fumando la pipa e meditavo con una gran nostalgia sulle morbide gambe di Mivida. Borbottai qualcosa per tenerlo tranquillo.
Ma stiamo andando a mezzogiorno. insist.
Non devo certo render conto a te della rotta.
Ma non erano questi gli accordi presi con la Signora.
Chi ti dice che non stia obbedendo ai suoi ordini?
Lei mi vuole bene e vuole salvarmi dalla schiavit. Come dice il poeta.
Non mi interessa un accidente del tuo poeta. Ti fidi tanto di lei? Allora non fare pi domande, dormi e stai zitto.
Per qualche minuto si sent solo lo sciabordio dell'acqua.
Permettimi di restare con voi sulla barca: diventerei un ottimo marinaio.
Certo, come no. Non distingui una scotta da una bolina.
Imparerei. Mi potete insegnare. Sono veloce ad apprendere. Hai visto quante cose sono riuscito a fare oggi? Devo soltanto stare un po' qui con voi e imparare.
Anche la lingua di Larusina: se parlate lentamente, qualcosa capisco gi. Sono disposto a tutto. Non riportarmi a Mustarrajla.
E perch non dovrei? Che c' laggi che vi fa tanta paura? Hai fatto dei torti a qualcuno?
Rabbrivid nel vento caldo, fissando il mare lontano. La luce della luna calante illuminava il profilo perfetto del suo viso e sentii un tremore corrermi lungo la schiena. Spostai rapidissimo il pensiero al ricordo dei seni avvolgenti di Mivida. Un sospetto insensato mi attravers la mente e lo cacciai.
Luccicavano delle lacrime nei suoi occhi, ma quando parl era calmo: Non posso tornare laggi. L sarebbe davvero la schiavit. Di nuovo. E assoluta, senza speranza. Ti prego, capudan. Lavorer per te, sar il tuo schiavo, esaudir ogni tuo desiderio. Se mi chiederai gli occhi, li caver dall'orbita per te.
La tua cara Marchesa tiene il mio amico prigioniero come ostaggio al posto tuo. Se non ti consegno lo uccideranno.
Salim si avvicin ancor di pi, prese la mia mano e, stringendola, la port alla bocca baciandola. Mi manc inspiegabilmente il fiato.
Ti prego...
Piangeva piano, bagnando il palmo di lacrime. Mi sentivo confuso e frastornato. Era assurdo che provassi delle emozioni cos forti nei confronti di un ragazzo e ne ero infastidito. Alzando gli occhi incontrai, o meglio indovinai, lo sguardo sardonico del Grifo a poca distanza ed ebbi uno scatto d'ira.
Insomma, basta, falla finita.
Liberata la mano, spinsi via il ragazzo che rotol sul ponte. Mi alzai e mi diressi verso il pirata; chiesi notizie del corallo che era stato trovato nella stiva della Frusta.
Non era un carico eccezionale: eravamo in tre a lavorare quella volta e solo Shukry era esperto. Per, visto che d'altra parte non va diviso,  sufficiente.
In che senso non va diviso?
Avevo voglia di litigare e quello era un argomento perfetto.
Per il manto del Profeta, quel carico  nostro. Mio e di Shukry. Lo abbiamo pescato da soli, mentre voi eravate impegnati a giocare alla guerra.
Siamo una societ, Grifo, a tutti gli effetti. E oltre a tutto tu sei uno schiavo. Mio, per l'esattezza. Per cui dovrebbe essere tutto soltanto mio.
Il barbaresco si stava divertendo a stuzzicarmi. Ma sentitelo. Non siete voi adoratori della Croce quelli che predicate contro la schiavit personale e dite che solo lo Stato pu possedere schiavi? L'Impero mi ha semplicemente affidato a te. Allora il corallo  dell'Impero, se non  mio. Non certo tuo.
Litigammo per un bel tratto, con soddisfazione di entrambi.
Pi tardi, tornato a prua per il turno di guardia, vi trovai Salim addormentato in mezzo alle reti bagnate, stanco per la fatica cui non era abituato. Un raggio di luna gli illuminava il viso disteso. Mi concentrai ancora una volta, con intensit, sul ricordo di Mivida.
Quando il ragazzo si svegli la mattina dopo e vide la costa lontana e noi impegnati a ritirare le reti e a sistemare il pesce catturato nella notte con aria tranquilla, si mise a saltare per la gioia.
Sia lode ad Allah il misericordioso. Allora ci hai ripensato, capudan? Non mi abbandoni pi? Mi porterai con te?
Negli occhi aveva una luce di speranza e gratitudine tale che mi sentii oltremodo imbarazzato e non risposi.
Ecco il Rosso dal cuore d'oro canticchi sottovoce il Grifo con aria indifferente. Salva i vecchi aguzzini e i bambini sperduti...
Smettila. C' Tredita in ostaggio, lo hai dimenticato?
... E i marinai rimbambiti. continu l'altro,
imperterrito, sulla stessa aria.
Si respirava un'anomala atmosfera sulla barca. Sembrava che il ragazzo, con la sua ingenua fiducia e quell'aura indecifrabile che lo circondava, avesse cambiato gli equilibri.
Anche Shukry avvertiva qualcosa di strano; era sempre appresso a lui per insegnargli qualsiasi cosa, come se gli stesse a cuore ben pi di quanto fosse normale. E io non capivo perch la cosa mi desse tanto fastidio. Quando mi ritrovai a seguire con gli occhi il profilo delle gambe e del bacino del ragazzo che si era sporto oltre la murata in una posa particolare, cercando di recuperare le reti, mi preoccupai.
Liberiamocene il prima possibile sentenzi Valanga. Quel ragazzo  un guaio.  un pericolo. Non so perch, ma sento che  cos. Guardate quel branco di gabbiani verso la costa: quando volano in quel modo prevedono sciagure imminenti. E quei branchi di tonni contro corrente. Date retta a me, sono tutti segni di sventura.
Era uno dei discorsi pi lunghi che aveva pronunciato da quando lo conoscevo. Stava guardando torvo Salim ridere a una battuta di Shukry. Ha qualcosa di sbagliato. Porta male, vi dico.
Il Grifo era del tutto d'accordo con lui.
Veleggiando verso mezzogiorno, incontravamo sempre meno imbarcazioni. Appena all'orizzonte apparve un grosso sciabecco pirata che il Grifo riconobbe da lontano, issammo la bandiera di Mustarrajla a poppa, nascondemmo gli abiti larusiani nel doppiofondo della barca e ci mettemmo bene in mostra, con i turbanti bianchi e le tuniche procurati prima di partire.
Il capudan, un uomo tarchiato e scuro, arrivato a portata di voce ci salut stupito: Per il Misericordioso, Grifo, sei tu? Grande e Potente  Allah.
Salute a te, amico mio. Siamo finalmente in acque amiche? Sei la prima imbarcazione che ho incontrato con la bandiera del Profeta.
Dov' Sal? E chi sono questi altri imbarcati con te? Non li ho mai visti prima.
Sal  morto in un abbordaggio, che siano maledetti i cani rognosi che l'hanno ucciso. Ho raccolto questi tre sulle coste di settentrione, ben oltre Saiquaton, dove mi sono rifugiato: la loro barca era naufragata e loro strisciavano e gemevano come conigli fra i cespugli, tremando all'idea di incontrare gli infedeli. Ma sono credenti dell'unico Dio, sia lode a Lui.
Rise sommesso a un mio grugnito. Stavo lavorando alle reti, a testa bassa e con fare sottomesso.
Per il mio turbante, sei stato fortunato e hai rimediato un bell'equipaggio. Costoro dovranno anche pagarti la ricompensa per essere stati salvati.
 vero, non avevo considerato la cosa sotto questi termini. Interessante.
Bada, Grifo, non tirare troppo la corda bisbigliai sottovoce, mollandogli di nascosto un calcio. Altre imbarcazioni con i colori di Mustarrajla comparivano all'orizzonte.
Siete riusciti ad attraversare il blocco.  strano e sospetto di questi tempi.
Che significa, Ali? Dubiti forse di me? Della mia parola e di quella di mio nipote?
Che Allah sia testimone: nessun dubbio. Non io. Ma la sfiducia regna in citt: gli infedeli sono riusciti a penetrare nel palazzo del Sultano e ancora il nome del traditore o dei traditori che li hanno aiutati non sono saltati fuori.
Quindi entrare a Mustarrajla  difficile?
Dipende da cosa trasporti, da chi sei e da quanto sei disposto a pagare.
Alcuni delfini guizzavano argentei poco lontano.
Galee stazionano al largo e all'altezza dei fari, esternamente al porto, con l'incarico di interrogare chiunque voglia entrare nella baia. Se hai oro da offrire, i controlli sono molto pi veloci. Bisogna poi farsi
riconoscere sia dai guardiani dei fari che dei bastioni. Entrati in porto, infine, ci sono i doganieri; ma per quelli c' sempre Marcel. Tutte queste ispezioni sono fatte contro i cani infedeli, anche se rendono la vita dura a noi, credenti del vero Dio, che cerchiamo di sopravvivere.
Una imprecazione sonora sanc il discorso.
Hai merce interessante? chiese poi.
Pesce, per ora. Conto di armarmi e di partire per prede migliori.
Sei tornato al momento giusto. Le opportunit di profitto e di guadagno sono veramente tante. E affari ben pi interessanti della pesca. Si preparano tempi duri per quei traditori adoratori della Croce di Larusiani. Hanno osato sfidare il Sultano, ma presto sentiranno il sapore della sua vendetta. Che Allah non perdoni mai quello che hanno fatto e che li faccia morire nelle sofferenze peggiori.
Dopo averlo lasciato, il Grifo si fece pensieroso. Mi fece cenno e ci appartammo a discutere e a considerare le nostre possibilit e i nostri piani.
Il tratto di mare intanto si riempiva di navi. Tre grosse galee controllavano le feluche e le altre imbarcazioni dei pescatori, incrociando nel mare aperto.
Salim sedeva a poppa; guardava le navi e il mare con l'aria abbattuta e spaventata. Shukry si avvicin ed esord incerto: Sentite...
Assolutamente no lo interruppe il Grifo, senza neanche alzare il capo e continuando il discorso con me.
Ma insomma, ascoltate almeno.
Non si pu fare. Anche io, tra lui e Tredita, scelgo il larusiano. E i quaranta ducati d'oro. E il corallo. Non c' nulla da discutere.
Portiamolo l, facciamoci dare quello che deve darci lo sceicco, uccidiamolo e ripartiamo.
Per la barba del Profeta, basta con questo cicaleccio da donnette. Ma ragiona: ti pare possibile?
Tentiamo, almeno.
Il Grifo alz il capo e guard fisso la figurina a poppa strizzando gli occhi contro il sole: Ma cos'ha quel ragazzo che vi rende tutti pazzi?
Nessuno mi rende... Io e Shukry rispondemmo in coro, bloccandoci subito imbarazzati senza guardarci.
Poi io ripresi: Non c'entra il ragazzo, Grifo.  tutta la situazione che  strana.
Tenni per me un dubbio troppo assurdo per poter essere considerato.
Il Grifo non mi bad neanche: Non c' forza n potenza se non in Allah. E speriamo che lui abbia pi buon senso di voi. Pensiamo a cose pi importanti. Allora: io sono il capudan della barca, voi il mio equipaggio. La storia su come io e Shukry vi abbiamo trovato  quella che ho raccontato ad Ali. Venite dal settentrione. Valanga  muto e tonto, tu bada all'accento. Si sente subito che non sei un barbaresco. Proveremo a dire che provieni da Al Kenz-Ahlem, cos da spiegare anche l'altezza. I capelli rossi nascondili meglio sotto il turbante, per Allah, non vedi che sbucano tutti di lato? Non capisco che gusto abbiate voi infedeli a non radervi il capo e a lasciare invece le chiome lunghe come quelle delle fanciulle. Quegli occhi chiari l saranno un problema, ma per fortuna ogni tanto si incontrano anche da noi.
Cos' Al Kenz-Ahlem?
La citt barbaresca pi a settentrione che si conosca, pi vicino di certo alla tua terra d'origine che a questa. Fece una pausa e quando riprese non c'era cattiveria nella sua voce. Te la ricordi ancora, la tua terra, o l'hai dimenticata sui remi? A volte succede.
Mi sentii quasi schiaffeggiato da ricordi e da immagini lontane. Deglutii e parlai con la voce pi ferma che mi riusc trovare: Bene. E il ragazzo?
Ehi, tu, vieni qua. Questa volta devi essere sincero, te ne pentiresti amaramente in caso contrario. Quanto sei conosciuto in citt? Quanti possono riconoscerti per strada o nel porto?
Nessuno rispose, sicuro. In assoluto, nessuno.
Le guardie? Parenti, amici?
Scosse la testa.
Ma dove vivevi?
A Palazzo. Sono sempre vissuto nel Palazzo del Sultano confess alla fine, a voce bassa.
E perch.?
Ti prego, capudan, non farmi tornare laggi. Per amore di Allah o del tuo Dio, tienimi con te. Qualsiasi cosa, chiedimi qualsiasi cosa...
Troncai in modo brusco quel discorso che mi metteva a disagio: Basta, o ti taglio la lingua.
Una fusta si accost e il comandante grid: Salute e bene in nome di Allah. Qual  il vostro nome?
Ghassan ibn ar-Rabi, figlio di Mustarrajla, padrone di questa feluca.
Non l'abbiamo mai vista nei giorni passati. Sali a bordo per spiegare meglio chi sei e da dove provieni.
Passami la borsa con l'oro bisbigli il Grifo, mentre calavamo in mare la lancia. Avrei voluto andare anche io, ma l'occhiataccia che mi rivolse, quando stavo per aprir bocca e protestare, mi ridusse al silenzio. Dopo un'ora torn con due armigeri.
Io li salutai con enfasi appena li ebbi davanti. Non c' forza n potenza se non in Allah, altissimo e grande. Dio  grande e Maometto  il suo profeta. Gloria e onore a colui che pu ridare vita alle ossa anche se imputridite.
Forse esagerai un poco: mi guardarono stupiti. Sentii Shukry ridacchiare alle mie spalle e il Grifo commentare sbuffando a mezza voce: Ho un equipaggio particolarmente devoto.
I soldati non ribatterono. Dopo aver ispezionato con cura la stiva piena di pesce e controllato che a bordo non ci fossero armi n altro di sospetto, tornarono sulla fusta e ci lasciarono passare.
Altre due volte ci fermarono e altre due volte il Grifo sal a bordo delle navi barbaresche con la borsa, riportandola sempre pi leggera.
Non azzardarti a protestare sibil. E grazie alla bravata tua e dei tuoi amici se ora  cos complicato entrare a Mustarrajla; quindi zitto, o, per la testa del Profeta, ti ributto ai remi. La storiella del vostro salvataggio fa acqua da tutte le parti, senza quell'oro vi interrogherebbero subito. E non sparare frasi del Corano e sentenze a caso, quando proprio non ce n' bisogno.
Tacqui offeso.
Finalmente apparvero i moli delle fortificazioni di Mustarrajla. I due fari erano stati danneggiati dalle cannonate nemiche, ma si vedevano gi avviati i lavori di risistemazione dei complessi. Un'altra galea bloccava l'entrata del porto.
Come la vide, il Grifo lasci andare un'imprecazione.
Conosco il predone che la guida: non possiamo aspettarci niente di buono. Per Allah, proprio in lui doveva farmi imbattere. Quanti ducati abbiamo, ancora?
Imprecai anche io, senza sapere di preciso quale dio: Non rimarr pi nulla di questo passo.
Salute a te, Sharrkan. Che la benevolenza di Allah ti preservi sempre.
C'era molta ironia nella voce del Grifo.
La voce che piovve dall'alto era ironica e altisonante.
Ghassan ibn ar-Rabi. Che splendido incontro mi ha riservato Allah. Ti credevo nascosto al sicuro fra le gambe avvolgenti della signora dei piaceri che ben conosci.
Sentii il Grifo irrigidirsi e serrare i pugni, ficcandosi le unghie nella carne. Quando rispose solo il lampo duro degli occhi trad il nervosismo. Allah mi ha condotto sulle rotte settentrionali, proteggendomi dagli infedeli. Mi  concesso rientrare nella mia casa e vendere il pesce catturato con mille difficolt, o i risentimenti di un innamorato respinto e pieno di livore me lo impediranno?
Scoppi in una gran risata.Vuoi forse che scenda al tuo livello e per una puttana di cui il mondo, sia lode ad Allah,  pieno? No, misero pescatore: sono un rais, io, il comandante di una galea. Mi basta guardare il letame dove sguazzi per sentirmi soddisfatto. Un pescatore e un misero mercante: ecco cosa sei diventato, Ghassan ibn ar-Rabi. Passa. Torna alla tua misera vita e alla tua ridicola donna.
Persino il Grifo parve sorpreso della facilit con cui erano andate le cose. Orientammo i fiocchi e la randa e ci allontanammo.
Che Allah ti maledica. Il pavone, allargando le penne, mostra sempre il sedere. Lo sentii brontolare.
Ero sul punto di chiedere spiegazioni, incuriosito nonostante la situazione, ma lui mi fulmin prevenendomi. Anche Shukry, oltre la sua spalla, mi fece cenno di lasciar stare.
Eravamo a portata di voce del faro. Un armigero si sporse dal riparo del parapetto e url: Shukry, Grifo. Ehi, della Frusta, siete proprio voi?
Abbiamo anche degli amici, grazie al Misericordioso esult il Grifo, mentre il nipote rispondeva a gran voce con allegria.
Mi accorsi che anche da altre imbarcazioni arrivavano saluti. Scortati da voci e acclamazioni attraversammo l'avamporto, e la galea ormeggiata di fronte ai forti non ci ferm.
Al di l delle batterie costiere, Mustarrajla apparve nello splendore del crepuscolo.
Il sole, tramontando alle nostre spalle, illuminava di rosso la cupola d'oro del Palazzo del Sultano e i tetti smaltati delle moschee tutt'intorno a esso. Le scritte benaugurali blu cobalto dipinte sulle case intonacate nel fronte del porto si amalgamavano con il rosso dei fiori che pendevano dalle terrazze dei tetti. La foresta alberata delle imbarcazioni assiepate sui moli ondeggiava morbida nella risacca. Era bella, Mustarrajla, bella come una donna
proibita, mi ritrovai a pensare in un impeto sentimentalismo.
Il Grifo, sicuro e deciso, governava la feluca verso attracco secondario.
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CAPITOLO 8.
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Ormeggiammo davanti a un vecchio barbuto con una gamba sola e la pipa in bocca. Parlava fitto con due uomini, ma non appena vide il Grifo sollev una stampella in segno di saluto e liquid in fretta gli interlocutori.
Per la mano sinistra del Profeta, Grifo. Ancora vivo? C'era gi chi ti dava per spacciato.
Colui che mi deve sotterrare  ancora nella mente del Misericordioso, Marcel. Sulla feluca ho un carico di pesce. Dentici, saraghi e orate. E tutto tuo se fai bene il tuo dovere.
Indic tre grossi funzionari del Sultano che avanzavano sulla banchina chiacchierando amabilmente con questo e con quello e stringendo mani. Gli enormi turbanti con i due capi pendenti dietro ondeggiavano a ogni movimento della testa e le tuniche ricamate, sollevate da terra dalle prominenti pance dei tre, svolazzavano con grazia alla brezza della sera.
Marcel guard pensieroso la feluca: Il contrabbando di schiavi vale ben pi di quattro pesciolini.
Non vedo schiavi n pesciolini, Marcel. Non tentare scherzi con me. I miei compagni vengono da Al Kenz-Ahlem. Ho salvato loro la vita su a settentrione:  per merito mio se non sono schiavi. In quanto al pesce, non ti porto mica lumeghe d'agosto. Sali a bordo e d un'occhiata. Te l'offro tutto perch ho fretta di tornare a casa, e non per coprire traffici illeciti. Allah mi  testimone e tu mi conosci.
Vediamo, prima. Volete tutti imbrogliare questo povero storpio. Aiutami a salire.
Con un'agilit incredibile per le sue condizioni salt a bordo e, data un'occhiata in tralice a noi dell'equipaggio, controll la stiva.
I funzionari erano ancora lontani.
Ma s, si pu fare. Tutto sommato si pu fare. Ma proprio perch sei tu, Grifo, e perch ho un cuore grosso cos.
Andiamo, vecchio furfante, l'affare lo fai tu.
Brontolando, entrambi scesero a terra.
Per la custodia della barca il prezzo  un po' aumentato dall'ultima volta. Gli infedeli hanno preso a entrare in porto e a bruciare navigli a caso. Devo tutelarmi.
Ripresero a discutere. Intanto i funzionari ci avevano raggiunto: Che abbiamo qui? Marcel, che ci dici?
L'uomo divenne servile e ossequioso: Signori, Eccellenze, che Dio allontani da voi ogni pena, tristezza o preoccupazione. Cinque pescherecci stasera sotto la mia competenza. Tutti di credenti dell'unico Dio e onesti lavoratori, come sempre. E grazie ad Allah misericordioso, quest'oggi, giorno di giubilo,  anche rientrata fra noi con un carico di pesce La frusta dei mari che era stata data per dispersa.
Cercammo di allontanarci di lato, con un ampio inchino, ma uno dei tre, che sfoggiava dei lunghi baffi affusolati sul viso rotondo, alz una mano: Tu sei Ghassan ibn ar-Rabi detto il Grifo, vero? Riconosco te e tuo nipote. Ma, per Allah, non credo di aver mai visto i tuoi compagni. Chi garantisce per loro e da dove provengono?
Dio ti ispira giustamente, eccellenza. Il Grifo abbass il capo con finto rispetto. Sono nuovi di Mustarrajla, salvati da me a settentrione. Tre volte le galee al largo della citt ci hanno controllato e tre volte ci hanno concesso licenza di passare.
Allung una moneta d'oro con aria indifferente e con la stessa espressione l'altro la prese indicandomi.
Soprattutto quest'uomo. Da dove viene? Per Allah, come pu un uomo essere cos alto?
Mi feci avanti: Non c' forza n potenza se non in Allah. Provengo da Al Kenz-Ahlem, mio signore, e ho passato mille peripezie nel tentativo di raggiungere una terra amica. Non ultimo un attacco da parte delle navi dell'Imp. degli infedeli. Porto ancora sulla schiena le tracce delle loro fruste. Che Dio maledica chi mi ha fatto questo.
I tre si consultarono con gli occhi.
E gli altri due? Si paga per introdurre degli schiavi in citt, come per ogni merce che arriva.
Non sono schiavi, Allah ci  testimone. Uno  un vecchio pazzo muto. Lo porto con me perch, come voi sapete, a chi opera il bene per amore di Dio sono evitate settanta possibilit di cadere in disgrazia. Come ud la citazione, il Grifo alz gli occhi al cielo con un sospiro. L'altro  suo figlio giovinetto.
Prima che potessi continuare vidi la borsa con il resto dell'oro cambiare di mano e il funzionario fare un cenno per allontanarci.
Hai il garbo di un dromedario in un negozio di ceramica preziosa, Rosso.
Cosa ho fatto di sbagliato? protestai sottovoce, distratto.
Avevo intercettato lo sguardo laido con cui uno dei funzionari ormai lontani si era rigirato a fissare Salim che camminava, me ne accorgevo solo allora con fastidio, in un modo stranamente provocante.
Ci immergemmo nel dedalo di stradine e di traffici. La struttura della citt, come spesso succede nei centri marittimi, era costituito da una fitta rete di alte case addossate le une alle altre, con tratti di corridoi e portici brulicanti di umanit. Molti edifici erano stretti in un unico blocco e si passava da anguste strade ricavate nelle fondamenta stesse delle case, coperte e divise in navate da pilastri.
Il Grifo ci guid svelto e senza voltarsi nel labirinto variegato, denso di odori, suoni e canti.
Sbucammo d'un tratto in un vicolo pi ampio degli altri, contornato da lunghe panchine. Una rete di canne forniva ombra, e vasi sospesi pieni d'acqua profumata lo rendevano accogliente. In fondo, in un edificio alto e intonacato, si apriva una porta a due battenti laminati di rame rosso.
Il Grifo and sicuro verso di essa e buss.
Apr un nero di mezza et e i capelli grigi. Appena lo vide si inchin fino a terra gridando: Che sia lode ad Allah, grande Signore. Non c' stato in tutta la mia vita giorno pi fortunato di questo.
Sempre inchinandosi si fece da parte. Entrammo in un vestibolo diviso da archi da ognuno dei quali pendeva una lampada di cristallo. Il riflesso della luce batteva sulle pareti intonacate di bianco reso talmente lucido che ci si specchiava; nella parte superiore dei segni blu geometrici e complessi seguivano il profilo della stanza. Scoprii in seguito, quando imparai a leggere la lingua araba, che erano canti d'amore scritti in caratteri cubici, scrittura dotta e complicata. Il pavimento di marmo e mosaico, con disegni geometrici e illusioni ottiche, distorceva la realt piana apparendo come inclinato o infossato a seconda da dove ci si trovava.
Io e Valanga ci guardavamo intorno stupiti e Shukry ridacchiava della nostra sorpresa. Mi sussurr divertito:
Confessa, non ti aspettavi un posto cos, vero? E questo  ancora niente.
Lo schiavo ci precedette quasi correndo verso la fine del vestibolo, dove una tenda di raso rosso, con delle gazzelle ricamate in oro che circondavano una palma in argento, nascondeva il vano di una porta. La sollev eccitato.
Un grido di donna, il fragore di un vaso andato in mille frantumi e qualcuno abbracci il Grifo ostruendo il transito.
Shukry rise e ci fece entrare.
La sala era pentagonale, con grosse nicchie sui lati a destra e a sinistra e un'unica finestra di fronte rivolta verso un giardino lussureggiante. Drappi di seta indiana cangiante fasciavano le pareti e i divani disposti lungo il perimetro, arricchiti da cuscini ricamati e adorni di nappe argentate. Dal soffitto dorato pendevano lampade, bacili smaltati blu ripieni di acqua profumata e bracieri in cui bruciava aloe. Al centro, in una vasca, quattro leoni di granito gettavano dalle bocche spruzzi d'acqua argentata.
Una donna stava baciando appassionatamente l'antico comito. Ero esterrefatto: mai avevo pensato che il Grifo avesse una moglie o una famiglia e quell'atmosfera sembrava cos poco corrispondente alla sua immagine da lasciarmi senza parole.
La donna, come se non bastasse, era splendida. Non giovanissima, aveva piccole rughe che le incorniciavano la bocca; gli occhi color ambra e riccioli castani con riflessi ramati avvolgenti come una corona le conferivano ancora pi fascino. Il corpo perfetto era fasciato da una tunica celeste ricamata in oro che ne accentuava le forme. Poche volte avevo visto una donna tanto bella, ben pi di Mivida, ben pi della Marchesa, e la fissavo con stupore baciare, abbracciare e stringersi al Grifo.
Amato del mio cuore, luce dei miei occhi. Tre volte sia lodato Allah il magnifico che ti ha riportato a me sano e salvo.
Come, cara zia, tutte le effusioni a lui e nulla a me? Forse che il Profeta non ha protetto anche me? Shukry, scherzando, reclam la sua parte di attenzioni.
Io, Valanga e Salim ci tenevamo in disparte, imbarazzati dalla scena familiare a cui assistevamo. La donna ci vide e fece un gesto con la mano dipinta con l'henn a coprirsi il volto. Le dita che terminavano con unghie smaltate di blu, cos lunghe che era impossibile non notarle, velarono un attimo il suo profilo.
Chi sono questi uomini estranei che hai condotto davanti a me?
Luce dei miei occhi, sono amici, compagni miei e di Shukry. Accoglili ti prego con la stessa benevolenza con cui accogli noi.
Era davvero il Grifo l'uomo che parlava cos, lo sguardo sognante e il fare rilassato?
La donna ebbe un guizzo ardente negli occhi che mi strinse il cuore di invidia. Pi tardi. Riserviamo i discorsi ai giorni seri e le lacrime a quelli tristi, oggi l'unico desiderio che ho  il piacere disse, disse e lo trascin in un'altra stanza.
Due schiave in abiti leggeri che svelavano ben pi di quel che nascondevano, entrarono e si inchinarono baciando la terra davanti a noi. Si rivolsero quindi a Shukry sdraiato su un divano: Mio Signore, sia benedetto Allah per il tuo ritorno. Prepariamo subito il bagno per te e per i tuoi ospiti.
Shukry ci spieg: Mia zia ha al suo servizio delle esperte massaggiatrici: vi assicuro che il tocco delle Uri del paradiso non ha nulla da invidiare loro.
Tornarono seguite da altre due e ci presero per mano. Quando spiegai a Valanga cosa ci volevano fare si ritrasse spaventato: Non ho nessuna intenzione di farmi mettere le mani addosso da una donna. Di' loro che non mi tocchino neanche con un dito. Non ho bisogno di lavarmi.
Shukry era divertito fino alle lacrime; cerc di convincerlo, ma fu tutto inutile: l'uomo acconsent solo a lavarsi da s, lontano da occhi indiscreti. Anche Salim sembrava pervaso dallo stesso pudore; parl in modo vago di un voto che aveva fatto e anche lui disse che avrebbe compiuto le abluzioni rituali prescritte ai mussulmani in privato. Fu cos che solo io e Shukry entrammo, condotti dalle schiave, in una stanzetta rivestita di maiolica a fiorami blu fin sopra al soffitto.
Qui, dopo averci fatti sedere su uno sgabello e aver acceso dei legni di cardamomo, ci lavarono versandoci alternativamente acqua calda e fredda, mentre ci strofinavano con farina di loto e di lupini per toglierci la
sporcizia e il sudore. Quindi, sdraiati su un lettino, ci massaggiarono con oli balsamici. Del tutto rilassati scherzavamo fra noi e con le schiave della mia testardaggine a mantenere i capelli lunghi. Mi accorsi che per li lavavano, profumavano e pettinavano con un misto di curiosit e apprezzamento per qualcosa di mai visto; ne lodavano la morbidezza e il colore e mi chiamavano Morjane, corallo in arabo.
Rasati, fragranti d'olio e avvolti in morbidi asciugamani di seta ricamata ci recammo infine in una stanzetta al primo piano.
Valanga, con l'aria di un lupo preso in trappola, sedeva su un divanetto di rame giallo ripieno di cuscini e appena ci vide entrare si rianim. Il fatto che come noi fosse avvolto negli asciugamani e profumato ci fece capire che alla fine aveva ceduto alle lusinghe delle schiave. Non gli avevo mai visto il barbone cos liscio e pettinato. Salini era a terra, accucciato nella sua solita posa, e indossava una tunica bianca. Non so se dipendesse dalla rilassatezza in cui ero sprofondato, ma mi apparve bello e sensuale da togliere il fiato. Mi concentrai subito sulle vivande poste su un basso tavolino al centro.
Frutta di tutti i tipi, albicocche, mele, pesche, meloni, e poi capretto arrosto, riso con peperone forte, noci e mandorle. Assaggiai per la prima volta la zirbagia, carne ricca di droghe e aceto, zuccherata e irrorata di rosa moscata, e l'azzahar, chicchi di melograno canditi con mandorle e miele spruzzati d'acqua di fiori d'arancio. Una delle schiave, in un angolo, suonava a bassa tonalit un cembalo persiano.
Non avevo mai goduto di un lusso e di uno sfarzo simili: cercavo di nascondere l'imbarazzo scambiando rapide occhiate a Valanga, mentre Shukry e Salim parevano perfettamente a loro agio.
Quest'ultimo chiese con fare malizioso, piluccando un grappolo di uva rossa come un rubino con quelle sue labbra cos sconvolgenti: Ma insomma, come and la
storia di tuo zio e di quella bellissima dama che ci ha accolto? Raccontala. Credevo fosse poco pi di un pescatore e invece vive in una casa cos ricca.
 una storia degna di essere narrata da Shahrazad al suo re crudele. Una storia che, come diciamo noi, se fosse scritta con gli aghi negli angoli interni delle palpebre sarebbe di esempio a coloro che sanno riflettere.
Intissar era figlia di un visir importante, anche se decaduto, e sorella di mio padre. Era ancora una bambina quando, nascosta dalla grata di rame della finestra a spiare la strada sottostante, si innamor di Ghassan ibn ar-Rabi che viveva in una casa vicina. Approfittando di un giorno in cui lui era ospite di suo fratello, gli era apparsa, bellissima come una Uri del paradiso, in mezzo ai fiori del giardino e aveva abbassato il velo dal viso. Era bastato solo un cenno, raccontano, e il cuore del Grifo era caduto ai suoi piedi. Da allora un intreccio di sguardi e di segnali era continuato per mesi finch il padre non ne era stato informato. Furioso con la figlia, dato che disprezzava la famiglia di ar-Rabi, mercante, un po' contrabbandiere e un po' pirata, l'aveva costretta a sposare contro la sua volont un vecchio visir suo amico. Ghassan era impazzito dalla rabbia e dal dolore. Abbandonando agi e ricchezze si era imbarcato su una galea per sfogare la sua rabbia, senza dare notizia di s per anni e anni.
Un giorno, attraverso la confraternita che si occupava del riscatto degli schiavi, Intissar, rimasta nel frattempo vedova, aveva saputo che lui si trovava prigioniero sulle galee dei larusiani. Aveva mosso tutte le conoscenze, aveva speso molte delle sostanze lasciatele dal marito ed era riuscita a farlo liberare. Quando se l'era visto davanti di nuovo, con quell'enorme tatuaggio fatto in sua memoria, l'amore era divampato pi ardente di prima e gli aveva aperto il suo cuore e la sua casa.
Che c'entra il grifone tatuato? chiese Salim che beveva la storia con le labbra socchiuse.
Il grifone  il simbolo della nostra famiglia e il suo soprannome fin da ragazza: era ed  rimasta superba e graffiante come un grifone. Non so come lui possa sopportarla.
Era proprio un ritratto del Grifo del tutto nuovo, pensai divertito, ma che forse spiegava molti particolari altrimenti incomprensibili del suo personaggio.
La cena termin. Eravamo rilassati e distesi. Persino Valanga rideva alle battute di Shukry, anche se doveva ancora farsi tradurre la maggior parte dei discorsi.
Mi alzai stiracchiandomi. La stanza, tutta sui toni del turchese, aveva un piccolo balcone protetto da una fitta grata di rame che si affacciava sui tetti e sulla citt. Mi diressi pigramente verso di esso, desideroso di un po' d'aria. Di l si vedevano la baia, le navi dalle vele ammainate e i remi immobili in rada, i forti delle prime mura e, dietro, in lontananza la luce dei fari.
Ti piace Mustarrajla, capudan?
Salim era l accanto, appoggiato all'inferriata. Ebbi un moto di impazienza, ma lui fece un gesto con la mano: Non ti irritare, non voglio assillarti. Voglio soltanto sapere cosa ti hanno detto di preciso gli uomini della Signora.
La luce filtrava dalla stanza alle nostre spalle, calda e serena, e si sentiva Shukry insegnare a Valanga frasi e parole in barbaresco. Da lontano proveniva la nenia di un muezzin.
Gli raccontai tutto con sincerit.
Io non conosco questo sceicco, non so chi sia, non so cosa voglia da me. C'era, per, una nota poco convincente nella sua voce. La Signora aveva promesso in nome del suo Dio di salvarmi. E di farmi condurre in un luogo sicuro.
Non potrebbe essere questo?
Mustarrajla non  per me un posto sicuro.
Non credi che dovresti spiegarmi cosa ci facevi a Larusina, allora?
Mi hanno rapito. Ma non ero felice neanche nel posto dove vivevo prima.
Senti, ragazzo, anche se volessi aiutarti tu me lo impedisci. Se volessi, bada bene, dico volessi. E non lo voglio: dalla riuscita o meno di questa missione dipende la vita del mio amico e una gran quantit di soldi. Rassegnati. Non c' nulla che tu possa fare per farmi cambiare idea.
Lui bisbigli: Forse una cosa ancora c'...
Mi strinsi nelle spalle guardando il mare fra i trafori di metallo. La luna era ridotta a un minuscolo ritaglio d'unghia e Venere brillava accanto a lei nel cielo scuro. I fari gettavano ombre e luci nella notte.
Guardami ora, capudan.
Mi girai senza intenzione: si era spogliato e stava controluce davanti a me. Stupito, fissai i seni piccoli, ben modellati e la figura femminile che tremava leggermente. I capelli corti, ritti sul capo ballonzolavano controluce e ancora una volta il suo viso era in ombra.
Riempii di un'ovviet un silenzio che non riuscivo a sbloccare in altro modo: Quindi sei una donna...
Portami via da questo posto: far tutto quello che vorrai.
Allungai quasi senza rendermene conto la mano, sfiorando i capezzoli ritti e duri, con lo stesso impulso che avevo avuto di fronte alla foresta di corallo subacquea: toccarli con mano, saggiare la loro realt. Mi ritrassi in fretta.
Chi altri lo sa? Shukry?
Scosse la testa: No, nessuno. Non lo dovevo dire a nessuno. La Signora si era raccomandata di non farmi scoprire: diceva che, altrimenti, mi avresti venduta nei postriboli del porto. Dovevo stare zitta e farmi portare al sicuro. Avrei detto chi ero a una donna che si sarebbe fatta riconoscere al momento giusto.
E chi sei?
Esit un poco, poi in un sussurro disse: Faten.
E chi  Faten? Sono stanco, non ho pi voglia di indovinelli, ragazza. Basta.
Sono io. Vivevo a Palazzo. Mi hanno rapita.
Vestiti.
Ma perch? Puoi farmi tutto quello che vuoi.
Non voglio niente. Voglio soltanto liberare il mio amico.
Ma...
Basta, ragazza. Ora ti rivesti, andiamo dentro e racconti a tutti gli altri queste novit. E guardati bene di tentare con Shukry il giochino che hai provato con me.  giovane e ci pu cascare, ma sarebbe inutile. Non  lui che comanda qui, lo metteresti inutilmente nei guai.
Valanga si incup alla notizia: Lo dicevo io che c'era qualcosa che non andava. Una donna a bordo. Porta male:  un miracolo se siamo arrivati vivi.
A Shukry brillavano gli occhi verdi: Ecco perch... Mi lanci un'occhiata e tacque subito.
Questo non cambia nulla. Donna o non donna, il programma rimane lo stesso replicai, gelido.
Per Allah. Chi credi di essere? Non puoi decidere da solo.
Chi credi di essere tu, piuttosto.
Cominciammo a litigare e le voci salirono.
Si apr la porta e comparve il Grifo a torso nudo, il tatuaggio esibito nel suo splendore.
Siete impazziti? Volete far accorrere qui tutti i soldati di Mustarrajla? Il tono era quello pi terribile e quasi mi stupii di non vedergli in mano la frusta da aguzzino.
Mi sentivo ridicolo per aver perso la calma in quel modo:
C' una novit.
Salim  una donna. Shukry mi anticip.
Il Grifo la guard con calma: Se non aveste avuto i sensi annacquati dal gusto del torbido e del proibito, ve ne sareste accorti subito guardandole i fianchi.
Tu te n'eri forse accorto?
Lui non rispose.
Intanto Intissar era entrata, avvolta in una lunga vestaglia sgargiante che la rendeva ancora pi seducente; si era acciambellata fra i cuscini del basso divano che correva tutto intorno alla parete, facendo cenno al Grifo di sedersi accanto a lei. Raccolse le lunghe gambe con cura, sistemando l'apertura della veste in modo che lasciasse occhieggiare la pelle nuda: Questa storia diventa interessante. Cos tu sei una ragazza. La soppes con attenzione. Cos' successo ai tuoi capelli?
Me li hanno tagliati per farmi sembrare un ragazzino.
Un orribile ragazzino. Dritti, troppo corti, senza forma...
Per Allah. In questo momento...
I dettagli sono importanti. Ma non preoccuparti, cuor mio. Star zitta zitta, seduta qui.
Valanga era rimasto concentrato a fissarla. Ecco dove ho gi visto questi occhi. Sul Fiore degli abissi, la notte della sortita.  la ragazza del sacco concluse, sicuro.
Ricordavo soltanto un viso in modo confuso.  vero? Eri tu la ragazza rapita quella notte?
S, ma...
La figlia del Sultano spiegai agli altri. Il Capitano Sigarro l'ha sottratta di nascosto, scatenando la battaglia.
No, non...
Per la mano del Profeta, allora cambia tutto. Se costei  la figlia del Sultano non la do certo a un manigoldo di bassa lega per quattro dinar. Ci sono mille modi per sfruttare meglio l'occasione.
Tu dimentichi Tredita ribattei io.
Continui a ricordarmelo.
Possiamo sapere tutto ora, una buona volta, cominciando dal principio? le chiesi.
Senza fissare nessuno in particolare e giocando nervosa con il lembo della tunica che arrotolava con il dito, la ragazza inizi il racconto: Era notte. Mi sono svegliata
all'improvviso sentendo oltre le cortine del letto la voce di uno dei pi importanti Visir del Sultano, un uomo che non mi era mai piaciuto perch viscido e scostante. Non era solo e parlava una lingua che non conoscevo. Prima che potessi pensare a qualcosa, le cortine si sono aperte e lui  comparso: sbarrava gli occhi e un rigo di sangue gli usciva dalla bocca. La punta di una spada era conficcata in mezzo al suo petto, qui davanti. Qualcuno mi aveva nel frattempo afferrata da dietro e, tenendomi premuto un panno sulla bocca, mi ha impedito di urlare. Gli assalitori mi hanno poi infilata dentro un sacco. Avevo paura, non vedevo nulla e sentivo soltanto rumori strani, gemiti, gente che cadeva, e poi il mare, il vento, voci e lingue sconosciute. Sballottata, buttata per terra, tirata su e rigettata in basso. Una barca. Una nave. Botti, cannonate, urla, tutto vorticava e stavo male. C'era, s, l'uomo che avete nominato, il Comandante Sigarro... Sospese la frase guardando a terra. Lui. lui diceva che oramai ero la sua schiava... e lui... poi...
Intissar la soccorse tranquilla: E lui ti ha scopata. Bene. E poi?
S, ecco... questo...
Almeno  stato piacevole?
Intissar, non ti ci mettere anche tu sbott il Grifo
Che c'? Questo racconto  di una noia mortale, almeno rendiamolo un po' interessante.
Forse per lui  stato piacevole. Poi ho conosciuto la Signora.
La Marchesa di Feltria? intervenni io.
S, lei  stata l'unica che mi ha dimostrato amicizia. Aveva uno schiavo di fiducia che parlava la mia lingua e cos ho potuto finalmente confidarmi. E stata molto comprensiva.
Me l'immagino. Sar stata innamorata di sicuro del tuo Comandante Intissar si divertiva a seguire il profilo del tatuaggio del grifone con una delle sue unghie spropositate e a intervenire di continuo.
S,  vero, ma non c'entra nulla. Lei diceva di volermi soltanto aiutare.
C'entra, c'entra, ragazzina, eccome se c'entra. Stava cercando il sistema per levarti di torno.
Un giorno, vedendo la mia disperazione Allah l'ha ispirata: ha avuto piet di me e mi ha proposto di fuggire e di mettermi in salvo presso amici suoi, in un posto lontano. Dovevo soltanto fidarmi. Ha tagliato i capelli lei stessa, ha trovato i vestiti e organizzato tutto. Per la mia sicurezza non dovevo dire a nessuno chi ero perch le persone incaricate di portarmi lontano, dei delinquenti comuni, non dovevano sapere che ero una donna; altrimenti, disse, non avrebbero avuto alcuno scrupolo.
Intissar tir indietro la testa ridendo di gusto: Tesoro, impara a fidarti poche volte degli uomini e mai delle donne.
Quello che non capisco,  perch tu non voglia tornare a casa, a Palazzo, da tuo padre. Perch sei arrivata a tentare di sedurmi per impedirlo?
Prima che lei rispondesse, Intissar intervenne di nuovo: Ma dolcezza, Allah ti ha proprio reso sordo e cieco, allora. Sai quante figlie ha il Sultano? E sai che cosa pu farsene di una ormai inutile per un matrimonio vantaggioso, gi contaminata da un cane infedele? E diventata solo fonte di vergogna. Sicuro che cerca di sedurti: per lei sarebbe molto meglio trovare un bel giovanotto come te che la tolga dai guai e la porti lontano. Tornare a casa significa disonore e prigionia eterna, vero bambina? Forse anche morte. E infatti, qui in citt non si  sentita alcuna voce di un rapimento di una figlia del Sultano. Persino suo padre preferisce che non si sappia nulla di lei.
Faten sedeva a capo chino, quasi sul punto di mettersi a piangere. Shukry ne approfitt per andarle vicino e prenderle le mani.
Intissar si alz ondeggiando, con un aprirsi e un chiudersi dei lembi della vestaglia. Sentite, se  tutto qui, noi
abbiamo da fare. In ogni modo questo  il mio modesto consiglio: voi due godetevela a turno questa notte, senza litigare, tanto non ne vedete l'ora, poi domani portatela allo sceicco, prendete quello che dovete prendere, tornate a Larusina e liberate il vostro amico. Figlia o non figlia del Sultano  una bella fonte di guai, e a voler essere troppo avidi rischiate di perdere tutto. Ghassan mi ha raccontato ogni cosa. Grazie per avermelo riportato sano e salvo con l'aiuto di Allah. aggiunse, avvicinandosi a me. Mi diede un buffetto e un bacio leggero su una guancia, poi spar nella stanza laterale volteggiando.
Il Grifo si trattenne a guardarmi dritto negli occhi: Domani dobbiamo parlare con calma.
Quindi la segu.
Valanga aveva capito a fatica il racconto e se lo fece tradurre.
Secondo me i guai aumentano ogni minuto che passa. Al Sultano importer poco di sua figlia, ma se ci sorprendono con lei siamo finiti. Io vado a dormire, voi fate quello che credete.
La ragazza stava seduta a terra, stringendo le ginocchia con aria afflitta.
Anche noi andiamo a coricarci. E tu, ragazzina, bada di non fare scherzi e di non tentare la fuga. Potremmo decidere di mettere in atto il consiglio della padrona di casa.
Forse a Shukry l'idea non sembrava poi cos malvagia, ma si mosse borbottando e guardandomi storto: Anche tu, Rosso, non fare scherzi.
...
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...
CAPITOLO 9.
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...
Al mattino il Grifo e Shukry uscirono per una ricognizione in citt e riuscii a convincerli a portarmi con loro promettendo di parlare il meno possibile.
Scendemmo al porto per controllare la Frusta e scambiare due parole con Marcel; quindi ci sedemmo all'ombra di una tenda dove erano riuniti altri pescatori e soldati, chiacchierando e bevendo t alla menta.
Il Grifo, accolto festosamente, narr con abbondanza di particolari il nostro incontro fittizio, provocando commenti ed esclamazioni; poi si inform sulla guerra e sulla situazione generale. Con stupore scoprimmo che le voci che circolavano a Mustarrajla erano ben diverse da quelle di Larusina: la vittoria dell'Impero sui barbareschi non era stata cos schiacciante e i danni subiti dalla citt scarsi. Anche se la zona del Canale di Saiquaton era oramai sotto il controllo dell'isola, il resto del Mare Salato era ancora in mano ai pirati. Ed essi erano ben decisi a non cederlo.
Il Sultano aveva smentito ufficialmente il rapimento di una figlia, dileggiando gli infedeli che si ostinavano ad affermare il contrario.
L'afflusso di carovane dall'interno del continente non si era mai interrotto e anche il commercio marittimo, dopo un breve periodo di chiusura, era ripreso pi attivo che mai, grazie all'arrivo di flottiglie guidate dai potenti rais di Al Ahbara e da altre citt meridionali venute a dar man forte a Mustarrajla. Solo i controlli si erano intensificati,
costringendo i contrabbandieri a farsi pi astuti. Ogni commercio o ruberia e saccheggio a discapito degli infedeli era permesso, infatti, purch se ne pagasse una quota al Sultano.
Un uomo dal barbone scuro e un grosso turbante giallo mi fissava con insistenza. Non mi sembrava di averlo mai visto, ma divenni inquieto. Anche il Grifo si accorse di qualcosa e si alz, salutando tutti.
Solo un attimo ancora, Grifo. L'altezza del tuo amico  di quelle che non si dimenticano: ho come l'impressione di averlo gi visto. Dove ci siamo incontrati?
Per Allah, forse a Al Kenz-Ahlem. Oppure mi confondi con qualche mio concittadino: tutti gli abitanti di quelle regioni sono alti quanto me. Anzi, io sono fra i pi bassi.
Strano, non mi risulta. Anche io provengo da Al Kenz-Ahlem. Dal quartiere a levante della Moschea d'Oro.
Bella zona. Per la mano del Profeta, una bella zona.
Ci fu un momento di imbarazzo. Poi Shukry cambi
argomento chiedendo notizie della sortita notturna degli infedeli e delle barche bruciate. Tutti si impegnarono nella conversazione e io e il Grifo potemmo allontanarci senza dar nell'occhio, tornando al porto. Mi condusse verso un molo deserto e ci sedemmo al sole: Parlando col cuore aperto, Rosso, cosa vuoi fare?
Sapevo benissimo a cosa alludeva.
Non lo so. Mi irrita ammetterlo, eppure mi disgusta l'idea di abbandonare la ragazza. Sembra terrorizzata all'idea di tornare a Palazzo. E in effetti, se suo padre l'ha ripudiata ed  arrivato al punto di negare che l'abbiano rapita.
E a te che importa? O meglio, quanto importa quella donna a te?
Risposi troppo in fretta per essere credibile persino per me stesso: Niente, non mi importa niente di lei.  tutta la notte che me lo ripeto:  soltanto un capriccio, un'ossessione, una probabile rivalsa per il fatto che mi eccitava quando credevo fosse un ragazzino. E non  neanche bella, per giunta. E troppo magra, senza seno, non sa di nulla. Tutti questi bei ragionamenti, per, non hanno alcun valore. Neanche il pensiero di Tredita mi aiuta. Non voglio lasciarla qui, Grifo.
Allora cercheremo di fare l'impossibile e di salvare il pesce e il gatto.
Cosa significa?
Scoppi a ridere: E una favola che si racconta ai bambini. Narra di un pescatore che amava un gatto che gli mangiava tutto il pesce. E di una moglie che voleva la pelle del gatto. Come vedi, le donne entrano dappertutto a complicarti la vita. Andiamo a sondare quello sceicco.
Entrammo nell'animazione del mercato, del suk. Mustarrajla era un centro importante e in esso confluivano non solo le rotte delle navi, ma anche le vie carovaniere provenienti dall'entroterra e dall'oriente. La parte a levante della citt, dislocata fra le montagne in quella direzione meno ripide, era interamente occupata dai vari mercati degli orafi, dei sarti, dei ramai, degli schiavi e cos via, ognuno governato e amministrato da uno sceicco.
I venditori sulle soglie delle botteghe gareggiavano a chi urlava pi forte per attirare clienti, inseguendo quelli che sembravano ben disposti per invitarli a toccare la stoffa, esaminare i gioielli o gustare i dolci, lanciando anatemi e maledizioni al concorrente che faceva lo stesso dall'altra parte della strada. Evitai per un soffio di finire lungo disteso nella canaletta di scolo che scorreva a cielo aperto al centro della strada, maleodorante e piena di rifiuti, mentre mi distraevo guardando qua e l, spintonato dalla folla.
Attraversammo i vicoli fra mendicanti ciechi e storpi, facchini con le loro ceste che cercavano di convincerci a prenderli al nostro servizio, donne velate seguite da schiavi neri, baldacchini a spicchi colorati che facevano ombra a ricchi personaggi, ladri veloci e guardie armate di scimitarre e frusta, sommersi nei puzzi e nei profumi pi disparati, a
volte inciampando in tumuli di rifiuti o in calcinai abbandonati che ci riempivano i sandali di polvere bianca.
In uno spiazzo di terra battuta, dove una frotta di ragazzini cenciosi si contendeva lo sterco dei cammelli da rivendere come combustibile, una carovana stava scaricando casse sotto gli occhi attenti di mercanti e curiosi. Gli animali inginocchiati venivano liberati dal peso che portavano e le merci sparivano dentro un grande magazzino, sotto le grida del capocarovana riconoscibile dal berretto appuntito dei beduini, il turtur, e dall'avvolgente barracano blu. Ebbi l'impressione che fra il Grifo e quest'uomo volasse un cenno di saluto molto sottile, ma non ne fui sicuro.
Fu facile individuare la bottega di Ahnesh: era la pi grande, come si conviene allo sceicco del mercato. Delle tende nere di pelo di capra sorrette da pali allargavano in avanti lo spazio del negozio vero e proprio che da lontano appariva come un'immensa bocca buia che vomitava colori e gradazioni. Rosso, verde, giallo, blu cobalto, arancione, oro: le tinte si mescolavano e fondevano insieme, alternandosi in un tripudio di arcobaleni.
Come ci vide affacciarci all'apertura, uno zelante giovanotto si alz e venne verso di noi, iniziando a lodare ad alta voce i fitti nodi di un'enorme passatoia. Riuscimmo a fermarlo prima che si lanciasse in una disquisizione sulle differenze della lana di pecora da quella di cammello e a chiedergli di conferire con il suo padrone, accennando a del corallo.
Ci lanci una rapida occhiata quindi spar dietro a una tenda.
Dall'esterno giungevano le grida delle contrattazioni, il rumore di una cassa caduta e le grida stridule dei cammelli. Altri due mercanti, seduti a un lato della stanza su alti sgabelli dai cuscini di cuoio ornati da un filo d'oro, ci squadravano in silenzio.
Torn il primo uomo e fece cenno di seguirlo.
Eravamo in un lungo vestibolo poco illuminato e stretto su cui si aprivano varie porte. Il servitore ci fece entrare in una di esse, d'ebano lucente, e la richiuse alle nostre spalle.
Bianco e nero. Solo bianco e nero nella stanza in cui ci trovavamo. Pannelli in ebano e avorio alternati rivestivano le pareti e dello stesso materiale erano i cassoni, gli scanni e gli stipetti disposti intorno. Una luce chiara, quasi irreale, filtrava dalle lampade di cristallo che pendevano dal soffitto. Il marmo rivestiva il pavimento, scontrandosi con il raso nero di enormi cuscini a ricami d'argento. In una nicchia, quasi mimetizzato nell'ambiente, fumando da un narghil, era sdraiato un vecchio. Vestiva di seta nera e sfoggiava una lunghissima barba canuta.
L'odore acuto dell'oppio riempiva l'aria, mentre in un angolo uno schiavo nero seduto di spalle suonava in sordina senza mai interrompersi un'arpa orizzontale, il canun, con dei ditali metallici. Un arco a volta collegava la sala con un'altra adiacente. Qui due schiavi dai larghi pantaloni neri, con una scimitarra ricurva e due pugnali affilati alla cintura, stavano ritti uno di fronte all'altro come statue. Erano enormi, alti quanto me e larghi il doppio, con spalle squadrate e bicipiti sviluppati.
Il vecchio si sollev di tre quarti quando entrammo.
Allah allontani da voi ogni pena, tristezza o preoccupazione. Entrate e accomodatevi nella mia dimora.
Accolga egli il tuo augurio, nobile Ahnesh, e conceda anche a te ogni bene.
Con un inchino, molto cerimonioso quello del Grifo, molto pi rigido il mio, ci sedemmo sui bassi e morbidi cuscini che ci indic, senza farci troppo avvicinare a s. Entr una schiava velata e offr acqua con fiori di salice, ghiaccio e zucchero in delicatissime tazzine di maiolica bianche e nere.
Ghassan ibn ar-Rabi. E da molto tempo che desidero parlarti.
Il Grifo fece un lieve cenno con la testa: Allah non ha permesso che accadesse finora e io mi attengo alla sua volont.
Allora sia benedetto questo giorno che ne ha fornito il pretesto. Parlate pure liberamente. Lo schiavo  sordo. Gli sono stati forati i timpani in modo da potermi dilettare con la musica anche quando parlo di affari riservati come questo, senza timore che possa sentirli e riferirli. E non pu vederci in faccia e leggere le labbra.
Ma come pu suonare senza sentire?
Sollev un sopracciglio, guardandomi seccato: Ci siamo assicurati che sapesse suonare bene, prima. Siete venuti per parlare di musici o di affari? Qual  il tuo nome, infedele?
Il Grifo intervenne in fretta: Nobile Ahnesh, l'identit del mio compagno non  cos importante. Ci hanno detto che cercavi il Corallo Bianco ed esso, grazie all'aiuto di Allah,  in nostro possesso. Prima di consegnarlo, per, vogliamo sincerarci che il tuo cuore sia sincero e che tu abbia l'oggetto che ci devi dare in cambio.
La parola dell'uomo onesto non  mai menzognera.
Possiamo vederlo?
Certo, lo vedrete. Sicuramente. Non prima, per che io abbia visto il Corallo Bianco.
Una volta che lo avremo consegnato, cosa ne farai?
Di nuovo mi guard con sufficienza, un lieve sorriso
sulle labbra: Non credo sia affar vostro, o sbaglio? Vi conviene tornare quanto prima con la merce. Soltanto allora vi dar l'oggetto che vi interessa tanto e l'oro promesso per il disturbo.
La conversazione era finita. Suon un campanello; gli armigeri accorsero e ci scortarono fino all'ingresso della bottega.
Nella strada ci accolsero i miasmi del suk.
I due tirapiedi hanno una bella scimitarra, ma non ho visto in giro moschetti o archibugi.
Non ne hanno bisogno, Rosso. La foggia dei turbanti indica che sono lanciatori di pugnali, e quelli addestrati a Mustarrajla sono famosi per la loro abilit nel saper centrare un capello a cento passi. Nel negozio ci sono almeno quattro uomini giovani e nerboruti ed  verosimile che anche loro siano armati.
Mi fermai, costringendolo a guardarmi in faccia: Non voglio nel modo pi assoluto che la ragazza finisca nelle mani di quell'uomo.
Si strinse nelle spalle: Pu darsi che voglia solo riconsegnarla a suo padre.
Ma non dicono tutti che il Sultano si vergogna di lei e l'ha dimenticata? Non mi convince.
Cercheremo di risolvere anche questa. sospir il Grifo imboccando un corridoio scuro fra due case. Si ferm davanti a una porta e buss due volte.
Dove andiamo?
Mi fece cenno di pazientare.
Una vecchia magra e rinsecchita apr la porta e sfoder un sorriso sdentato. Da un vestibolo buio passammo in una stanza pi ampia, fasciata da tappeti dei colori del deserto; tutto intorno al perimetro correva un divano ricavato nel muro stesso e sovrastato da mensole che reggevano vasi e recipienti di argilla grezza. Non c'era lusso, ma il profumo del sandalo aleggiava nell'aria e tutto era caldo e riposante. Da dietro una tenda arriv un uomo.
Era avvolto nel mantello blu degli abitanti del deserto e lo riconobbi nel capo carovaniere incrociato nel mercato dei tappeti.
La salute eterna sia con te, Ghassan.
E con te siano la salute, la misericordia e la benedizione di Dio, Sceicco degli Arabi.
Io restai indietro, lasciando i due parlare a bassa voce.
L'accento del beduino era diverso dal barbaresco che conoscevo e faticavo a seguire le sue parole. Non sembr far caso a me. La guerra ti  scivolata addosso senza danno, amico mio.
Allah mi ha protetto, ma per questa volta non ho carico n merci. Il gioco non  comunque concluso. Devo solo organizzarmi e presto ti far sapere. Non credevo di incrociarti ancora a Mustarrajla: pensavo fossi gi ripartito.
Per il mio turtur. Il viaggio  durato pi del dovuto: tempeste di sabbia e predoni. Non voglio per annoiarti con racconti. Volevi vedermi? Per che cosa, se non hai carico?
Un'informazione.
L'uomo sembr ricordarsi in quel momento della mia presenza. Mi piant gli occhi addosso. Il Grifo lo prese da parte e si sedettero su un divano lontano abbastanza perch non sentissi.
La vecchia torn con delle tazze di t alla menta. Mi guardai intorno per ingannare l'attesa: su bassi tavolini di canna c'erano maschere di legno e di noci di cocco dipinte, zucche vuote e decorate, stuoie di foglie di palma e cestini di vimini di fogge che non conoscevo e che avevano l'aria di provenire da paesi lontani e sconosciuti.
Anche se non volevo, i miei pensieri andarono per conto loro. Mi persi a fissare un punto nel vuoto e non era pi il corpo di Mivida quello su cui fantasticavo.
Il beduino si alz, salut cerimoniosamente il Grifo continuando a ignorarmi, quindi usc. La vecchia ci guid fino alla strada.
Allora? volli sapere.
Allora, cosa?
Che significa tutto questo?
Sorrise a mezze labbra: La garanzia contro Ahnesh.
Arrivati a casa trovammo Shukry nel vestibolo: Ho bisogno di parlarvi. Rinuncio a tutta la parte che ho guadagnato...
... e che hai gi speso...
Non tutta. Qualcosa  rimasto. E poi intendo la parte futura. Lavorer senza compenso per voi...
Non fare promesse stupide. Dov' Valanga? Dobbiamo parlare.
Ci guid di malavoglia verso il giardino.
Il pomeriggio era ormai inoltrato e la luce filtrava tra i tralicci di un pergolato da cui pendevano gonfi grappoli d'uva nera come ebano. I raggi illuminavano Intissar e Faten sedute su dei bassi divanetti. La bellezza di Intissar era indiscutibile, ma i miei sguardi erano solo per la ragazzina accanto a lei: le avevano fatto indossare un largo abito alla turca color cobalto, stretto in vita da una fusciacca, e le avevano nascosto i capelli corti in uno scialle blu a ricami d'argento. Come ci vide, gli occhi le esplosero nella luce dorata di un sorriso e io non capii pi se era il sole a colorare il mondo, o lei. Mi sembrava di sentire gorgheggio di usignoli e cinguettio di colombe.
Valanga mi arriv vicino. Finalmente. Mi hai lasciato in mezzo a queste donne che non fanno che litigare. Non capisco neanche quello che dicono, sei proprio un buon amico. Maledizione a tutti i barbareschi.
Riuscii a staccare gli occhi dalla figurina davanti a me. Una tortora tub poco lontano. Pensai che il suo verso da bevitore ubriaco somigliasse molto alla mia voce, quando risposi: Siamo andati a vedere quello sceicco. Mi schiarii la gola e continuai con tono pi normale. Fingeremo di accettare lo scambio. Una volta avuti i soldi e questo misterioso oggetto, con la forza costringeremo il mercante a seguirci come ostaggio fino alla feluca.
La gioia dipinta sul viso di Faten mi abbagli: Davvero, farete...
Tenteremo. La scostai brusco, il fiato corto.
Il Grifo mi guard dritto negli occhi:
Ve la sentite di usare un'arma? Avete mai ucciso nessuno, voi due larusiani?
Valanga replic calmo: Dovrei cavarmela.
Sicuro, pescatore?
Squadr il Grifo tenendo il capo basso in avanti, lo sguardo all'ins come era sua consuetudine, poi rispose
impassibile: Non sei il solo ad avere un passato, pirata. Ho fatto il soldato sulle galee per quindici anni prima di provare disgusto per quel mondo. Il soldato, bada bene, non il comito o lo schiavo sui remi. Il che significa che ero fra quelli che andavano all'arrembaggio e ammazzavano davvero i nemici. Ho perso il conto dei barbareschi che ho scannato.
Rosso, temo che tu sia proprio l'unico, qui, da svezzare.
C'era una nota maligna nella voce di Shukry.
Vuoi che faccia pratica con te?
Intissar si era alzata e, solo apparentemente distratta, tagliava i fiori secchi a un cespuglio di rose rosse: Porta Silfeo. E abile e fidato. Pi siete meglio , in queste situazioni. Hai bisogno di qualcuno davvero in gamba, cuor mio.
Silfeo  un antico schiavo riscattato che ha preferito rimanere qui, piuttosto che tornare fra la sua gente. Forse  quello che capiter anche a te, Rosso. Mustarrajla  una terra accogliente, malgrado quello che ne dite voi larusiani. spieg il Grifo.
Ma tutto questo non  pericoloso per Intissar? Dovr venire con noi per sfuggire alle vendette?
Lei si interruppe e mi contempl ridendo: Per Allah, dolcezza, stai scherzando, vero?
Quel giorno era vestita di una lunga tunica attillata color oro incastonata di perle che le esaltava la capigliatura e la pelle ambrata, e aveva tinto d'oro le lunghe unghie.
Io da Mustarrajla non mi muovo di certo.
Stai tranquillo. Il Grifo sorrideva sornione. Lei qui  pi che al sicuro.
Vedendo la mia espressione, la donna si avvicin con fare incantevole: Sei molto carino a preoccuparti per me; il Misericordioso te ne render merito, ma non ce n' bisogno. La mia famiglia, sebbene oramai non sia pi tanto ricca,  molto pi importante di quel piccolo imbroglione. E non dimenticare che sono sempre la vedova del grande Abdel-Majid, visir del Sultano. Nessuno mi torcer un capello. Io aspetter qui. Prima o poi Allah riporter a casa il mio amore, come sempre.
Si strusci contro il Grifo a mo' di serpente dorato, per fermarsi a strofinare la guancia contro la sua, toccandogli poi le labbra con la lingua. Come se niente fosse si tir indietro e, scivolando accanto a Faten, le diede una carezza scherzosa: Ricorda, bambina, scegli e prendi l'uomo che vuoi, ma impara a sfruttare tutti gli altri. Quindi torn ai suoi fiori.
Voglio anche io un pugnale disse la ragazza.
Scossi la testa. Rischi di farti male.
No. Preferisco avere qualcosa con cui uccidermi, se Allah non dovesse favorirci.
Non ne saresti in grado.
Rosso, Rosso. La voce di Intissar, che intanto continuava a giocare con i fiori, suon leggera come sempre.
Se continui a sottovalutare cos le donne non arriverai lontano. Cerca di essere l'uomo che lei vuole, non quello che lei sfrutta.
Fece passare l'unghia sul legno del traliccio traendone un suono fastidioso che mi fece rabbrividire.
Odiandomi per il rossore che sapevo mi stava salendo in viso, conclusi con tono deciso: Andiamo subito? Non voglio far passare troppo tempo; manca ormai poco allo scadere dei dieci giorni.
Calma, Rosso. La fretta non porta mai buoni consigli. Domattina andremo dal mercante, ma stasera voi dovete venire con me e aiutarmi. Ci sono alcune cose che intendo portarmi dietro. Shukry: dobbiamo procurarci delle armi.
Il giovane si allontan e torn poco dopo con un uomo dalla larga fronte solcata da tante rughe orizzontali che si contraevano a ogni cambio di espressione, lo sguardo profondo e lontano, la barba e i capelli ricci e neri con delle punte di grigio. Ci venne presentato come Silfeo.
Io e Valanga lo salutammo sul chi vive non riuscendo a superare al primo colpo il naturale pregiudizio che ci aveva preso, sapendo che era un rinnegato. Da parte sua l'uomo finse di ignorarci e si rivolse esclusivamente al Grifo.
Ahnesh  potente e ha molti uomini ai suoi ordini, come sar possibile imbrogliarlo e ingannarlo cos?
Conosco un suo piccolo segreto e conto molto su Allah e sulla nostra faccia tosta.
So che ha dei problemi con i funzionari della dogana: alcuni dei suoi influenti protettori sono caduti in disgrazia dopo l'incursione dei cristiani in citt, anche se si sussurra che abbia nuovi amici. Perch vuole questa schiava? E bella, ma come lei se ne trovano molte.
Procuraci le armi, Silfeo, e Allah te ne render merito. Abbiamo solo dei coltelli e qualche pistola potrebbe essere utile. Con te saremo in cinque, il numero ideale.
Quanti uomini ha questo sceicco? intervenni.
L'uomo mi rivolse una lunga occhiata: Meglio tu non
lo sappia, cristiano. Molto meglio.
Il Grifo si alz: Il sole sta tramontando:  l'ora migliore per quello che ho in mente. Shukry, tutto a posto con Kafur? Gli hai parlato? Poi si rivolse a me. Suo fratello  soldato del Sultano e sar alle porte, stanotte. Andiamo. Anche tu, Valanga; non c' il rischio di incontrare qualcuno che possa interrogarti.
...
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...
CAPITOLO 10.
...
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...
Avvolti nei mantelli e con i turbanti in capo uscimmo nella strada. Il buio calava in fretta e in giro si incontravano solo poche persone frettolose. Arrivammo alle porte che era gi buio.
Shukry, fatto cenno di fermarci, sal i tre gradini della porticina della torre da cui provenivano voci e un fascio di luce e salut qualcuno.
Venne fuori un altro giovane, molto simile fisicamente a lui e con gli abiti degli armigeri del Sultano. Salut il Grifo e ci fece entrare.
Quattro soldati seduti a un basso tavolino mangiavano da una grossa ciotola di riso e non alzarono neanche il capo.
Mio fratello esce con alcuni amici: cercano una donna dei quartieri occidentali di cui hanno sentito meraviglie. Non c' problema. Per la mano del Profeta. Riferiteci poi se la sua fama corrisponde alla realt: anche noi siamo interessati. grid a loro beneficio, mentre apriva il passaggio che immetteva nell'antiporta e poi quello verso l'esterno. La voce, identica a quella del fratello, si abbass. Come d'accordo sono qui tutta la notte. Sono amici miei e i dinar, in ogni caso, funzionano sempre. Che Allah vi sia benevolo.
La porticina si richiuse alle nostre spalle. La strada proseguiva verso ponente, verso le montagne per una stretta valle. Dopo uno spazio aperto cominciavano le case dei quartieri esterni: basse, povere, di mattoni cotti al sole, neri cubi nella notte. Qualche cane abbai, risuonarono
pianti di bambino e voci di donna. Qua e l scheletri di abitazione ancora in costruzione si stagliavano contro il cielo argenteo di stelle, lanciando in alto le canne dell'intelaiatura. Ogni tanto una luce lontana oscillante indicava che non eravamo soli.
Una civetta cant tre volte.
Brutto segno. borbott Valanga, segnandosi. Eccola laggi, su quel muretto.
Silfeo si volt e ribatt in larusiano: Da queste parti, quando canta nel primo quarto della notte e si fa vedere, si dice che porti fortuna.
Valanga rispose con un grugnito lasciando cadere il discorso.
Le costruzioni divennero pi rade. Nessuna voce tranne squittii di pipistrelli e richiami di gufi. Un cane lontano abbai; un altro gli rispose. Continuarono l'altalena per un tratto, finch l'eco dell'ululato di un lupo al di l della valle chet entrambi.
Dove siamo?
Di nuovo rispose Silfeo in larusiano: Nel vecchio cimitero orientale. Attento con quei gesti. Valanga si era segnato di nuovo. Se qualcuno dovesse vederti non avresti neanche il tempo di giustificarti.
Perch siamo venuti fin qui?
Ora lo saprete. intervenne il Grifo.
Solo allora mi accorsi che Shukry e Silfeo portavano degli oggetti e un sacco sotto il mantello. Si erano fermati davanti a un muro alto quanto un uomo che cingeva uno spazio quadrato e avevano poggiato a terra una brocca e una piccola pala. Al di sopra del recinto svettava una palma e un robusto catenaccio serrava una porticina.
Il Grifo estrasse una chiave. D'un tratto si immobilizz. Spense in fretta la lucerna. Restammo tutti immobili.
Non si vedeva in giro nessuno. Una folata di vento caldo del deserto sollev la polvere e il pulviscolo brill al raggio delle stelle. Di nuovo il canto di una civetta. Poi un ringhio di cane.
Addossati nell'ombra del muro mettemmo mano ai coltelli in silenzio.
Intorno costruzioni simili a piccole moschee, minareti in miniatura e steli gettavano sagome scure sul bianco della terra brulla.
Shukry indic la cupola di un marabutto sulla destra: si indovinava qualcosa muoversi. Silenziosamente scivol di fianco, senza entrare nel cono di luce, e scomparve.
Un botto, un grido, rumore di lotta.
Accorremmo.
Qualcuno si allontanava di corsa e mi lanciai all'inseguimento, lasciando gli altri a occuparsi delle figure allacciate nella lotta.
Inciampando e rischiando continuamente di perderlo, confuso dal luogo sconosciuto e dai mille angoli che incontravo, riuscii a raggiungerlo. La paura fece perdere la prudenza all'uomo che si gett sulla strada contando sulla velocit invece di tenersi nei punti d'ombra.
Gli fui dietro. Afferrai il mantello. L'uomo mi scivol di mano.
Con la spinta della rincorsa mi lanciai allora verso le sue spalle. Cademmo entrambi in avanti e rotolammo al suolo. Si divincol e sgusci di lato. Sbuff soffiando un alito pesante, mentre cercava di colpirmi con i pugni. Allora gli balzai sul petto e bloccai il corpo facendo leva sulle gambe e sulle braccia.
Mi sput in viso ringhiando insulti in barbaresco. Gli afferrai la testa e la battei all'indietro sulle pietre. Sentivo i peli della barba e l'appiccicaticcio del sangue che gli colava dal naso.
Rimase intontito e fermo.
Nel momento in cui mi tirai su, arrivarono Silfeo e Valanga che lo afferrarono.
Non credo che al buio e da solo avrei ritrovato il recinto giusto. La porta era socchiusa ed entrammo tirandoci dietro il battente.
Il Grifo aveva riacceso la lanterna: vicino a una palma centrale era buttato scomposto il cadavere di un uomo. Shukry, seduto su una delle tre lastre tombali disposte tutto intorno, si tamponava un braccio imprecando.
Illumin il prigioniero. Nonostante l'aspetto pesto e dolorante riconobbi l'uomo con cui avevo parlato al mercato, quello che aveva detto di essere di Al Kenz-Ahlem. Il turbante giallo e sporco era tutto scomposto e il sangue gli colava sulla barba. Gli occhi neri lanciavano lampi d'odio impotente.
La voce del Grifo era dura: Che Allah ti faccia precipitare nel pi profondo del suo inferno. Chi sei e perch ci seguivi?
Sput nella mia direzione: Ti ho riconosciuto, cane bastardo. Tu sei quell'infedele che a Larusina chiamano il Rosso, quello che era schiavo su una galea del Misericordioso.
E tu invece chi sei, per la mano del Profeta? Il Grifo lo stratton prendendolo per una spalla.
Un vero credente che ha difeso la voce del vero Dio anche quando era prigioniero. Siete voi i traditori che il Sultano cerca. Pagherete caro il vostro inganno.
Attento a come parli, miserabile letame. Gracidare come rane  facile, difficile sfuggire alle mie mani. Cosa credevi di fare?
Trovare le prove della vostra perfidia.
Storie. Se avessi voluto denunciarci lo avresti fatto subito alle guardie del Sultano. Tu ci spiavi nella speranza che avessimo qualcosa che valesse la pena rubare.
L'uomo rispose con un grugnito, poi abbass la testa.
Con un movimento rapidissimo il Grifo gli piant un pugnale in gola.
Un fiotto di sangue, un singhiozzo strozzato e Al Kenz-Ahlem cadde in avanti con gli occhi sgranati.
Mi ritrassi con disgusto. Era dai tempi della galea che non vedevo ammazzare la gente cos a sangue freddo: Siamo sicuri che non ne abbia parlato a nessuno?
Mi ci gioco la benevolenza di Allah: lui e il suo compare volevano prima derubarci. Avanti, abbiamo perso fin troppo tempo.
La ferita di Shukry era solo un graffio. C'era una piccozza custodita in un angolo; Silfeo la prese e fece leva sulla pietra della tomba centrale. Lo aiutammo a spostare la lastra scalzata e a scavare la terra smossa fino a scoprire una botola delle dimensioni di una piccola porta. Al di sotto apparve un pozzo nero con una scala di corda annodata che si perdeva nell'oscurit.
Il Grifo imped a Shukry, dolorante per la ferita, di scendere, e acconsent a che lo accompagnassi io. Ci calammo nel buio. Le pareti erano grezze e abbozzate, senza appigli o ganci. La corda dondolava sotto il nostro peso, dimostrando di non essere fissata in fondo. Quando il buco dell'apertura fu solo un rettangolo di cielo che incorniciava la falce di luna, toccammo terra e la galleria prosegu in orizzontale, allargandosi in una vasta cavit ripiena di casse di legno di varie dimensioni.
 il tuo nascondiglio?
Annu nella penombra. Chi mai penserebbe a cercare in un vecchio cimitero nella zona pi povera della citt? Prendi questi barilotti, sono le cose importanti. Il resto pu aspettare.
Tornammo all'esterno e, gettati i corpi dei due briganti nel pozzo, ricoprimmo di terra la botola e risistemammo la lastra. Dal sacco di Shukry usc del gesso che mescolato all'acqua ci permise di murare la pietra, in modo da cancellare ogni traccia.
Era ancora notte quando ci rimettemmo in marcia, con due pesanti barilotti celati dai mantelli. Per prudenza avevamo spento la lucerna, fidando solo nella luce delle stelle che illuminava la strada facendola risaltare fra le ombre. La falce di luna era calata.
Mancava poco all'alba quando arrivammo alle ultime case del quartiere esterno prima della citt. Presto le guardie avrebbero aperto le porte e saremmo potuti entrare con
facilit mescolandoci alla moltitudine di mendicanti, facchini, contadini e povera gente che si stava accalcando. Abituati a porsi poche domande per non esporre il fianco a riceverne loro, non ci rivolgevano pi di uno sguardo distratto.
Due armigeri nella divisa rosso e oro del Sultano, la larga scimitarra alla cintura, aprirono i battenti e si disposero ai lati. Ci avviammo insieme agli altri.
Un vecchio sdentato, avvolto in cenci luridi che puzzavano di fogna, biascic accanto a me: Che Allah mi faccia cadere tutta la pelle per la lebbra: cos'hanno stamani? Andiamo avanti troppo piano. Forse che ci controllano a uno a uno?
L'inquietudine serpeggiava e molti arretravano riguadagnando le case e disperdendosi fra esse. A un gesto del Grifo mi gettai di lato in un accenno di stradina, mentre Silfeo e Shukry tiravano indietro Valanga sul retro di una fila disordinata di casupole di fango. Scavalcammo veloci il recinto pi vicino finendo in un cortiletto ingombro di rifiuti. Una capra macilenta scavava col muso nel mucchio e alz stupita la testa senza spaventarsi. Tenendoci dietro a una fila di teli di stoffa grezza stesi a un filo, raggiungemmo l'abitazione pi vicina; sul muro lo strato esterno di fango stava staccandosi a larghe scaglie marroni scoprendo l'intelaiatura di canne e legna della struttura. Shukry apr con una sola spallata un uscio formato da un paio d'assi inchiodate in modo approssimativo e irrompemmo all'interno.
Non c'erano mobili. Su una stuoia una donna allattava un bambino, mentre un altro giocava l accanto. Lanci un urlo coprendosi.
Che ogni benevolenza di Allah ti accompagni, buona donna, non abbiamo intenzioni malvagie: cerchiamo solo un rifugio. E sarai ben ricompensata. si affrett a salutarla il Grifo.
La donna si mise a singhiozzare rincantucciandosi contro la parete, il figlio stretto fra le braccia. Shukry acchiapp l'altro che tentava di sgusciare dalla porta.
Me misera, me sventurata. Che Allah misericordioso abbia piet di me e mi scampi.
Una moneta d'argento, invece che calmarla, la gett ancor pi nel panico.
Non hai nulla da temere, buona donna. Il tono calmo di Silfeo sembr avere un certo effetto. Avrai dei dinar e nessuna percossa.
Siamo gente misera, mio marito  uno spazzino. Quando sapr che ho fatto entrare in casa uomini sconosciuti mi picchier. Non abbiamo nulla qui, siamo povera gente.
Lo sappiamo, non devi temere nulla. Avrai solo da guadagnarci.
Anche se poco convinta, la donna smise di piangere, restando per rintanata nell'angolo con i bambini fra le braccia.
Spiammo dalla piccola apertura sul davanti: la strada era occupata da una fila di contadini e persone che aspettavano di passare il controllo alle porte. Arrivarono fino a noi le parole di un uomo che proveniva dalla citt: Cercano uno straniero, un infedele dai capelli rossi,  il traditore del Sultano.
Bella fama, Rosso comment il Grifo in larusiano.
Shukry fremeva. Devo sapere cosa  successo e se
Kafur  nei guai. Vado avanti io, non possiamo restare qui ad aspettare chiss che.
Depose a terra il barilotto che portava e con fare deciso usc. Spar nella coda.
Il Grifo si avvicin alla donna: Dov' il rasoio con cui radi tuo marito?
Indic un angolo dove stavano delle ciotole di legno sotto una stuoia di foglie di palma. Usc un coltello ben affilato e lucente che probabilmente in quella casa serviva per ogni uso.
Ci sono per te questi cinque dinar, donna, se radi il mio amico qui per bene e senza far domande.
Solo quando vidi che mi indicava capii le sue intenzioni:
Non voglio assolutamente tagliarmi i capelli. Preferirei perdere una mano proruppi, scandalizzato. Ne andavo troppo fiero per permetterlo.
Le mani le tagliano ai ladri. Ai traditori staccano la testa dal collo. E quel che  peggio  che la tagliano anche ai loro complici.
Ero furioso, tanto pi che vedevo negli occhi di Valanga la stessa idea del Grifo.
Non c' tempo: dei soldati hanno lasciato la porta e vengono in mezzo alle case. rifer Silfeo alla porta. Si tir indietro in fretta: due armigeri passarono proprio di fronte, fermandosi sulla strada.
Chiacchieravano a voce alta: Per Allah e per la mia spada: di sicuro  un altro falso allarme. Ogni giorno qualcuno, per farsi bello e riscuotere la taglia, viene a riferire strane storie. Se dovessimo dar retta a tutti i merli indiani che chiacchierano. Un infedele dai capelli rossi riconosciuto da un mezzo contrabbandiere, un ex schiavo che  anche scomparso. Eppure il comandante gli ha dato retta e ci manda a cercarlo fra queste baracche. Che puzza, per il Misericordioso. Chi abita qui?
Il Grifo si chin sulla donna. Vai a rispondere e attenta a quello che dici; altrimenti, per l'Unico e Vero, taglio la pancia a tuo figlio e ti faccio mangiare le viscere.
La minaccia la fece schizzare in piedi, con il piccolo stretto al petto. Il velo le cadde e apparve la faccia sconvolta, mentre fissava Valanga che teneva l'altro bambino con il coltello puntato contro. Si ricompose e and alla porta sul davanti.
Scost appena le assi che la chiudevano e chiese con un filo di voce tremante: In nome di Dio, che volete?
Siamo soldati del Sultano di Mustarrajla, Signore di queste terre e della tua vita. Chi abita in questo tugurio?
Hamid lo spazzino. Non abbiamo fatto nulla di male. Mio marito  ora al mercato delle pecore e torner solo a sera. Vi prego, in nome di Allah, andatevene.
Attraverso una fessura tra il legno vidi la smorfia di ribrezzo del soldato che si affrett ad allontanarsi per passare all'abitazione successiva.
Perch  stato cos semplice? chiese Valanga lasciando il ragazzino che corse dalla madre. Come ha fatto a non accorgersi che la donna era terrorizzata da qualcosa?
Il Grifo rise sommesso: La superstizione ha lavorato per noi. Non so se hai compreso il discorso: il marito di questa donna lavora come spazzino al mercato del bestiame, cio trasporta sangue e rifiuti allo scarico. Per un credente il sangue  una materia impura e chi ha a che fare con esso  una persona immonda. Ha cercato di allontanarsi il prima possibile per non contaminarsi in qualche modo.
Valanga ebbe una smorfia Non finirete mai di stupirmi, voi barbareschi.
Adesso la donna baciava il figlio con foga.
Vuoi capire, donna, che tutto questo  solo un guadagno per te? Davvero sei cos ricca che i dinar non ti interessano? Ecco, questi sono tuoi: prendili.
Il Grifo le mise in mano tre monete. Le dita magre si strinsero su di esse con voracit e lei lo fiss stupita, quasi incredula. Li nascose in fretta sotto il vestito.
Non stare a fissarmi l impalata, come fa un asino stupido con il padrone. Hai del cibo, qualcosa da offrirci? la rimbrott lui.
La donna si riscosse e divenne in breve tempo fin troppo ciarliera. Si chiamava Ataw-fiq, ci raccont, mentre ci porgeva del pane d'orzo azzimo e del t alla menta. Non doveva essere vecchia, ma era gi sfiorita e aveva assunto quell'aspetto senza et di molte donne del popolo che non possono permettersi il lusso di curare il proprio aspetto. Le mancavano vari denti sul davanti e profonde rughe le
solcavano il viso, per lo sguardo vivace e i lineamenti dolci dimostravano che non molto tempo prima doveva essere stata graziosa. Aveva avuto altri tre figli, raccont non interrogata riempiendo con chiacchiere il silenzio in cui eravamo sprofondati, ma erano tutti morti appena nati. Mi chiesi fugacemente se anche i seni di Faten, dopo tante gravidanze, sarebbero diventati flosci come quelli che avevo intravisto entrando.
Il bambino pi grande ci fissava con gli occhi neri spalancati e curiosi, avido di conoscere e di rendersi utile. Aveva circa otto anni e sembrava sveglio, quindi ci lasciammo convincere a mandarlo da una vicina a chiedere un po' di olive e di datteri. Appena fuori si mise a chiacchierare con altri bambini del villaggio e spar oltre la nostra vista. Vedendoci allarmati, la madre ci rassicur affermando che sarebbe parso sospetto se non avesse fatto la vita di sempre, ma ben presto la costringemmo ad affacciarsi e a chiamarlo a gran voce, adducendo come scusa la capra da mungere.
Il ragazzo rientr in casa ridendo, con l'aria soddisfatta di chi ne ha combinata una: Sono stato a parlare con le guardie. comunic tutto fiero. Cio, non ho parlato io, ma ho sentito cosa dicevano allo sceicco del villaggio. Stanno cercando un rinnegato altissimo, rosso come il corallo. Hanno raccontato che hai ucciso un visir. Mi guard con aria ammirata. E anche quindici guardie. E poi hai rubato il tesoro del Sultano. Se i miei amici sapessero che ti conosco.
Perch lo cercano qui? Il Grifo lo incalz prendendolo per un braccio.
Lui si strinse nelle spalle con aria d'impotenza: Non l'hanno detto. Ma pensano che tenter di entrare in citt. Si sono nascosti nelle case in fondo, verso la valle.
Hanno parlato solo di lui? Oppure cercano anche altre persone?
Solo di lui. Darai dei dinar anche a me, visto che sono stato cos bravo?
Soltanto se scoprirai quante sono e cosa fanno le guardie alla porta a chi tenta di entrare.
Scomparve di corsa.
Il tempo non passava mai. Ataw-fiq chiacchierava in continuazione e si zitt solo dopo un ringhio di Valanga. Sonnecchiammo un po' a turno sulla stuoia.
Il ragazzino torn saltellando eccitato: Fanno togliere il turbante a tutti. Fanno tante domande. Hanno arrestato due ladri e tagliato loro le mani subito, senza processo. E sono tanto numerosi da riempire la porta all'interno. Con ammirazione estatica gust l'imprecazione colorita che era scappata al Grifo poi si rivolse direttamente a me. Hai una taglia: cento dinar per ogni informazione sul tuo nascondiglio.
Silenzio. Sentii la donna trattenere il fiato.
Soltanto? Vale poco la tua testa, Rosso. cerc di scherzare il Grifo. L'unica soluzione  che tu e Valanga restiate qui, mentre noi entriamo in citt. La donna e il ragazzo sono un problema.
Non penserai.
No, no, per Allah, conosco il tuo cuore tenero come il burro. Del resto non ci conoscono e anche se affermarono che hai dei complici, non ci riconoscerebbero. Solo allora mi resi conto che lui e Silfeo, al contrario di me che avevo tolto il turbante appena entrato nella baracca, erano stati attenti a tenere il viso coperto dal mantello e avevano quasi sempre parlato in larusiano.
Dove porta questa strada? Non potremmo provare a rientrare da un'altra porta?
Troppo difficile: questo  un wadi, un antico fiume in secca. In fondo, oltre al cimitero abbandonato si allarga in una piccola valle ridosso alle montagne, la Valle del Sangue.  il luogo dove i condannati vengono torturati e giustiziati. Le pareti che la cingono sono ripide e scoscese, senza sentieri laterali: non si pu fuggire in quella direzione e i soldati lo sanno bene. Ci sono leggende che narrano di condotti sotterranei, ma nessuno sa quanto ci sia di reale in
esse. E io certo non conosco la loro posizione. No, per Allah, l'unica via  la porta.
Un rumore sul retro ci fece sobbalzare. Il belato della capra si mescol a stropiccio di passi.
Balzammo verso l'imposta: un soldato si appoggi al legno e scivol dentro.
Fermi, per la mano del Profeta, sono io. Kafur sollev le mani e sgusci di lato, evitando il colpo che Silfeo aveva vibrato col coltello. Shukry mi ha descritto la casa dove vi eravate nascosti. Vi siete messi in un bel guaio. Tenete, Intissar vi manda questo.
Gett un pacco che portava in mano. Apparvero delle tuniche di lana e altri oggetti.
Il Grifo, data un'occhiata, approv col capo: Ottima idea. Avanti donna, radigli la testa.
Non osare neanche avvicinarti.
Kafur rise: Non ce ne sar bisogno. Tir fuori dalla fascia alla cintura un vasetto. Ecco un unguento con cui le donne anziane si tingono di nero i capelli. Quando siete pronti venite fuori. Io sono alle porte. Come ci comportiamo con costoro? Indic la donna e i suoi figli.
Il ragazzino verr con noi: se tutto andr bene lo riavr indietro sano e salvo con centocinquanta dinar e un abito nuovo, nel caso volesse tradirci lo scanner come un vitello con le mie mani prima che ci catturino e lei guadagner solo i cento dinar della taglia. Credo che sar abbastanza saggia da capire cosa le conviene di pi.
Il giovane spar da dove era venuto.
Questi sono abiti da asceta. continu il Grifo.
Indossateli. Racconter che sono uscito dalla citt per cercarvi e per portarvi da una signora importante e malata che ha chiesto la vostra presenza santa al suo capezzale. Valanga ha fatto voto di silenzio e non pu pronunciare parola, mentre tu dovrai continuamente ripetere i nomi di Allah. Poi vi spiegher bene come fare. Ora tingi questi
boccoli ridicoli fino a farli diventare neri come scorpioni attorcigliati.
Ataw-fiq mi aiut ad applicare una sostanza che dava il voltastomaco, densa e scura, appiccicaticcia e con un puzzo pungente, sui capelli. Poi li arruff cos che sembrassero non pettinati da mesi e li strofin con fango e sterco per confondere l'odore della tintura. La pass anche sui sopraccigli e sull'ombra di barba che mi era cresciuta dal giorno prima.
Ma le donne che si tingono con quest'affare vanno in giro lasciando una simile scia puzzolente?
Rise di cuore: Dopo si spalmano e si strofinano con profumi e aromi per coprirlo, mio bel signore. Non ho mai visto dei capelli cos lunghi e cos belli come i tuoi in un uomo.
Ci aiut a indossare le ruvide tuniche di lana e le regalammo i nostri abiti. Cingendoci in vita un rosario con grossi grani, il Grifo spieg: Questo serve per tenere il conto degli epiteti di Dio tratti dal Corano. Rosso, tu devi continuamente ripeterli come una cantilena, sgranandolo. Valanga, tu devi imitarlo e seguire la sua sequenza ma restando in perfetto silenzio. Hai due bastoni, donna? Anche se non sono perfetti, andranno benissimo. Ce li mise in mano. Vieni ragazzo, tu sarai il mio servo e, se Allah ci protegger, tornerai presto da tua madre con molto denaro.
Prima di uscire, fece voltare contro il muro la donna e suo figlio quindi, mentre noi li sorvegliavamo, distribuirono le monete contenute nei due barilotti nelle fasce in vita, attaccando sotto le vesti anche a noi una sorta di borsa molto pesante. Non c'era bisogno di raccomandazioni.
Uscimmo per strada. A quell'ora erano pi quelli che venivano dalla citt che quelli che vi andavano. Con calma ci incamminammo, cercando di frenare l'agitazione e avanzando come se non avessimo nulla da temere.
Sulla porta un armigero ci si par davanti. Altri due erano ritti esternamente alla porta a gambe larghe e piantate al suolo, le scimitarre sguainate parallele al terreno. Oltre i battenti se ne vedevano altri, a destra e a sinistra, nella stessa posizione a riempire l'antiporta.
Fermi. Chi siete, da dove venite e dove andate?
Sia lode ad Allah, altissimo e grande. Sono Ghassan ibn ar-Rabi. Sto conducendo questi due santi asceti presso una dama importante e pia, gravemente ammalata, perch le diano conforto e le rallegrino l'animo. Permetteteci di entrare.
Toglietevi i turbanti e mostrate la testa.
Io ostentavo la mia chioma scura e arruffata benedicendo col capo, e continuavo senza sosta a ripetere: Gloria a Dio, lode a Dio, non c' altro Dio fuori di Allah.
L'attenzione del soldato era puntata su Valanga: Perch questo sant'uomo sgrana il rosario con la mano impura?
Ignorando la differenza, infatti, il larusiano lo maneggiava con la sinistra.
Io presi a declamare alzando la voce ancora di pi: Non c' forza n potenza se non in Allah, il Misericordioso. Una mirabile avventura  capitata al mio fratello nella fede. Udite e stupitevi, poich  una storia che, se fosse scritta con gli aghi negli angoli interni delle palpebre, sarebbe di esempio a coloro che sanno riflettere. Un anno fa, mentre pregava e innalzava lodi a Dio, Unico e Vero, and in estasi e la sua mente vag persa nella gloria di Allah, percorrendo il Ponte as-Siratil, stretto come un capello, che separa il Paradiso dall'Inferno, conversando con gli angeli e i custodi dei morti. Quando torn a noi, dopo tre giorni e tre notti, la sua mano destra era immobile e senza vita. La presi e la feci ricadere come se fosse effettivamente morta. Non so per quale miracolo Valanga comprese, nello scarso arabo che conosceva, il mio discorso e resse la parte. Anche la sua voce era sparita, come se, dopo aver conversato con Ridwan e Mlik,
portinai degli inferi, non avesse pi interesse a comunicare con noi uomini. Allah  grande e Maometto  il suo profeta. conclusi prostrandomi a terra nella direzione della Mecca, sperando di non essermi confuso nel mio sproloquio.
Intercettai, sollevandomi, lo sguardo di vaga approvazione del Grifo.
Il soldato che ci interrogava era gi passato al mendicante stracciato che veniva dietro a noi. Ci affrettammo a oltrepassare la porta interna e a rientrare in citt.
Il Grifo mi si affianc bofonchiando: Non ti facevo cos colto nella vera fede, Rosso, anche se non so se avresti retto l'esame di un imam.
A qualcosa sono serviti i tuoi racconti notturni nella spiaggia della Baia del Lamento, Grifo. Mi sono ricordato di varie leggende che mi avevi narrato e le ho impastate adattandole al nostro scopo.
Leggende, leggende, ci sarebbe da discutere per ore su questo. Per tua fortuna, dannato infedele, non abbiamo tanto tempo. Rideva, e l'epiteto aveva il tono del complimento.
Faten mi corse incontro, fresca nell'abito blu, avvolgendomi nel suo sorriso. Quella sera pretese lei di lavarmi e massaggiarmi, presiedendo il lavoro delle schiave, sciacquandomi i capelli quanto bastava per pettinarli agevolmente, lasciando la tintura nera a coprire il rosso, quindi mi avvolse in un profumo di muschio che stronc l'olezzo che mi trascinavo dietro.
Cenammo tutti insieme, anche se io disdegnavo gli altri e la mia mente vagava per conto suo, pregustando i piaceri che credevo di indovinare nei gesti della giovane. Invece, terminata la cena, durante la quale mi aveva servito lei stessa, depose un rapido bacio sulle mie labbra e si ritir in una nuvola di seta, lasciandomi istupidito con lo sguardo della cernia sul banco del mercato.
Rosso, Rosso scherz il Grifo. Attento a lei: ricorda che il suo nome nella tua lingua significa seduzione. Conosce bene l'arte di far impazzire gli uomini, la ragazzina.
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CAPITOLO 11.
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...
La rividi il mattino dopo, vestita nuovamente come un monello di strada.
Silfeo ci aveva armati, affidando a ognuno di noi un paio di pugnali dalla lama affilata, curva, con l'impugnatura in corno sagomato. Per il Grifo mise da parte anche una pistola con la fiaschetta della polvere. Ci stavamo sistemando, nascondendo le armi sotto la fascia in vita, quando il Grifo ci raggiunse, seguito dalla voce di Intissar velata di pianto che lo affidava alla benevolenza di Allah. Lasciammo la casa.
Cercando di non dare nell'occhio, mescolandoci alla folla come se avessimo tempo da perdere e gironzolassimo senza una direzione precisa, raggiungemmo anche troppo in fretta il suk.
Silfeo, come stabilito, aveva fatto un giro pi rapido e teneva occupati due commessi in lunghe contrattazioni che non portavano a nulla. Valanga e Shukry si misero ad ammirare i tappeti e a chiedere informazioni spicciole. Noi domandammo di nuovo dello sceicco Ahnesh e passammo nella stanza sul retro.
Il vecchio sedeva nella medesima posizione in cui lo avevamo lasciato e lo schiavo era sempre chino sull'arpa orizzontale.
Abbiamo portato il Corallo Bianco secondo gli accordi dissi senza tanti complimenti, mentre il Grifo si posizionava con indifferenza vicino all'arco di
comunicazione con la stanza adiacente, fingendo di non notare gli schiavi armati.
Il mercante fiss con attenzione Faten. La ragazza resse lo sguardo con un coraggio che mi rese fiero di lei. Poi le fece cenno di avvicinarsi e di inginocchiarsi di fronte. Le prese il mento e studi i lineamenti con attenzione, girandole la testa in varie angolazioni e passandole la mano sui capelli corti, fino alla base della nuca. Fremevo, vedendo il vecchio toccarla e faticavo a mantenere l'imperturbabilit necessarie. Quando questi poi cominci a palparla sul davanti della casacca, cercando chiaramente la fascia che le serrava i seni, non potei pi resistere: Allora, tutto a posto? La merce  quella che volevi?
C'era soltanto una piccolissima nota di rabbia nella voce, ma il Grifo mi guard torvo, mentre Ahnesh sollev un sopracciglio con disprezzo e continu la sua ispezione senza rispondere.
Con il movimento di un dito la fece alzare, le pass i palmi lungo i fianchi e sul bacino, quindi insistette in mezzo alle gambe. Lei sosteneva impassibile il suo sguardo con sangue freddo. Aveva nascosto il pugnale in uno dei calzari che le aveva dato Intissar e lasci che lui la toccasse senza tradire emozioni.
Finalmente il vecchio si tir indietro e pronunzi una breve frase di cui non compresi il significato. Lei rispose con un'altra altrettanto misteriosa e per un attimo terribile pensai che fossero d'accordo, ma respinsi l'idea come assurda.
La merce  buona.
Le fece cenno di accucciarsi a terra, su un cuscino, quindi si alz con lentezza. In piedi sembrava curvo e minuto, quasi innocuo, ma il lampo che gli guizz negli occhi mi ricord che si trattava soltanto di apparenza. Si diresse verso uno stipetto d'ebano e avorio intarsiato e apr un cassettino. Estrasse un borsello di damasco nero e cont venti ducati d'oro di Larusina, poggiandoli su un tavolino.
E l'oggetto che devi consegnarci?
Un sorriso apparve sull'angolo della bocca mentre estraeva da una tasca un pacchetto involto in pelle di daino e chiuso da ceralacca nera, posandolo accanto alle monete.
Con un gesto mi ferm, indicandomi che stavo avvicinandomi troppo a lui e si riport di l dal tavolo, sedendosi sui cuscini e poggiando la mano sulla spalla di Faten sempre rannicchiata a terra.
Prendi il denaro e il pacchetto, larusiano. In nome di Allah, noi non ci siamo mai incontrati. Stai lontano intim a voce pi alta, interpretando un mio movimento come sospetto. Con la coda dell'occhio osservai avvicinarsi i due schiavi che stavano nell'altra stanza: reggevano con noncuranza dei lunghi coltelli e ci guardavano attenti.
Rimasi incerto. In quel mentre, il vecchio ebbe un sussulto e i suoi occhi divennero una fessura sottile e irata, mentre si rialzava lentamente insieme alla ragazza. Dalla mia posizione vidi il pugnale che lei gli puntava nel fianco e che sfuggiva alla visuale delle guardie.
Faten bisbigli qualcosa all'orecchio del mercante che grid con voce falsa e tesa ai suoi uomini: Andate. Allontanatevi di qui. Non c' forza n potenza se non in Allah.
I due rimasero un attimo interdetti, poi a un secondo comando sparirono dietro una porta, mentre il musico continuava a suonare inconsapevole. Il Grifo intasc in fretta il pacchetto e i ducati, estrasse il coltello e si sostitu a lei: Ora verrai con noi a fare una bella gita fino al porto, vecchio malvagio destinato all'inferno. Fa' in modo che nessuno ci segua, se vuoi restare vivo ancora per un poco. E che nessuno si metta in mezzo.
Guai a te, schifoso fra gli uomini, figlio della pi ignobile delle adultere. Invocherai mille volte invano Iddio perch ti dia la morte sibil il mercante. Ottenne in risposta un calcio e una spinta.
Dietro indicazione del Grifo caricai la pistola e la puntai alla testa del vecchio, cercando di non mostrare come fossi poco pratico di artiglierie; quindi uscimmo nel vestibolo.
Nessuno.
Davanti all'arazzo che metteva in comunicazione con la bottega ci fermammo.
Tienilo sotto tiro. Vado avanti io a controllare che tutto sia a posto sussurr il Grifo.
Quando sollev un lembo dell'arazzo, la luce e la confusione della strada penetrarono oltre la pesante cortina insieme alla voce di Shukry. Allora con un cenno spar al di l, facendo ripiombare nel silenzio il corridoio.
Cane infedele, preparati a conoscere l'inferno di Allah.
Il vecchio era troppo tranquillo, mentre sputava gli insulti
con voce sardonica, ebbi il tempo di pensare.
Poi uno sparo, urla e grida: Via, via,  un'imboscata. Mettetevi in salvo.
Lo strattonai. La mano che reggeva la pistola tremava. Un rapido scambio di sguardi con Faten e arretrammo incerti.
Qual  l'uscita secondaria, vecchio?
Rise: Credi forse che te lo direi, rifiuto d'immondizia? Spara, uccidimi. Vedrai cosa ti succeder.
Lo trascinai all'indietro, fino alla porta dirimpetto all'arazzo che dava nella bottega. Aprimmo, ci precipitammo dentro e richiudemmo il legno.
La stanza era tutta rosso scuro. Pannelli di caldo mogano la rivestivano e i mobili e le cortine erano della stessa tonalit. Un bacile d'oro rosso stava al centro. Dall'altra parte un'ampia finestra immetteva in un chiostro: ci precipitammo l, sempre tirandoci dietro a forza il vecchio.
Uccelli. Uccelli di tutti i colori ci volteggiavano intorno; l'aria era resa assordante dai loro canti: usignoli, colombe, tortore, merli, cardellini, pettirossi, canarini erano riuniti in quel posto. Alzando la testa ci accorgemmo di una fitta rete tesa sopra il perimetro del chiostro in modo di impedir loro di volare via. Al centro una fontana creava giochi d'acqua cadendo da un vaso all'altro in successione.
Due donne sedute su un basso divano dietro delle colonne lanciarono un grido e scapparono via.
Tutto intorno si aprivano porticine uguali. Indecisi ci dirigemmo verso quella opposta a noi. Eravamo arrivati all'altezza della vasca, quando esse si aprirono e apparvero schiavi armati. Vestiti di nero, reggevano pugnali e sciabole.
Avevo la pistola, ma il colpo era uno solo, non avrei mai fatto in tempo a ricaricare. La puntavo disperatamente al cranio del vecchio a cui avevo fatto volare il turbante. Un cranio rotondo, coperto di una leggera peluria bianchiccia, su cui risaltavano le linee bluastre delle vene pulsanti. La canna della pistola lasciava l'impronta per la forza con cui la pigiavo.
Indietro, figli di puttana. State indietro o al vecchio saltano le cervella.
Cosa credi di fare? Avanti, spara, se hai il coraggio. Spara.
A un suo cenno gli uomini avanzarono. Erano a pochi passi. Gli uccelli continuavano a svolazzare da tutte le parti, spaventati dalle persone e dalle voci.
Tremavo e l'uomo se ne accorse. Sei davvero in grado di sparare e di uccidere? Sei sicuro? C'era disprezzo nel tono della sua voce. Non credo, schiavo vigliacco, progenie di conigli codardi.
La mano tremava sempre pi.
Premetti il grilletto. La miccia non si accese e non successe nulla. Imprecai. Premetti ancora finch il colpo esplose, ma ormai la canna non era pi rivolta verso il vecchio: nell'ansia e nell'agitazione l'avevo spostata e la palla pass oltre, andando a conficcarsi nel braccio di uno dei servi. La fiammata bruci la testa del vecchio che url.
Un istante dopo mani mi afferrarono e pugni mi gettarono a terra. Sentii le grida di Faten e poi pi nulla.
Una goccia insistente mi martellava la faccia. Dolore dappertutto e nessun ricordo. Mi chiesi dove mi ero fatto cos male, in un umido nero e freddo torpore. Poi mi
arriv all'orecchio una voce, un lamento, qualcuno che mi chiamava per nome. Con fatica aprii gli occhi gonfi.
Li richiusi immediatamente mentre un gocciolone scivolava dall'alto proprio al centro della fronte. Un soffitto a lastroni, vagamente visibile in una scarsa luce tremolante. Cercai di muovermi. Le mani erano serrate dietro la schiena. Disteso su una superficie dura e bagnata, sentivo premere le braccia addormentate per la circolazione bloccata, estranee contro la pelle nuda.
Un qualcosa corse sopra il ventre squittendo. Una donna url poco lontano. Girai con fatica la testa nella sua direzione: Faten sedeva su un ripiano di pietra, legata, in lacrime. Cercai di dire qualcosa, ma usc un rantolo. Sputai un fiotto di sangue e un dente. Merda, pensai e lo ripetei in tutte le lingue che conoscevo.
A Faten avevano lasciato i vestiti e sembrava, a parte l'aria sconvolta e le corde che la legavano, in buona salute. Io ero completamente nudo, uno spasimo sordo all'altezza dello stomaco, nausea in bocca e dolore in tutto il corpo. Nella parte del corpo che sentivo, intendo, quella non intorpidita dalla circolazione bloccata.
A quanto potei capire sbirciando dalla mia scomoda posizione, eravamo in un sotterraneo impregnato d'acqua, scavato in parte nella roccia e in parte costruito a pietroni. Una fioca lanterna bruciava in una nicchia in alto. Odore di fradicio, di topo, di orina, sangue e sudore aleggiava intorno.
Un attimo di panico nero che fece ondeggiare il mondo, poi: No, gridai nella mia mente, non di nuovo. I bastardi non mi avranno mai, mai.
Con uno sforzo tentai di sollevarmi. Lo stomaco doleva e gli addominali si rifiutavano di obbedirmi. Strinsi i denti e mi misi a sedere. Le corde ai polsi e alle caviglie intrise di sangue dolevano. Il movimento mise in fuga un topo.
Faten piangeva: E colpa mia, solo colpa mia. Che il Misericordioso possa avere piet di noi. Cuor mio, perdonami.
Prima che riuscissi a trovare la forza di parlare, un cigolio metallico ci fece girare verso una porticina laterale che non avevo notato fino allora.
Una luce forte illumin il sotterraneo. Due schiavi neri entrarono con delle torce, aggiungendo odor di fumo e resina all'aria. Tossii.
I due si spostarono e in mezzo a loro apparve lo sceicco Ahnesh.
Il cane infedele si  svegliato. Sta abbastanza bene per essere frustato a dovere. Non c' forza n potenza se non in Allah, altissimo e grande.
Faten con voce rotta che tentava di essere forte gli rispose: Non bestemmiare, vecchio orrendo. Non nominare il nome di Dio, traditore del Sultano.
Taci, mucchio di stracci luridi, non osare parlare cos al mio padrone. Taci o ti stacco la lingua e te la infilo nella vagina.
Il nero si avvicin e fece schioccare la frusta su di lei. Il suo urlo mi scaten la rabbia: Lasciala stare rantolai una prima volta. Poi, pi sicuro ripresi: Non la toccare neanche con la punta del tuo dito immondo, schifoso schiavo.
Come risposta ricevetti una frustata. Trattenni il fiato, chiusi gli occhi, strinsi i denti, mentre il ben noto bruciore scivolava su di me. Sapevo come accoglierlo e non farmi sopraffare.
Lasciala stare, Ahnesh. Lei non c'entra. Frusta me, non lei.
Stupidi infedeli. Davanti a una donna perdono il senno. Ridicoli cani.
Come spiegherai le frustate al Sultano?
La risata chioccia risuon feroce. Al Sultano? E che c'entra il Sultano? Di lei si occuper Nimatullah, il visir, e ti assicuro che non sar per nulla tenero. Ma non preoccuparti: tu sarai abbastanza occupato qui con i miei schiavi per pensarci. Gli occhi erano fessure d'odio liquido. Si chin in avanti e mi punt contro il dito ossuto sputandomi addosso. Pagherai caro, molto caro quello che hai osato fare. E so che altri pagheranno altrettanto caro a Larusina per colpa tua.
Uno schiavo entr di corsa. Si inchin sull'impiantito umido, quindi sussurr qualcosa al suo orecchio. Il vecchio digrign i denti, fece un cenno agli altri schiavi e usc con loro.
Restammo nel buio, nel silenzio rotto solo da un gocciolio continuo lontano e vicino e dai gemiti di Faten.
Fatti animo. Non tutto  ancora perduto. I nostri amici sono liberi e verranno a salvarci.
Cercavo di darle coraggio, anche se avevo molti dubbi su quanto dicevo. Continuavo a non sentire le mani e non sapevo come riuscire a liberarmi dalle corde strette.
Chi  il visir di cui ha parlato lo sceicco? Perch vuole consegnarti a lui e non a tuo padre?
Tir su col naso: E uno dei pi importanti visir, forse  uno dei traditori, non lo so.
Squittii e movimenti frenetici si indovinavano nelle zone pi in ombra dove occhietti rossi apparivano e sparivano eccitati. Gocce dall'alto lasciavano sulla pelle scie ghiacciate. La frustata mi aveva rigettato a terra, su un fianco. Sentii una presenza dietro a me.
La ragazza gemette: Che Allah abbia piet. Muoviti, scaccialo, un topo  vicino alle tue mani.
Sentivo raspare. Non mi mossi. Col capo le feci cenno di stare zitta. Sentivo la coda dell'animale sfiorarmi la pelle della schiena. Era l'unica speranza, l'unica possibilit che potevamo avere. Non stava mordendomi: per il momento si limitava a rosicchiare la corda che stringeva le mani, intrisa di sangue. Il fruscio dei dentini riemp ogni altro suono.
Faten comprese. Aveva smesso di piangere ed era tesa a guardare quello che succedeva alla luce fioca: Una corda si  rotta: non so se  sufficiente...
Non sentivo nulla. Pensai che non sarei mai riuscito a recuperare l'uso delle mani. Poi pregai mentalmente un
qualche dio, presi fiato e di scatto mi tirai a sedere, spaventando il topo.
Fitte tremende ai fianchi nel movimento. Stilettate di mille aghi per tutte le braccia, dal gomito in gi, mentre scaricavo ogni forza che potevo racimolare per riprendere possesso dei miei arti. Parevano appartenere a un altro, appoggiati contro la schiena. Riuscii a scostarli e a muoverli leggermente. Nuove punture e formicoli che mi costarono lacrime negli occhi. Poi, d'un tratto, mi ritrovai le mani libere. Addormentate, pendenti come morte, ma libere. Pezzi di corda mordicchiata erano sparsi a terra.
Aprii e chiusi i pugni per riattivare la circolazione, sperando di anticipare il ritorno dello sceicco e dei suoi schiavi. Quando mi sentii abbastanza in forma passai al legaccio che teneva uniti i piedi: le dita ancora intorpidite faticarono, ma alla fine mi liberai. Battei a terra le piante anchilosate e mi tirai su a fatica. Vinsi il capogiro e sedetti accanto a Faten, sulla panca di pietra addossata al muro.
Mi sentivo umiliato e ridicolo del mio corpo nudo, troppo alto, lungo, sporco, intorpidito. Cacciai la vergogna e la liberai. Comprendendo il mio imbarazzo si sciolse la fascia che teneva in vita e me la diede senza una parola. Lo sapevo, era ridicolo in quelle condizioni avere problemi di pudore quasi fossi una vergine tremebonda, ma non potevo farci nulla. Sperai che nella penombra non avesse notato il rossore che mi aveva scaldato il viso accostandomi a lei in quelle condizioni.
Ora, con il pezzo di stoffa stretto sui fianchi, andava molto meglio. Mi guardai intorno.
La stanza era lunga e stretta, a forma di imbuto. In fondo, dirimpetto alla porta, si vedeva solo l'oscurit. L'altezza non era eccessiva: alzandomi sulla punta dei piedi e tendendo le braccia avrei toccato il soffitto. Mi sporsi e presi la lucerna dal suo alloggio: l'olio era poco pi che met e sarebbe durato soltanto un paio d'ore, calcolai mentalmente ma non dissi nulla.
Tentai due o tre passi in avanti illuminando la zona buia: le pareti si ravvicinavano, incontrandosi ad angolo acuto. Un mucchio di calcinacci di grosse dimensioni era ammassato a riempire lo spigolo. Mentre muovevo la lucerna e dirigevo altrove il fiotto di luce, intravidi un movimento e tornai a guardare. Due grossi ratti si stavano arrampicando sul cumulo e in un lampo sparirono in piccoli anfratti.
Scostiamo le pietre. Forse c' un qualche passaggio.
Sar solo la tana di queste bestiacce.
Le passai la lucerna e mi misi all'opera. Le mani, doloranti, erano piene di piccoli tagli ma non me ne curai. Oltre l'ammasso di pietrame comparve uno spazio buio e vuoto, uno stretto cunicolo che consentiva il passaggio a una persona. La luce in mano, in ginocchio, avanzai per il budello. Dopo un breve tratto imbrattato di sterco di topi, il corridoio si alzava permettendo di tirarsi in piedi. Chiamai allora Faten e con mille lusinghe la convinsi a superare quel punto sporco e puzzolente.
Il varco era un taglio nero e infinito nel nulla. Pareti umide e grezze, fughe di topi o altri animali in avanti. Faten tremava e mi si stringeva addosso, sobbalzando a ogni fruscio, indicandomi atterrita scorpioni e gechi che incontravamo.
Una lieve pendenza conduceva in basso; l'aria chiusa e pesante andava perdendo pian piano l'umidit della parte iniziale. Il muro si chiuse ad angolo, lasciando in basso un'altra apertura: di nuovo strisciammo carponi e sbucammo nello spigolo di una sala.
La debole luce della lucerna non bastava a illuminare il soffitto o il lato estremo, avvertivamo intorno solo l'immensit del vuoto che creava echi ai nostri passi, ai sospiri e alle parole che ci scambiavamo a mezza voce.
Tentai due passi in avanti, conservando nella visuale il passaggio da dove provenivamo.
Sulla parete, a poca distanza dal punto dove eravamo entrati, saliva a spirale una stretta scala costituita da semplici lastroni lasciati sporgere.
Guarda. C' qualcosa laggi.
Mi girai e diressi la luce dove lei suggeriva: illuminai dei cesti di vimini ammassati; alcuni, mordicchiati dai topi, avevano sparso parte del contenuto a terra. Al riverbero qualcosa luccicava. Mi avvicinai, mentre Faten soffocava un grido eccitato. Anche a me il respiro si tronc in gola. Erano monete, montagne di monete. Febbrilmente scoperchiammo i cestoni: un tesoro simile a quello delle fiabe si offr ai nostri occhi.
Il raggio tremolante della lucerna accarezzava, accompagnandolo con mille ombre, uno spettacolo che avevo solo potuto immaginare nei sogni. Affondavamo le mani fra diademi intarsiati, rotoli di perle, sete incastonate da pietre preziose, collane dal valore inestimabile e bracciali di gemme. Rosso, verde, blu intenso lampeggiavano mescolati al giallo dell'oro e al brillare dell'argento.
Ero come ubriaco o drogato. Mi avvolsi in una veste pesante di pietre, su cui fili preziosi disegnavano uccelli dalle ali spiegate e dai becchi spalancati, inseguiti da serpenti dalle squame di rubini che correvano lungo i bordi e le maniche. Cinsi in vita una cintura intessuta di perle ialine con la fibbia di topazi e nappe lunghissime d'oro. In testa indossai un copricapo degno di un Sultano, con un grosso diamante sul davanti. Lo stesso faceva Faten, aggiungendo collane a bracciali, sciarpe preziose a ghirlande di pietre. Giocavamo, strillando eccitati: eravamo bambini avidi, dimentichi del posto e della situazione, che ridevano incoscienti e irresponsabili.
L'olio della lucerna si spense.
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CAPITOLO 12.
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...
Col buio tornarono la consapevolezza e il terrore. Faten, nel raggiungermi terrorizzata, inciamp in un cesto ribaltandolo. Il fragore e il tintinnio del metallo che rotolava a terra sembr nell'eco un tuono assordante e infinito. Quando cess, strinsi a me la ragazza ora in lacrime; sotto le mani sentivo il freddo dei gioielli di cui era rivestita.
All'improvviso si affacci di nuovo il dolore per le percosse ricevute. Questo mi diede la forza e la voglia di reagire. Accarezzando i capelli coperti da una rete di perle raccolsi le idee e riuscii a trovare le parole per calmarla.
Prima ho visto una scala che saliva verso l'alto: proviamo a raggiungere le pareti della stanza e a seguirle a tentoni fino a trovarla. Forse porter a un'uscita.
Non stetti a ragionare sulla bont o meno dell'idea: agii e basta. Presi una direzione nella speranza di non girare a vuoto, finch non urtammo un muro. Di li, aiutandomi con le mani, nel buio pi assoluto, lo seguii. Sotto i polpastrelli passarono pietre squadrate, lisce, connesse in modo perfetto, lungo tre lati senza discontinuit. Ogni volta incontravamo un angolo retto che ci faceva cambiare direzione. Contai per ogni lato trenta passi. Finalmente trovai l'angolo in cui si apriva il piccolo passaggio e, poco pi in l, i gradini aggettanti.
Faten mi veniva dietro. Ne percepivo il totale terrore, ma anche il desiderio di vincerlo; mi sentii intenerito per lei.
Nel buio la strinsi e le cercai la bocca per un bacio pi di conforto che di passione.
Andiamo. I gradini non sono tanto larghi. Fai attenzione.
Procedendo carponi ci arrampicammo su, io davanti e lei dietro. Cercavo di non pensare al vuoto di lato e sotto di me. Non sapevo cosa ci sarebbe stato alla fine della scala, se mai ci fosse stato qualcosa. Andavo avanti. La veste che avevo indossato mi ingombrava e dovevo concentrarmi per non inciampare. Dopo una prima parte in cui incontrammo lo spigolo del muro, ci accorgemmo di costeggiare una superficie tondeggiante, come se stessimo salendo all'interno di una cupola, con gradini via via pi larghi. Non eravamo in grado di valutare quanto la curvatura si fosse ristretta e del resto non ci importava molto.
Ebbi l'impressione di avvertire una leggera corrente d'aria provenire dall'alto. Non dissi nulla per non generare false speranze nella mia compagna che, per vincere la paura contava a voce alta i gradini: . Duecentoventuno, duecentoventidue.
Fu a quel punto che arrivarono le voci. Faten fremette. L'incitai a salire pi in fretta. Perse il conto.
Una luce apparve flebile, poi, quando l'uomo che reggeva la torcia sbuc nella sala, il mondo si inond di giallo. Fortunatamente quello che attrasse subito l'attenzione dello schiavo fu il tesoro al centro. Lanci un grido e si precipit in avanti, seguito da altri tre. Noi guadagnammo la zona d'ombra in alto.
Ora riuscivo a vedere intorno: ci trovavamo in un enorme imbuto che saliva ancora per un paio di giri. Poi non distinguevo altro.
Ho paura bisbigli Faten. E altissimo.
Cercai di calmarla. L'impresa, a quell'altezza, aggrappati a delle pietre aggettanti, sospesi nel vuoto e con i nemici al di sotto, non era delle pi facili.
Riprendemmo la salita. Gli inseguitori erano catturati dalla nostra stessa frenesia di poco prima: indossavano abiti e anelli, immergevano le mani nelle monete e le sollevavano creando una cascata tintinnante, lanciavano benedizioni ad Allah.
Faten, che teneva gli occhi fissi in alto per vincere le vertigini, la vide per prima: Laggi, guarda, cos'?
Nel muoversi per richiamare la mia attenzione, le sfugg un bracciale. Trattenemmo il fiato finch il tintinnio del metallo contro la pietra ci sembr il rumore pi forte dell'universo.
Uno degli schiavi si volt e lo scorse luccicare alla luce della torcia. Richiam i compagni che controvoglia alzarono le loro fiaccole. Videro i gradini, e noi arrampicati in alto quasi a toccare il soffitto. Con una risata ci beffeggiarono, mentre uno di loro metteva mano a un coltello e prendeva la mira. Ci spostammo pi in alto, verso una sorta di riquadro scuro, perdendo ogni prudenza o timore. Il coltello colp il gradino dove qualche istante prima si trovava il mio piede e rimbalz di sotto. Un'imprecazione lo segu, ma avevo gi capito che a quella distanza l'arma non sarebbe stata comunque pericolosa. Un uomo prese a salire. Il riquadro era adesso vicino, e lasciava pensare a una porta di legno. Non aveva importanza cosa potesse esserci al di l o se avessi potuto aprirla; volevo solo raggiungerla.
Balzai sul piccolo balconcino di pietra davanti alla soglia. Nessun chiavistello. La spinsi. Dondol ma non si apr. Non avevo spazio per prendere la rincorsa e dare una spallata potente, anche se il legno pareva marcio; inoltre avevo paura di perdere l'equilibrio nel rimbalzo. Intanto l'uomo continuava a salire. Faten si era acciambellata sull'ultimo gradino cercando di frenare il fremito che la scuoteva. Mi sfilai un pesante bracciale d'argento intarsiato dal braccio e lo tirai con forza. Centr il viso dell'uomo che imprec e ondeggi, ma subito dopo riprese l'ascesa.
Cercando di non farmi vincere dal panico esaminai i cardini: erano rosi dalla ruggine e i chiodi parevano sul punto di cedere. Avevo un altro bracciale di quel tipo: lo usai come martello, picchiandoci contro, ammaccandolo e storpiandolo.
L'uomo era solo a un paio di giri sotto di noi, incitato dagli altri a terra. Si doveva essere accorto anche lui della porta perch procedeva pi rapido di prima.
Il legno cedette in avanti. Rimasi un attimo interdetto. Faten si infil per prima nel piccolo spazio, aiutandomi ad allargarlo per permettere anche a me di passare oltre la porta scardinata. Dall'altra parte un chiavistello arrugginito era rimasto al suo posto.
Nella semioscurit che trovai spinsi in avanti una cassa e raccattai un pezzo di legno da terra. Appena la larga testa del nero oscur lo squarcio, lo lanciai con tutte le mie forze contro di lui e feci forza per sbilanciarlo. Un grido, un'invocazione ad Allah e, perso l'equilibrio all'indietro, l'uomo scomparve alla vista. Ricollocammo la porta nella giusta posizione guardandoci in giro per cercare il modo di bloccarla.
Eravamo in una sorta di magazzino. Una vaga luce proveniva dall'alto, da un soffitto di legno da cui filtravano pallidi raggi. Il profilo di una botola, collegata da una scaletta ripida, si intravedeva in un angolo. Il calore del sole quasi soffocava, dopo l'aria fredda e pesante del sotterraneo. Dovevamo trovarci nel suk, in una qualche bottega.
Casse, balle, barili, tutti buttati alla rinfusa, occupavano la piccola stanza. Ammassammo quanta pi roba possibile davanti alla porta da cui provenivamo formando una sorta di barricata.
Uscire all'aperto in mezzo al mercato cos vestiti era follia: solo in quel momento realizzai che avevamo in pratica rubato il tesoro. Per quanto ne sapevamo, poteva appartenere al padrone della bottega che, vedendoci fuggire, ci avrebbe accusato di furto. Togliemmo tutto di
dosso e ne facemmo un pacchetto, avvoltolandolo in una tela presa in una cassa. Io rimasi di nuovo nudo e mi adattai addosso un sacco abbandonato: potevo benissimo passare per un mendicante. L'abito di Faten era sporco, con il sangue della frustata rappreso addosso. Alla fioca luce, nello spostare un barile, la vidi contrarre il viso in una smorfia di dolore.
Non sentivamo nulla al di l del mucchio di casse davanti alla porta, ma era probabile che presto gli schiavi sarebbero tornati all'attacco. Come allontanarci di li? E, una volta in strada, come ritrovare la casa del Grifo? Faten confess di non essere mai stata in citt, non poteva darmi il minimo aiuto.
Salii la scaletta e sollevai di un dito la botola.
Sole abbagliante. Le gambe di uno sgabello in primo piano. Oltre, la porta spalancata, grande quasi come la parete, e la via rumorosa e chiassosa. Polvere. Riverbero.
Di fronte, un passo fuori dell'uscio, un uomo parlava a una donna velata. Dall'interno della bottega non proveniva nessun rumore.
Alzai di pi, cercando di guardare in giro, ma dovetti subito abbassarmi: i due stavano entrando.
L'accento forte e particolare dell'uomo mi risult straniero e difficile da comprendere: Allah  grande. Riferisci alla tua Signora che non potr trovare seta di miglior qualit della mia.  degna di un Sultano. Per portarla fin qui dall'Oriente ho attraversato deserti e altopiani. E ricorda che la mia lingua non  menzognera, n i miei prodotti fallati.
Scalpiccio. Contrattazioni. Piedi sporchi in sandali di cuoio e babbucce che sbucavano dall'abito in primo piano. La donna parlava a voce chioccia, lamentandosi e denigrando quel che voleva comprare per abbassare il prezzo.
Io fremevo, temendo l'arrivo degli schiavi dello Sceicco.
I due si spostarono e osai sollevare di un altro dito la botola. Ora vedevo bene la bottega: tutto intorno alle
pareti appese a delle rastrelliere pezze di stoffa di ogni qualit e colore ricadevano verso il basso, drappeggiandosi a terra in morbide volute. Cuscini ricamati erano disposti su un ripiano. L'uomo mi era di fronte: un viso lungo e cavallino sormontato da un naso largo che gli riempiva il volto, una barbetta sottile e fine, occhi larghi, tondi, scavati da profonde occhiaie. Indossava una tunica di pesante cotone lavorato, mentre un turbante di foggia insolita gli copriva il capo.
La donna si allontan. L'uomo si mise di spalle, all'esterno della bottega, a osservare il traffico della citt.
Quando cercai di sgattaiolare fuori, si gir e mi vide. Prima che potesse aprir bocca mi buttai a terra e baciando il suolo davanti a lui proruppi: Non c' forza n potenza se non in Allah, altissimo e grande. Degno di beatitudine  colui che soccorre il bisognoso e protegge chi si trova in difficolt. Mercante, ti chiedo aiuto. Concedimelo e ne avrai guadagno da uno a cento.
Considerato che aveva visto sbucare dal suo magazzino un giovane allampanato, con i capelli tinti di nero arruffati e lunghi fin oltre le spalle, gli occhi chiari, indice per i barbareschi di malvagit, avvolto in un sacco, conserv un sangue freddo invidiabile. Sollev le sopracciglia e chiese solo: Qual  il tuo nome e chi sei?
Morjane. improvvisai, traducendo in arabo la parola corallo. Mi chiamo Morjane, non sono un ladro n un assassino e ho bisogno del tuo aiuto.
Dovetti averlo incuriosito. Mi soppes a lungo, quindi, andato alla porta della bottega, tir la tenda che gli serviva per appartarsi quando desiderava trattare qualche affare in privato. La luce abbagliante rimase fuori e tutto fu avvolto da una calda tonalit ambrata. Si diresse verso un piccolo braciere: Allah  grande. Beviamo una tazza di t e parliamo.
Il mio stomaco vuoto da ore ebbe un brivido.
Solo una domanda: la roba che si trova sotto il magazzino, oltre la vecchia porta tarlata  tua?
La porta  chiusa da un chiavistello di cui non ho la chiave. Non so nulla di ci che c' al di l. Provieni da laggi?
S, e c' il rischio che degli uomini armati risalgano dalla stessa strada per uccidermi.
Sei un uomo interessante. E a me piacciono le storie interessanti. Il mio nome  Akrasha l'iraniano e la mia terra  oltre gli altopiani centrali, oltre il deserto e le montagne. Ho conosciuto molti uomini nella mia vita e ho imparato a riconoscere i predoni e i banditi al primo sguardo. Eccoti dell'acqua per poterti lavare, ragazzo. Cos'altro ti preoccupa?
C' un'altra persona con me, mercante, nel tuo magazzino.
Che salga, allora. La benevolenza di Dio protegge gli ospiti.
Faten usc timorosa, tenendo il pacco con quello che avevamo portato via dal sotterraneo. Si gett a terra e la baci davanti al mercante.
Che la benedizione di Allah sempre ti accompagni, Akrasha mercante generoso.
Lui la guardava con curiosit.
 il mio schiavo, zio. Usai il termine di cortesia rivolta agli anziani per ingraziarmelo. Permetti che anche lui sieda con noi.
Dal suo sguardo mi resi conto che aveva compreso che gli mentivo, ma parve divertito dalla cosa e fece finta di niente. Ci offr datteri e miele, che ci diedero forza, e del t. Cercai di tenere a mente tutte le raccomandazioni che il Grifo mi aveva fatto sulle regole che un perfetto mussulmano deve tenere a tavola: benedissi Dio, mi sedetti sul fianco destro, mangiai con tre dita della mano destra. Tendevo l'orecchio al sotterraneo, ansioso, lanciando occhiate alla botola lasciata scoperchiata.
Il nostro ospite, del tutto consapevole della mia agitazione, finse di non notare nulla di strano in noi.
Allora, Morjane. Calc l'accento sul nome. Avevi una storia da raccontare, mi sembra. Come hai fatto a emergere all'improvviso dal mio magazzino? Forse hai un ginn, un genio magico, al tuo servizio?
Non hai tutti i torti di diffidare, zio. Siamo stati catturati dallo sceicco Ahnesh del mercato dei tappeti che ci ha gettati in una prigione. Attraverso dei cunicoli sotterranei siamo arrivati in una grande sala e infine, per una scala, fino al tuo deposito. Gli schiavi dello sceicco ci inseguono per ucciderci di morte atroce.
E cosa avreste fatto per finire pestati a sangue nei sotterranei?
La colpa  mia intervenne Faten, prima che trovassi una risposta. Non sono il suo schiavo, ma la sua schiava. E lo sceicco voleva comprarmi contro la volont del mio padrone.
L'uomo ci studiava a braccia conserte: Questo  gi pi credibile. Cosa c'era nella sala oltre la porta del magazzino? Indic col mento il pacchetto tenuto con discrezione in disparte dalla ragazza.
Niente di particolare. Delle monete... minimizzai.
Lui assent: E di chi erano queste monete?
Non certo dello sceicco. Per questo ci preoccupavamo fossero tue.
Non conosco lo sceicco che hai nominato: sono arrivato da poco a Mustarrajla e ho aperto questa bottega per vendere le mie mercanzie qui, nel mercato del tessuto. Il locale era abbandonato e in condizioni miserevoli. Non mi sono interessato alla porta, pensavo conducesse in un'altra cantina o ripostiglio. Ma anche tu, Morjane, sei straniero in questa terra, vero? Per quale motivo un giovane, nel pieno del vigore come te, sente il dovere di tingersi i capelli?
La domanda mi colse di sorpresa: Provengo da Al Kenz-Ahlem, dal settentrione. Sono un pescatore.
Lasciai cadere la risposta.
Ora che avete mangiato riprese lui. andiamo a vedere cosa succede nella vostra stanza ipogea.
Cercai di dissuaderlo. Con tranquillit tir fuori da una borsa una pistola, la sacca della polvere e tutto l'occorrente per caricarla e me la mise in mano:
Immagino che tu sia pi abile di me con questi aggeggi. Io preferisco il coltello. Sguain una mezza scimitarra. Poi, vedendo come manovravo l'arma da fuoco, me la tolse e senza una parola mi allung un pugnale affilato.
Scendemmo nel magazzino. Non sembr molto soddisfatto degli spostamenti che io e Faten avevamo operato per bloccare la porta: ci ingiunse con durezza di sistemare le casse dove ci indicava. Al di l tutto sembrava tranquillo. La porta, che avevo sistemato alla bell'e meglio sui suoi cardini, sembrava quasi intatta. Impugn una mazza e con due o tre colpi ben assestati fece saltare il chiavistello arrugginito.
Al di l buio e silenzio.
Accese una torcia e si affacci. In una frazione di secondo pensai che avrei potuto gettarlo di sotto togliendo un testimone pericoloso, invece dissi: Attento: c' solo un piccolo aggetto e poi il vuoto.
Sembr leggere il mio pensiero: si volt e mi fece un cenno di approvazione con la testa. Mi sporsi anche io: il riverbero della torcia non arrivava al fondo, ma era chiaro non c'era pi nessuno. Scavalcai la soglia, cercai i gradini e mi misi a scendere.
Apparve il pavimento con il corpo dello schiavo che avevo gettato gi e nient'altro. Mi lasciai scappare una sonora imprecazione in larusiano, senza neanche accorgermi dell'errore: Hanno portato via tutto l'oro, i maledetti.
Tornai su: non c'era pi nulla da fare l dentro e non volevo rischiare di cadere per nulla. Risistemammo la porta, inchiodando anche delle assi di traverso, quindi, dietro indicazione del mercante, spostammo nuovamente
le casse in una nuova disposizione a proteggere l'ingresso. Gli restituii il pugnale.
Avete dove andare?
Rimasi incerto: S, ma non siamo pratici della citt e non sappiamo come arrivarci. Mi sentii sprovveduto e ridicolo.
 un peccato che non vi fidiate di me e non vogliate raccontarmi la vostra vera storia, ragazzi. Ma non sta a me giudicare: Allah vede e provveder lui. Io mi fido solo del mio istinto. Prendi questa tunica: non puoi andare in giro con un sacco addosso. E di questi tempi Mustarrajla non  il posto giusto per un cristiano. Neanche se si tinge i capelli di nero per nascondere il biondo e si sforza di mangiare come un vero credente.
Torneremo a ricompensarti e forse a trattare d'affari con te, Akrasha l'iraniano. Ora non vogliamo comprometterti pi di quanto  giusto. La casa di chi ci pu ospitare  nella parte della citt subito dietro il porto, vicino a una moschea dal tetto di maiolica verde e oro, con il portale di marmo intarsiato come se fosse un merletto. Ricordavo di averla vista nelle vicinanze dell'abitazione del Grifo. Forse, arrivato fin l, sarei stato in grado di ritrovare la strada.
 lontana da qui. Dovrete attraversare molta parte del suk e dirigervi poi al porto. Vi accompagner fino alla moschea, poi mi volter e voi potrete andare dove vorrete senza timore che vi spii.
Dio te ne renderebbe merito in eterno, mercante. Ma devo avvertirti che le guardie mi cercano e, se mi riconoscessero, ti troveresti in grossi guai.
Sono abituato ai grossi guai, non temere.
Chiuse la bottega e ci avviammo. Eravamo a met di un altro giorno, mi dissi angosciato pensando a Tredita, ed eravamo ancora a Mustarrajla. Il Grifo e gli altri forse morti, l'oggetto che dovevamo consegnare alla Marchesa chiss dove e scarse le possibilit di salvezza. Forse anche la casa del Grifo era stata messa a ferro e fuoco.
Scacciai i pensieri deprimenti e strinsi la mano di Faten. Eravamo ancora vivi e insieme. Qualcosa sarebbe successo.
Le guardie sparse in citt non mi notarono neanche, nella variopinta massa dei frequentatori dei mercati e anche quando voltammo verso il porto nessuno mi ferm.
Ecco la Moschea che cercavi. Ora possiamo salutarci. Spero che la prossima volta che verrai a farmi visita entrerai dalla porta principale e non dal magazzino. Che Allah ti preservi e protegga me che mi sono fidato a dare aiuto a un giovane sconosciuto e bugiardo.
Sorrise sornione.
Mi inchinai salutandolo e pronunciando le parole di rito. Non seppi poi trattenermi dall'aggiungere, prima di voltarmi: A proposito: non sono biondi, ma rossi.
L'ultima cosa che sentii da lui, mentre si perdeva fra la folla che entrava nella moschea, fu la sua risata: Morjane.
Trovai la casa dopo un paio di giri a vuoto nelle stradine laterali.
Sembrava tutto a posto. Lo schiavo che apr la porta ci riconobbe e ci fece entrare con un gesto di sollievo.
Intissar ci accolse gioiosa e incredula: Vi credevamo morti e perduti per sempre. Ghassan era fuori di s. Ha denunciato il mercante, stanno tentando non so cosa.
Sono tutti vivi?
Certo: ve l'avevo detto che portare Silfeo era una buona idea. Non so cosa sia successo di preciso, sono solo una donna. Ma siete in condizioni disastrose...
Mi ritrovai affidato alle cure di due schiave che mi lavarono e massaggiarono. Dietro mia richiesta riuscirono, con oli e detergenti, a togliermi l'odiata patina nera che copriva il rosso dei capelli.
Avvolto in asciugamani caldi, mangiavo rilassato uva appena colta, quando il Grifo piomb nella stanza: Che Mlik, custode dell'inferno, ti faccia rosolare nelle fiamme pi orribili fino a che la pelle non ti si stacchi in brandelli
accartocciati. Sei qui a farti coccolare dalle schiave, mentre diventiamo matti a cercarti in ogni angolo della citt piangendo la tua morte. Avessi ora la mia frusta ti concerei talmente per le feste che di te rimarrebbero solo le ossa bianche da far sgranocchiare ai cani.
Mi trascin nella stanza principale dove erano riuniti gli altri e raccontai quello che mi era successo. Mostrai la parte del tesoro che avevamo portato via.
Lo sai cosa sono questi? Oggetti rubati al Sultano in quella famosa notte, quando del furto furono accusati gli infedeli. Questo dimostra che Ahnesh ha un ruolo molto importante in quella storia. Sono troppo compromettenti: se dovessero fare una perquisizione e li dovessero trovare qui, tutti noi finiremmo crocifissi sulle porte del palazzo. Dovevate proprio rubarli? Vuoi farmi credere che Faten non li ha riconosciuti?
Non so che dirti. Non credevo di far male a prenderli.
Ragiona, per Allah, ragazzo. Ragiona prima di prendere decisioni.
Devo forse credere che tu al mio posto non avresti fatto lo stesso? Neanche gli schiavi dello sceicco ne sapevano nulla: si sono tuffati sull'oro con la nostra stessa avidit.
Li porteremo con noi sulla Frusta. Non dovranno nuocere in alcun modo a Intissar. Pagheremo solo noi le conseguenze del tuo agire sconsiderato. Partiamo subito, il tempo di radunare tutto, sperando che non arrivino nel frattempo le guardie. Quei capelli, maledizione alla tua vanit, non potevi almeno lasciarli neri?
Tanto indosso il turbante. Ma a voi cosa  successo? Come vi siete salvati?
Vestiti, dannato cristiano incosciente. Quando sono entrato nella bottega lasciandoti nel corridoio con l'ostaggio, gli schiavi ci sono saltati addosso. Evidentemente il vecchio aveva fatto loro un cenno stabilito. Non ho tempo di narrarti i particolari, abbiamo potuto solo fuggire. Silfeo  stato l'unico ferito, a una
gamba. Ferito in modo abbastanza grave, intendo. Ora sta bene. Ricordi il beduino con cui ho parlato? Mi aveva indicato il posto dove il vecchio nasconde le merci che fa entrare di nascosto: barili di vino e olio, sete e molti oggetti preziosi. Maledetto contrabbandiere. Ecco perch i prezzi di certe cose sono cos bassi e non si riesce mai a piazzare nulla, in citt, per conto nostro. Sono andato a ricattarlo: o ci consegnava voi due o lo avremmo denunciato. Ma voi eravate spariti dalla prigione. All'inizio credevo mi prendesse in giro, ma poi ho capito che faceva sul serio. Kafur sa tutto e controlla con un paio di guardie fidate che non faccia scherzi e non sposti la merce prima della nostra partenza. Poi far irruzione. Andiamo, forza. Ho gi parlato con Marcel e pagato il dazio ai funzionari della dogana. Dobbiamo solo raggiungere il molo e imbarcarci. Le galee non controllano le imbarcazioni in uscita e se siamo fortunati riusciremo a passare il blocco in fretta. Eccoti il pacchetto che ci ha dato lo sceicco: me lo sono fatto restituire insieme ai venti ducati d'oro. interruppe il discorso fatto quasi senza riprendere fiato e mi fiss con un altro sguardo. Cos ora hai anche un nome arabo, eh Rosso? Morjane ibn Ghassan: Corallo figlio dell'Impeto.
Non sono tuo figlio, Grifo, non voglio esserlo e non lo sar mai.
Ma lui si allontan ridendo.
Fino al porto nessuno ci ferm, nessuno fece domande. Marcel finse di non vederci. I funzionari continuarono a chiacchierare con aria oziosa con due soldati, mentre passavamo.
Salire sulla frusta incolume, insieme a Faten, nascondere la parte del tesoro del Sultano che avevamo rubato, mettermi al timone e gridare i comandi per staccarci dalla banchina, mi sembr la pi emozionante delle avventure e dei sogni che un uomo potesse avere.
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CAPITOLO 13.
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Ridevo e gridavo euforico, nel vento che gonfiava le vele a favore e ci spingeva in larghe falcate fuori dal porto. Salutai con enfasi i soldati del faro, quasi fossero amici miei, planando fra i vari pescherecci e feluche che si preparavano per la notte. Puntai risoluto verso settentrione.
Stavo ritto a poppa, stringendo con una mano la barra del timone e con l'altra la vita di Faten che si abbandonava contro di me. Il libeccio e gli spruzzi del mare aumentavano la mia ebbrezza e mi sentivo come se non fossi stato mai vivo e vigoroso come allora.
In mare aperto lasciai la guida e il compito di trattare con le galee al Grifo, gridando: Dividetevi i venti ducati d'oro: io non li voglio. Ho gi la ricompensa migliore che potessi desiderare.
Ridendo inebriato, spinsi la ragazza eccitata quanto me nella piccola cabina di prua e mi chiusi dentro con lei. Lo spazio era minuscolo, spigoli di casse ci si piantavano nei fianchi o nella schiena senza che noi ci facessimo caso. La fresca vivacit con cui mi accolse era ben diversa dalla sapiente abilit di seduzione di Mivida: era come tuffarsi in una pozza d'acqua limpida ricca di vita e coralli.
Restammo nello stanzino a lungo, incapaci di calcolare il tempo e di separarci. Quando uscimmo era gi notte e la barca veleggiava tranquilla al largo della costa.
Il Grifo mi apostrof senza malagrazia: La prossima volta non vi chiudete in cambusa all'ora di cena. E rimasto qualcosa di intatto, l dentro?
In effetti, nel nostro impeto, vari barattoli caduti si erano aperti e un barile di gallette rotolava qua e l spandendo il cibo sul pavimento.
Mangiammo pane e olive sotto le stelle e mi sembr il pasto pi bello che avessi mai consumato, nonostante Shukry non facesse mistero della sua gelosia e del suo disappunto.
Sdraiato fra le vele, la testa di Faten accanto alla mia, il suo sapore e il suo odore diventati i miei, non riuscivo a staccare gli occhi dal profilo del viso che si stagliava nella luce argentata e vibrante delle stelle riflesse nel mare.
Ti si pu parlare, Rosso, o sei ancora in paradiso? Cosa conti di fare con lei?
In che senso?
Pensi di entrare in porto gridando a tutti la tua gioia e salutando i soldati imperiali come hai fatto con quelli barbareschi a Mustarrajla? Per il Profeta. Forse te ne dimentichi, ma, se li avevamo qualche problema, anche a Larusina ne abbiamo parecchi. Che vuoi fare? Tenerla nascosta nel doppiofondo della feluca?
Tredita. esclamai. Prima di tutto bisogna pensare a lui.
Sia lode ad Allah. Shukry intervenne sardonico. Si ricorda persino di Tredita. Quanta bont da parte sua.
Certo che mi ricordo di lui.Dov' il pacchetto che abbiamo preso al mercante? Vorrei proprio sapere cosa c' dentro.
Il Grifo me lo lanci attraverso la tolda: Un problema per volta: prima la ragazza. Cosa ne vuoi fare, visto che non possiedi neanche una casa tua e non credo che la moglie di Tredita sarebbe felicissima di ospitarla?
Nella mia baracca non entra. sentenzi Valanga. Una donna l dentro non ci mette piede. E mi dispiace che ci sia stata quando credevo fosse un ragazzo.
Vi chiedo di pazientare ancora un poco e di sopportarmi finch non liberiamo Tredita. Poi ho molte idee.  parecchio che ci penso: vorrei andarmene da Larusina. Partire, rifarmi una vita in qualche altro luogo con la mia parte...
La tua parte di che? intervenne con leggerezza Faten, ammaliandomi con un bacio.
Tranquilla, amor mio. risposi con un altro bacio; una strana sensazione mi impediva di parlarle del corallo.
E dove e come conti di andar via? C'era un filo di canzonatura nelle parole del Grifo. Tu e lei sul Fiore degli abissi carico d'oro a far da esca a tutti i pirati, con il turbante del sultano in capo e la sua veste indosso?
Non lo so. So soltanto che voglio tornare l da dove sono venuto. Nella mia terra del settentrione. Te la ricordi, Grifo? Quella da cui tu mi hai strappato ragazzino.
Ecco, l'avevo detto. Mi stupii per primo delle mie parole, solo allora capii che era davvero quello che volevo: tornare a casa. Sapevo benissimo che non ci sarebbe stata una famiglia ad aspettarmi all'arrivo, soltanto una terra ben pi straniera di quanto fosse diventata ormai per me Larusina, nondimeno la nostalgia mi tormentava sempre pi.
Parlare  facile, Rosso mi rispose il Grifo, dopo un po'.  maledettamente lontana. Giorni e giorni di navigazione in mari infestati da pescecani di tutti i tipi e bandiere. Cosa ti aspetti di trovare, laggi? La vita continua quando siamo lontani, e il mondo cambia senza di noi.
Nulla. Non mi aspetto nulla. Non ho pi genitori, e mia sorella, non posso pensare cosa pu essere stato di lei. Soltanto un fratello molto piccolo non  stato portato sulla galea, ma  probabile che sia rimasto ucciso durante l'attacco. Ma un uomo ha diritto a una patria e a una terra. Io ho soltanto il Fiore degli Abissi... Mi accorsi che stavo diventando troppo patetico. Ci sar tempo per questi discorsi. Un'idea audace mi ronzava in testa. Valanga, e se la nascondessimo...?
Sospesi la frase a mezzo, ammiccando.
Tutti si fecero attenti; ebbi l'impressione che Faten trattenesse addirittura il respiro.
Non vedevo la faccia di Valanga al buio, l'immaginavo cupa e carica di disapprovazione.
Invece lui rispose: Non pu stare l da sola. Dovrebbe rimanere Shukry con lei. Ma non dovranno toccare nulla.
Parlarono insieme:
Cosa c' che non dovrei toccare?
Questa  bella. Non mi dire che vuoi lasciarmi solo con la tua donna e il tuo denaro? Splendido. Pensa che colpo: ti rubo l'una e l'altro in un'unica occasione.
Non ti ci provare ribatt subito Valanga, duro. C' anche la mia parte, l. Prova a sfiorarla...
Shukry, basta. Il tono del Grifo era quello del comito e spense risate e battute. Se il posto  sicuro, ho i miei barilotti da nascondere. Noi tre attraccheremo in citt come se niente fosse e cercheremo la tua Marchesa e poi Tredita. Avremo problemi a spiegare che siamo su una barca ufficialmente non nostra?
Sar nel loro interesse coprirci, almeno fino a quando abbiamo questo oggetto in mano. E domani ci procureremo del pesce per giustificare la lunga assenza. Shukry, il posto dove vi lasceremo  raggiungibile soltanto con una barca. Vi daremo tutti i viveri che abbiamo: non sappiamo quando potremo tornare a riprendervi. Non mi piace per nulla lasciarti l con lei...
Faten mi interruppe: Io credo invece che debba venire con voi. La Signora sa che eravate in quattro; venendo a sapere che ne manca uno potrebbe insospettirsi... E poi ci sar magari da combattere. Non ho paura a restare da sola, sul serio. Non ho paura. Lo preferisco, anzi.
Ebbi l'impressione che mentisse, ma Shukry non mi diede il tempo di soffermarmi sul pensiero: Temi di non resistere al mio fascino, confessa scherz con eccessivo impeto. In realt era chiaro che non aveva nessuna voglia di restare solo con lei.
Dov' questo posto? Il Grifo non pareva interessato che a questo.
Esitai. All'improvviso mi ero pentito della proposta, temevo non fosse una buona idea. Era il nostro nascondiglio: potevamo azzardarci a rivelarlo a dei pirati?
Poi, per l'ennesima volta, decisi di fidarmi del mio antico aguzzino:  una grotta marina, sulla costa orientale dell'isola.
Il giorno dopo, dirigendoci verso settentrione, incontrammo varie imbarcazioni di Larusina e io assunsi di nuovo la mia posizione di comando, dopo aver nascosto i vestiti barbareschi e issata la bandiera dell'Impero. Il comandante di una galea volle sapere cosa facessimo cos a mezzogiorno e noi recitammo la parte dei pescatori incoscienti, che, inseguendo un branco di dentici troppo a meridione, avevano dovuto ripiegare e nascondersi per qualche giorno in una baia per sfuggire a una flottiglia pirata.
Era strana ed esaltante quella sensazione di essere a mezzo fra le due civilt, n da una parte n dall'altra, noi quattro contro il resto del mondo. Cinque con Tredita, contai. E sei con Faten. E questo pensiero mi scaldava pi degli altri.
Nel pomeriggio imboccammo il Canale di Saiquaton, dopo esserci trattenuti in convenevoli con un peschereccio, la Salvatrice, una barcona lenta e poco buona di un uomo che conoscevo da tempo. Questi si era incuriosito vedendoci sulla feluca che era proprio quella conquistata dal suo amico Nazzarro ai pirati, e voleva sapere se andava tutto bene. Nazzarro stesso ce l'aveva prestata, spiegai, ed eravamo stati a pesca qualche giorno fuori porto con scarsi risultati.
A sera ci ancorammo di fronte alla parete rocciosa che io e Valanga ben conoscevamo, senza indicarla ancora agli altri. Calammo le reti, con la scusa del mare pescoso. Nemmeno fossimo dei bambini, ci divertivamo in modo infantile a tenere il segreto per noi ancora una notte.
Faten, nella scarsa intimit che riuscimmo a raggiungere, mi interrog insistentemente sulla natura di quello che nascondevo. Non riuscivo, per, a raccontarle del banco di corallo, non perch non mi fidassi di lei, tutt'altro, piuttosto per una sorta di rispetto verso i miei compagni. Il Grifo, avevo scoperto, aveva taciuto con Intissar e non volevo essere da meno.
Come il sole sorse da dietro le montagne a oriente, dopo aver controllato che il tratto di mare fosse deserto, calammo il battellino. Vi salii insieme a Shukry con dei barilotti, dove avevamo chiuso i denari del Grifo presi nel cimitero e il tesoro del Sultano, e quasi tutte le provviste che avevamo. Se qualcosa avesse ritardato i nostri progetti, se il mare si fosse alzato, Faten sarebbe rimasta a lungo bloccata l dentro.
Il giovane barbaresco aveva insistito per vedere il luogo e non ero riuscito a dirgli di no: anche se non volevo ammetterlo, mi sentivo in un certo senso in colpa e in debito con lui e cercavo di rimediare al suo astio nei miei confronti come potevo.
Aiutandomi con l'allineamento che soltanto io, Valanga e Tredita conoscevamo, spinsi la barca verso il punto giusto, in direzione della roccia compatta, come se stessi andando a sbattere contro di essa. Lo stupore di Shukry fu sincero, quando, ormai vicinissima, vide la minuscola apertura.
Ma  troppo bassa. Tu sei pazzo.
Abbassati, sdraiati quasi sulla barca. Ti dico che possiamo passare. E non tirarti su fino al mio segnale.
Conoscevo bene l'impressione di essere inghiottiti dalla terra mentre, appiattiti nello scafo, scivolavamo sotto la scarpata, vicinissimi con le mani e i remi al soffitto. Ci si sentiva soffocare, soprattutto la prima volta. Sapevo che Shukry aveva paura. Io stesso, quando l'anno prima Tredita mi aveva rivelato il posto, avevo temuto, con il cuore in gola, di sfracellarmi contro qualche scoglio o peggio ancora di morire soffocato senza pi aria in quel guscio di noce. Sapevo che il mio amico non avrebbe mai
ammesso di aver avuto quell'attimo di panico, come io stesso non l'avevo mai confessato a nessuno. Calcolai il tempo necessario, controllando con le mani, quindi mi alzai a sedere nel buio. La luce filtrava dietro la barca dal basso corridoio, flebile lingua azzurrina.
Ora puoi alzarti senza pericolo.
La mia voce risuon nell'antro rimbalzando sull'acqua e sulla roccia varie volte. Accesi la lucerna in una stanza circolare, colma di mare nero e piatto, disegnando mille ombre sulla volta.
E tu vuoi lasciare Faten, da sola, per giornate intere, in questo luogo pauroso. Pauroso per una donna, intendo si affrett ad aggiungere.
No, non qui.
Mi diressi verso il lato opposto e, sceso in acqua, tirai a secco la barca su una piccola spiaggia.
Prendi la roba e seguimi. Non  finita.
Ci arrampicammo lungo un passaggio scavato dal mare nella montagna, finch il sole del mattino ci batt di fronte: una grande cavit si apriva a est, al di sopra della prima, nascosta all'esterno da cespugli abbracciati alle rocce.
Era larga, spaziosa, in un certo suo modo accogliente. In una nicchia dall'imboccatura mimetizzata dietro dei massi stavano celati i barili e le casse con tutti i nostri guadagni derivati dal corallo e dal contrabbando. Shukry espresse la sua approvazione con un lungo fischio e aggiunse l accanto i barilotti che portava.
Qui  senz'altro meglio, ma come puoi pensare di lasciarla da sola? Impazzir dopo un giorno e si butter di sotto per la disperazione.
Non  una donna come le altre. E poi noi torneremo in fretta. Ha pi coraggio di quanto non pensiamo. Cercavo pi che altro di convincere me stesso.
Io non lascerei la mia donna qui da sola. Mai.
Trovami un'altra soluzione e sar felice di evitarle questa prova.
Continuammo a discutere per tutta la strada del ritorno. Valanga accompagn il Grifo, che voleva rendersi conto di persona della situazione e della sicurezza dei suoi averi, e mentre aspettavamo, Shukry rimarc di nuovo tutte le sue perplessit.
Faten era decisa: Ce la far. Allah mi dar la forza. Dopotutto si tratta di stare in compagnia di qualche ramarro. E di qualche serpe, immagino. Deglut con un sorriso delizioso e disarmante. Ce la posso fare, come tu sei sopravvissuto alle galee. Non sar peggiore del sotterraneo pieno di topi dove ci hanno rinchiuso.
Mi sentivo orgoglioso di lei.
Al passaggio successivo l'accompagnai, portando qualche altro oggetto necessario al suo bivacco: una lucerna, un acciarino da usare in casi estremi, e delle coperte. Non potei impedire a Shukry di abbracciarla, senza apparire ridicolo e geloso, e notai che anche il Grifo e Valanga le auguravano buona fortuna quasi gentilmente.
La ragazza si stup della mia sicurezza nell'identificare l'apertura e per vanit non riuscii a trattenermi dal confidarle i punti che dovevo guardare allineati per mantenere la rotta giusta. Mi beai della sua ammirazione per la nostra astuzia.
Che razza di bestie possono esserci qui, amor mio? Nel buio della caverna mi sussurr queste parole in un tono tale che mi si strinse il cuore e fui sul punto di riportarla indietro. La grotta superiore le piacque un po' di pi e si sforz di ridere, quasi fosse lei a dovermi infondere forza.
Sotto di noi la feluca ondeggiava tranquilla. I miei compagni ritiravano le reti piene e si apprestavano a partire.
Faten mi baci con un trasporto maggiore del solito, con il suo sorriso timido e gli occhi pieni di lacrime, e mi giur per l'ennesima volta il suo amore. Io non riuscivo a staccarmi, ma lei, dolce e decisa allo stesso tempo, indic
l'imbarcazione che da meridione si vedeva risalire lo stretto di mare verso di noi, ancora minuscola e lontana.
Soltanto la consapevolezza che ci avrebbe scoperti mi spinse ad allontanarmi e a riguadagnare la Frusta in preda a mille dubbi, incertezze e sensi di colpa.
...
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CAPITOLO 14.
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L'atmosfera era triste, sulla Frusta, mentre scendevamo verso mezzogiorno, o forse lo era il mio umore che contagiava gli altri.
Avvistammo di nuovo la Salvatrice e lasciai che fosse Valanga a scambiare notizie di pesca senza prestare la minima attenzione.
Pi tardi, quando ormai Larusina era quasi in vista, il Grifo mi raggiunse accanto al timone. Non parl subito, come se avesse qualcosa di importante da dire e non sapesse da che parte cominciare.
C' qualcosa che non mi torna. esord alla fine.
Cosa?
Ero scontroso e immerso nei miei pensieri.
Quella donna. C' qualcosa di sbagliato in lei.
Come prevedibile, scattai contro di lui irritato ma non mi lasci parlare e continu: Non ho avuto tempo di pensare a Mustarrajla, ma ora s. E colta e raffinata,  vero, sa come comportarsi e anche Intissar non ha notato nulla per... non so come spiegarmi: sento che c' qualcosa di sbagliato, qualcosa che stona.
Scossi le spalle; stavo pensando che gi mi mancava e che nulla, come la sua assenza, era mai stato cos reale.
Anche Shukry si era avvicinato: Per il Profeta. Potevi, almeno, evitare di parlarle del corallo.
Io non le ho mai parlato del corallo.
Ma se sa tutto.
Mi guardavano tutti e tre con aria di disapprovazione.
Vi ripeto che io non le ho mai detto nulla. ribadii con forza.
Ci fu un attimo di silenzio teso.
Poi Shukry spieg: Stanotte, mentre ero impegnato nel turno di guardia e tu dormivi,  venuta vicino a me e si  messa a chiacchierare. Stai calmo, non abbiamo fatto nulla, soltanto parlato. Mi ha detto che non vuole distruggere l'amicizia tra noi due e tante altre belle cose di questo tipo. Poi, con noncuranza, ha domandato se il banco di corallo era da queste parti. Per la mano del Profeta, io non so nulla di corallo, ho risposto e lei, ridendo ha insistito, dicendo che tanto tu le avevi raccontato la nostra storia e che era inutile che facessi tanto il ritroso...
Vi ripeto che non le ho mai parlato del corallo.
Ci guardammo in faccia.
Valanga aggiunse: E cosa mi dite della Salvatrice? Perch continuiamo a incontrarla? Anche all'andata ci avevano visto e salutato, per soltanto ora si sono stupiti, o hanno finto di farlo, nel vederci sulla barca di Nazzarro.
Sentii un dolore sordo alla bocca dello stomaco.
Senza bisogno di aggiungere altro, invertimmo la rotta. Strinsi il vento, dando velocit alla grande vela triangolare, gonfiandola e ordinando di tendere al massimo i fiocchi.
Mi sentivo come se una morsa al torace mi avesse stritolato le viscere, mentre la testa cercava di non pensare, concentrandosi sul legno ruvido della barra del timone e sui flutti.
Impiegammo un paio d'ore per raggiungere di nuovo la grotta: all'altezza del punto ben noto, la Salvatrice beccheggiava tranquilla all'ancora.
Le piombammo addosso diretti, puntandole contro senza dar tempo ai marinai di spostarsi o di evitare l'abbordaggio.
L'urlo del Grifo si fuse con il fragore del bompresso che sfondava la fiancata e si conficcava nello scafo, quindi lui e Valanga si lanciarono all'arrembaggio con i coltellacci in mano e in poco tempo disarmarono i tre uomini a bordo, colpendoli con fendenti, pugni e calci.
Legateli urlarono a me e a Shukry rimasti indietro e precipitandosi con la lancia verso la rupe e il passaggio. Sparirono sotto la roccia.
Immobilizzammo i pescatori atterriti: non erano soldati e tremavano in lacrime.
Il capudan piagnucolava: Non vendeteci a Mustarrajla, non c'entriamo nulla,  stato Nazzarro che ci ha coinvolto in questo ingaggio.
Ero umiliato per la mia ingenuit, disgustato dalla situazione e me la presi con lui: Eravate tutti d'accordo. Vi siete divertiti alle nostre spalle e pensavate anche di arricchirvi con i nostri guadagni.
No, no, Rosso, non  come credi. E poi, se non fosse stato per noi, avrebbero trovato qualcun altro...
Che ne  di Tredita? Cosa gli avete fatto?
Nazzarro. Sa tutto Nazzarro. Ha organizzato tutto lui. Noi dovevamo soltanto obbedirgli, seguirvi e capire dove andavate a pescare il corallo. Sa tutto lui, era a bordo, si nascondeva quando accostavamo per non farsi vedere, per non farvi sospettare nulla. Ora  l dentro.
In quanti sono scesi a terra?
Tre, sono andati in tre. La ragazza ha acceso un fuoco per farsi vedere e poi ha urlato spiegandoci il modo di entrare.
Le parole mi fecero l'effetto di un pugno nello stomaco.
Shukry equivoc la mia smorfia. Stai tranquillo. Il Grifo non si fa certo sorprendere.
Sentendolo parlare in barbaresco i pescatori si spaventarono.
Cosa dice il pirata? Ti prego, Rosso, non ti ricordi quante bevute abbiamo fatto insieme? E ti ho anche presentato a quella bella bruna.
Gli mollai un calcio e lo zittii.
Il loro barcone aveva subito vari danni. La Frusta dei mari, solida e rinforzata sulla prua e sulla chiglia, aveva aperto facilmente il legno poco buono senza riportare grandi danni a parte un fiocco strappato. Prima di disincagliare le
due imbarcazioni, trasportammo sulla nostra i marinai legati e quanto c'era di prezioso; con ogni probabilit, infatti, la Salvatrice sarebbe andata a picco.
Due piccole imbarcazioni apparvero da sotto la scogliera. Il Grifo con una e Valanga con l'altra portavano i barilotti e le cassette. In silenzio li aiutammo a issarle a bordo della Frusta.
Tredita  rinchiuso nella rimessa di Nazzarro. Se ti interessa la tua puttana  dentro. Un po' malconcia, ma ancora viva.
A una mia occhiata Shukry si offerse di accompagnarmi.
Scendemmo nella lancia del barcone, che era pi ampia, e ritornammo nella grotta.
Di nuovo la roccia ci scivol sopra, questa volta molto vicina, ricordandoci che la marea saliva.
Di nuovo la lucerna illumin la prima stanza nera.
Uno dei pescatori stava riverso in modo scomposto sulla spiaggia sassosa, in una pozza di sangue che gocciolava con uno stillicidio ingigantito dall'eco.
Lungo il sentiero ne trovammo un'altro, la gola aperta e squarciata. Nazzarro, invece, gi pieno di mosche ronzanti al sole, era nella caverna superiore.
Avevo lo stomaco sottosopra, ma sapevo che non era per l'odore ferroso e dolce che gi appestava l'aria: Faten stava rannicchiata in un angolo e singhiozzava, stringendosi le ginocchia in una posa che le avevo visto assumere tante volte.
Shukry corse da lei, la stratton e la tir su. La ragazza sollev gli occhi gonfi di lacrime, mostrando la guancia rossa di schiaffi dati a mano aperta e vari lividi, balbettando nella mia direzione:
Perdonami, perdonami... in nome di Allah, non  stata colpa mia... non volevo...
Cosa ne vuoi fare? Shukry indicava con il capo la scogliera sottostante in modo significativo. Gli occhi verdi brillavano della luce omicida che spesso avevo visto in quelli del Grifo.
Prendila, portiamola con noi.
Mi dava ribrezzo toccarla e lasciai che fosse lui a trascinarla via. Tornammo alla Frusta, passando con fatica sotto la volta di roccia.
La feluca galleggiava tranquilla e sola sul mare; poco lontano qualche trave e barile vuoto indicavano il punto dove il barcone era affondato. Saliti a bordo, cercai con gli occhi i marinai legati.
Ma... e i pescatori? Non c'entravano nulla, erano stati soltanto assoldati da Nazzarro, non avevi il diritto di annegarli.
Il Grifo stava asciugando il coltellaccio sporco di sangue su uno straccio e si gir a guardarci con rabbia mentre issavamo la ragazza: Che Allah maledica e sprofondi nell'inferno chi d'ora in poi si opporr alle mie decisioni. Ora comando io, qui: il guanto di velluto  finito in fondo al mare ed esister solo la frusta.  chiaro?
La voce e lo sguardo erano quelle del comito.
Non dissi pi nulla. Non avevo voglia di dire pi nulla. Non mi importava pi di nulla. Sentivo solo nausea. Di tutto e di tutti.
Mi sedetti al timone e chiesi con voce atona: Dove andiamo?
A Larusina. Dobbiamo liberare Tredita.
Il mare si stava alzando, notai con apatia, e un branco di gabbiani volava in cerchio in alto sopra la barca: il loro gracchiare copriva i singhiozzi di Faten. Il sole, intanto, calava dietro l'isola.
La sagoma del grosso pirata copr la luce: Devo forse riprendere davvero in mano la frusta, Rosso, e trattarti come il pi pigro degli schiavi? Il tono della voce era una sferzata.
Mi insult con tutte le ingiurie peggiori.
Vattene Grifo riuscii a dire.
No, non me ne vado. Tu ora la picchi, l'ammazzi, la scopi, le fai quello che ti pare, ma ti sfoghi. Dimostrami che sei un uomo.
Lasciami in pace. gridai allora con tutta la forza che avevo.
La gola mi bruciava come se avessi ingoiato un ferro arroventato, mentre continuavo a urlare senza riuscire ad articolare parole di senso compiuto. Poi mi fermai. Pi perch avevo finito il fiato, che per aver dato fondo alla disperazione.
Mi lasciarono in pace.
Il vento rafforz e mi fece bene sentirlo sferzarmi la faccia. Prendevo le onde al mascone, mi concentravo sulle creste bianche e sui ventagli scuri disegnati dalle raffiche, avrei voluto si scatenasse una tempesta, che la barca ballasse e si impennasse. Bordeggiavo anche se non ce n'era bisogno, quasi desiderando che un'ondata ci prendesse di traverso, ci ribaltasse o spezzasse l'alberatura. Valanga e gli altri ridussero la velatura senza che io lo ordinassi e probabilmente fu quello che ci salv, non certo il mio governo pazzo e suicida. Gli spruzzi mi lavavano la faccia sostituendosi a lacrime che non sgorgavano.
Doppiai il porto in velocit e spinsi la Frusta lungo la costa occidentale diretto all'imbarcadero secondario, fuori delle porte. Salutavo meccanicamente i pescatori che incrociavamo, senza vederli, con voce e grida che non erano le mie. Le fregate dell'Impero, quando ci facemmo riconoscere dicendo di essere in missione per conto del Comandante Sigarro, ci fecero passare senza tante domande o richiesta di documenti convinti forse anche dal tono deciso e sfrontato che avevo assunto, ormai incurante e impermeabile alle emozioni.
I miei compagni avevano legato e imbavagliato Faten, buttandola in mezzo al pesce nella stiva: cercavo di non pensare al suo corpo che rotolava fra quella massa sgusciante e viscida l dentro seguendo il beccheggio.
L'aria, il vento, il mare mi aiutarono. Quando, oramai a notte avanzata, arrivammo al piccolo molo che utilizzavamo come base, ero abbastanza in me da capire cosa stavo facendo e riuscire a controllare i nervi.
Al vecchio che ci aiutava nei nostri traffici di contrabbando, svegliato di gran furia, non parlammo della prigioniera a bordo n del tesoro, lasciammo soltanto in custodia la barca, sapendo di poterci fidare e che non avrebbe curiosato.
Vedendomi riprendere un po' d'animo, i miei compagni cercarono di attaccar discorso ma io troncai subito: So dov' la rimessa di Nazzarro: dovremo entrare in citt e non  cosa semplice, armati come siamo. Pensi di farcela, Valanga?
Era lui che manteneva i buoni rapporti con le guardie delle porte. Si strinse nelle spalle senza rispondere.
Era quasi l'alba quando arrivammo a Porta Sirena. Nonostante non dormissimo da molto tempo, nessuno di noi sembrava accusare la minima stanchezza, tanta era l'agitazione che ci animava.
Valanga parl con i soldati. Erano molti i pescatori a ingaggio che vivevano nelle baracche fuori porta come lui, e non era infrequente che entrassero in citt a quell'ora per recarsi all'imbarco. I due barbareschi avevano annodato un pezzo di corda alla caviglia destra, a sostituzione del cerchio di ferro che avrebbero dovuto portare in quanto schiavi. Fasciato da stracci, come era abitudine conclamata, non si notava la differenza. Ci fecero passare senza perquisirci.
La citt era silenziosa. Soltanto qualche ubriaco si aggirava sperduto e traballante, in compagnia di cani randagi a caccia di rifiuti. Dalle botteghe dei fornai fasci di luce calda inondavano il selciato in lame improvvise.
Mille volte avevo percorso quelle strade di notte e per mille motivi diversi, ma quella mi sembr la prima e l'unica. Guardavo i muri in modo diverso, irreale, camminando con i miei compagni, accompagnato dal suono dei passi sul selciato. Mi districai nel conosciuto e nello stesso tempo assurdamente nuovo labirinto della darsena, verso la zona che ci interessava. I pescatori che potevano permettersi un'imbarcazione propria, i capudan, a
volte la tenevano qui durante l'inverno in disarmo, in stanzoni inospitali che spesso utilizzavano anche come casa.
Ero gi stato da Nazzarro, una volta. Dopo una giocata ai dadi, in una delle osterie della zona, dopo aver vinto e bevuto troppo, mi aveva ospitato nella rimessa poich non me la sentivo di presentarmi da Mivida a quell'ora e in quelle condizioni. Al mattino avevo aperto gli occhi con un gran mal di testa e senza un soldo, fra le braccia della sua donna, un'enorme creatura con i seni pi grossi che avessi mai visto. Mi aveva convinto di aver soltanto sognato la vincita. Non era una gran somma, ero arrivato da poco ed ero davvero incerto su come le cose fossero andate di preciso, quindi avevo lasciato correre e l'avevo addirittura ringraziato per l'interessamento.
La porta, dipinta in tempi antichi d'azzurro e ora tutta scrostata, era chiusa.
In un bugigattolo li accanto, un pescatore impegnato a raccogliere gli attrezzi per andare a pesca di buon'ora ci rifer che, se non vedeva Nazzarro da vari giorni, era per anche vero che alcuni dei suoi uomini entravano o uscivano spesso dalla sua rimessa.
No, no, nessuna donna. rispose alla domanda specifica. Saranno due anni che Viviana si  trasferita dall'altra parte del porto.
Lasciammo che si allontanasse, quindi bussai con forza. Dovetti insistere un paio di volte, prima che una voce insonnolita e tesa domandasse: Chi  l?
Muoviti, apri. Misi urgenza nella voce, cercando di camuffarla. Sbrigati, ci sono dietro. Apri se non vuoi che Nazzarro si infuri.
A quel nome, si apr uno spiraglio e, approfittandone con una spallata, ci buttammo all'interno richiudendo la porta dietro di noi. La luce di una candela illuminava la stanza identica a come la ricordavo, piena di reti, attrezzi per il mare e la pesca, stracci e altro ancora ammucchiato qua e
l. L'uomo tremava: ci aveva riconosciuti ed era in preda al panico.
Allora, Rivo. Valanga lo fissava torvo, tenendo la testa bassa, quasi pronta a colpire. Ci sei dentro anche tu, in questa bella storia.
Ti giuro, ti giuro che non ho idea...
Intanto i due barbareschi, accese altre candele, cercavano intorno.
Dove tenete Tredita, Rivo?
Ma vi giuro che io... Valanga gli tir un pugno senza aggiungere verbo. L, l, sotto quel mucchio di vele... la botola, gi.
Quanti altri tuoi amici sono qui?
Nessuno, nessuno. Ci sono solo io... lo giuro...
Sotto la stoffa apparve un pesante tavolato retto da
grappini di ferro arrugginito. Il Grifo la tir su, senza fatica nonostante il peso. Dei gradini ricavati nella roccia viva portavano in una cantina umida e gelida.
Io e Valanga scendemmo, scivolando sul leggero strato di melma che li copriva, fino a un vasto ambiente buio scavato nella pietra. Rabbrividii per il freddo mentre, fra rottami e materiali vecchi accatastati senza ordine contro le pareti rozzamente scalpellate, trasudanti umidit, spostavamo casse sfondate, bottiglie vuote, reti, assi e legni marciti. In un angolo, su un tavolaccio lercio e scheggiato, si agit una figura umana. Accorremmo. Tredita era in condizioni pietose: legato e imbavagliato, scosso dai brividi di una violenta febbre che gli rendeva il corpo bollente, non sembrava neanche cosciente.
Lo trasportammo al piano superiore. Le corde gli avevano segnato la pelle e, di sicuro, era in quelle condizioni dal giorno in cui era stato prelevato.
Rivo, seduto a terra, si reggeva un braccio piegato in una posizione innaturale con una smorfia di dolore. Aveva giurato, rifer il Grifo, che almeno fino a mezzogiorno nessuno sarebbe arrivato a dargli il cambio col rischio di sorprenderci.
Stendemmo Tredita sul pagliericcio e provammo a rianimarlo con un liquore, anche se non mi sembr una grande idea, visto che era senz'altro a stomaco vuoto. Infatti lo vomit subito, ma apr gli occhi con un barlume di coscienza: Siete arrivati, finalmente. Alla buon'ora riusc a dire tra un brivido, un colpo di tosse e uno starnuto. Saccheggiammo la scarna dispensa per preparare una sorta di brodo caldo con cui rifocillarlo un po'.
Fuori la citt stava rianimandosi. Avevamo chiuso Rivo gemente nella cantina, sotto la botola bloccata con delle casse. Valanga usc per valutare la situazione e torn riferendo che il Fiore degli Abissi era sempre attraccato al molo, non molto lontano da l. Raggiungerlo ci parve la cosa migliore da fare.
Il Grifo sorresse Tredita che non riusciva a camminare per la febbre e la mancanza di cibo. Lo avevamo lavato e rivestito con abiti trovati nella stanza, nonostante fossero di misura troppo grande per lui, e l'aria aperta e il sole parvero rianimarlo un poco. A quell'ora non era infrequente incontrare marinai ubriachi che venivano recuperati da amici o dal capudan del peschereccio su cui erano ingaggiati e fu facile, pertanto, passare abbastanza inosservati.
Non avrei creduto che rivedere la mia feluca mi avrebbe fatto cos piacere. Intatta, dondolava mollemente seguendo la risacca.
Mentre gli altri si occupavano di Tredita, indugiai con l'uomo che la controllava alla banchina in mia assenza e pagai quanto gli dovevo.
Stavo per allontanarmi quando lui mi ferm: Una parola ancora, Rosso. Non so in che guai ti sia cacciato n voglio saperlo. Con me sei sempre stato corretto e questo mi basta. C' gente che ti cerca. Gente che mi piace poco, di quelli che bazzicano il gruppo di Nazzarro, per intenderci. Mi hanno ordinato di avvertirli, se per caso ti fossi fatto vedere da queste parti per riprenderti la feluca.
Io ora lo far, perch non ho voglia di ritorsioni e fastidi, ma con molta, molta calma. Voglio che tu lo sappia.
Fissai gli occhi azzurri che mi guardavano senza espressione. Non avevo mai avuto grandi rapporti con quell'uomo, di cui sapevo a malapena il nome, e non eravamo mai entrati in amicizia. Mi sentii ancora pi grato per l'avvertimento e feci per pagarlo ulteriormente ma scosse il capo: Non voglio soldi. Seguo soltanto la mia coscienza.
Si allontan con l'andatura traballante che abbiamo noi, gente di mare, sulla terraferma.
Salpammo. Molti pescherecci erano a quell'ora gi usciti dal porto e ci accodammo agli ultimi, mescolandoci con facilit. Puntai di nuovo verso settentrione e al nostro imbarcadero.
...
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CAPITOLO 15.
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...
Appena attraccata la feluca accanto alla Frusta, visto che le condizioni di Tredita non miglioravano, Valanga cerc un medico di cui si fidava. Questi somministr al malato una strana pozione rossa e gli applic un cataplasma sul petto. Nonostante il mio scetticismo, i medicamenti funzionarono: la febbre scese un poco e la tosse si fece meno opprimente, lasciandolo dormire tranquillo.
Anche noi cercammo di riposare a turno.
Avevamo diviso il pesce fra il nostro uomo del molo e il medico. Quanto a Faten, estratta dalla stiva, era isterica e folle di terrore. Lo divent ancor di pi quando Shukry, per lavarla dalla puzza che le si era impregnata addosso, la butt in acqua e lei credette volessimo affogarla.
Mi rigiravo in mano il pacchetto avuto dal mercante.
Sapevo di dover prendere delle decisioni in fretta, prima che la Marchesa ci sguinzagliasse dietro i suoi uomini, e i due barbareschi fremevano dal desiderio di scoprire cosa fosse successo al carico di corallo. Da quanto avevamo saputo dai pescatori di Nazzarro, era in mano alla Marchesa in un posto non meglio definito. C'erano anche i venti ducati d'oro che ci erano stati promessi.
Volevo per rendermi conto per che cosa avevamo rischiato la vita. Spezzai il sigillo di ceralacca, un ideogramma di cui sfuggiva il significato, e allargai la pelle.
Comparve una spilla. Grossa quanto una mano di donna, era in argento, con un disegno complicato formato da righe sottilissime e complesse. Dei rametti e delle pastiglie
di varia dimensione di corallo, sia bianco che rosso, erano incastonati qua e l, in un ordine sul momento incomprensibile. Era senz'altro un bell'oggetto, ma che non spiegava l'ideazione di un piano cos complicato per recuperarlo.
Sentiamo la ragazza cosa ha da dire.
Il Grifo si mosse e and nell'angolo dove lei, tremante e bagnata, si ritraeva con gli occhi sbarrati vedendolo avvicinare.
La tir su e la trascin in mezzo a noi, buttandola a terra:
Allora?
Lei tese le mani verso di me e io mi ritrassi in fretta fissando il mare.
Allora? ripet il Grifo con ferocia.
Che cosa volete sapere? Il suo gemito era un bisbiglio. Per quanto mi sforzassi, per quanto la voce della ragione mi consigliasse di farlo, non riuscivo a odiarla o a provarne ribrezzo.
Possibilmente la verit, una buona volta. Chi sei?
Il tono del Grifo aveva assunto una sfumatura gentile che era quasi pi terrificante di quella aspra.
Io... io... mi chiamo davvero Faten, ma non sono la figlia del Sultano. Occorreva tendere l'orecchio per sentire.
Shukry le sollev di malagrazia il mento: Almeno abbi il coraggio di guardarci in faccia, quando parli.
Io... vivevo a Palazzo. Allah mi  testimone, non sto mentendo adesso. Sono sempre vissuta a Palazzo, fin da bambina, fin da quando mi ricordo. Ero una delle concubine. Una di quelle che il Sultano a volte concedeva ai maggiori dignitari per premiarli di un qualche favore. Ero una schiava, adibita e istruita al loro piacere. Qualcuno aveva detto che ci sarebbe stato un attentato e allora Jalal ed-Din, il Gran Visir, la sera sostituiva in gran segreto le principesse con delle schiave. In questo modo, se un assassino fosse riuscito ad arrivare fin l, avrebbe ucciso noi. Nessuno lo sapeva. La pi grande, la figlia della
favorita, ha la mia et e io mi trovavo nel suo letto quando sono venuti a rapirla. Ho sentito la voce del Visir Nimatullah, quello cui mi voleva consegnare lo sceicco probabilmente per impedire che lo denunciassi al Sultano. Non sapeva della sostituzione. Ho mentito raccontandovi la mia storia: quello che  stato ucciso prima che potesse avvertirli era il suo schiavo, lui non ha visto chi era stato messo nel sacco. Cos il Comandante Sigarro ha catturato me al posto della principessa.
Parlava a scatti, continuando a tremare, la voce incrinata e oscillante.
E perch tutta la flotta si  lanciata all'inseguimento dei ladri di una schiava?
Perch lo ignoravano. Almeno, penso sia andata cos. Quando se ne sono accorti ormai la battaglia era finita e io prigioniera. Non  vero che il Comandante mi ha violentata. In realt, in realt sono io che l'ho provocato. Per l'amore che porti al tuo Dio. Si rivolgeva a me tormentandosi le mani, ma io guardavo il mare. Credimi, ti prego. Avevo paura, avevo tanta paura di quello che avrebbe fatto una volta scoperto chi ero. Quella era la sola arma che avevo, la sola che conoscevo. Io sono quella che sono: non puoi rimproverare all'usignolo di non essere variopinto o all'oca di starnazzare. Singhiozz forte, nel silenzio ostile, poi si riprese e continu: Speravo di intenerirlo nei miei confronti, ma  stato inutile; quando l'inganno  venuto fuori voleva uccidermi, non gli importava altro. Allora  entrata in gioco la Signora. Avevano ideato un piano e occorreva il mio aiuto. In quel modo avrei avuto salva la vita, dissero.
Si interruppe. Era pi calma, ora, e si vedeva che stava riordinando le idee.
Per il Profeta, ragazza, non ti mettere in testa di inventarti qualcosa d'altro.
Scosse il capo: No, no. Sto soltanto cercando il modo di spiegarmi:  molto complicato.
Le credemmo tutti. Era troppo terrorizzata per mentire.
Avrei dovuto recuperare un oggetto importante, un oggetto che uno sceicco di Mustarrajla aveva promesso loro tramite degli intermediari. E non soltanto quello. Alcuni uomini della Signora avevano catturato una barca e trovato, in uno scompartimento segreto, un carico di corallo particolare. Rami intatti, piante non rotte da macchinari... Era questa, la barca, vero? I due barbareschi superstiti all'assalto erano stati richiesti come compenso dall'uomo che aveva accompagnato il Comandante Sigarro la notte del mio rapimento: tu, Rosso. Avevano scelto te, a suo tempo, perch sospettavano che fossi un astuto contrabbandiere e un abile marinaio e avevano bisogno di qualcuno cos: avresti potuto chiedere come compenso molto di pi e questo li ha insospettiti. Un orafo, poi, ha confermato che un tuo uomo gli aveva venduto del corallo dello stesso tipo trovato sulla barca. La Signora ti avrebbe persuaso a tornare a Mustarrajla, io dovevo sedurti, scoprire dov'era il banco di corallo, assicurarmi che recuperassi l'oggetto e convincerti a riportarmi indietro. Non avevo idea del perch il mercante fosse cos interessato a me, visto che doveva sapere che ero solo una schiava. Ho pensato volesse vendermi al sultano.
E che senso aveva la commedia di vestirti da ragazzo, se tanto dovevi sedurlo? E perch provocavi anche me? intervenne Shukry.
Faten lo guard e mi resi conto soltanto allora che, preso dal racconto e dalla sua voce, avevo lasciato che i miei occhi si staccassero dal sicuro riparo dell'orizzonte e, come attratti magneticamente, si stringessero ai suoi.
Era stata un'idea della Signora. Diceva che farmi credere per un po' un ragazzo avrebbe reso la cosa pi... intrigante. Ecco, diceva cos. Poi, credo, le facesse piacere
tagliarmi i capelli e ridurmi in questo stato. Nonostante il momento fece una smorfia civettuola passandosi la mano sulla testa. Mi spiace cos tanto che tu non li abbia visti... Di nuovo si rivolgeva a me. Erano tanto belli, e non volevo provocarti, Shukry. Quei primi giorni io... non so, non mi importava pi di nulla: era cos incredibile, cos strano, ecco, cos bello, stare con voi, come un uomo, pensare di avere una vita diversa, sul mare, pescare, ridere, essere libera... La voce si spense in un sussurro. Non sto mentendo, credetemi. Io sono solo quella che sono.
Nessuno reag.
Riprese fiato: La sera, a Mustarrajla, ho fatto come aveva detto la Signora: ho cercato di adescarti, ma tu non eri interessato. Stavo per dirvelo, davvero, stavo per dire a tutti voi che non ero la principessa, poi qualcuno ha pensato di riconoscermi, nessuno sembrava dubitare del fatto, e ho avuto paura. Se aveste saputo che ero una semplice schiava, una ragazza adibita al piacere del Sultano, mi avreste davvero lasciata l.
"E dopo... dopo, quando sono riuscita a fermare lo sceicco, io, proprio io, a costringerlo a seguirci... e poi il tesoro, ecco, era tutto talmente eccitante, talmente incredibile, sembrava che ogni sogno potesse realizzarsi. Tu mi guardavi in un modo orgoglioso, fiero, nessun uomo mi ha mai guardata cos, nessun uomo mi ha mai cercata cos, nessun uomo mi ha fatto sentire cos.
Infatti, poi, mi hai ripagato molto bene per questo.
Tentavo di trincerarmi nel sarcasmo, ben sapendo quanto ero vulnerabile di fronte a quegli occhi che ora mi guardavano ardenti.
Abbass lo sguardo: Lo so. Il tono era tornato sommesso. Ho avuto di nuovo paura. Abbiamo incontrato la barca con gli uomini della Signora. Li ho riconosciuti. Sapevo che ci tenevano d'occhio. Sapevo quello che volevano. Non riuscivo a farvi parlare del corallo. Ho pensato che, dando loro quel tesoro nascosto
nella grotta, si sarebbero accontentati e non vi avrebbero pi inseguiti. Non lo so. Ho avuto paura.
Fissava per terra, mordicchiandosi un labbro, senza pi dire una parola.
E questa spilla: cos'?
Alz lo sguardo verso il Grifo che gliela teneva davanti, a poca distanza dal viso, e scosse la testa con forza: Non lo so. Non l'ho mai vista e la Signora non mi ha mai voluto dire che cosa fosse l'oggetto da recuperare n a cosa servisse.
E ora? Che ne facciamo di questa piccola bugiarda?
Valanga aveva uno sguardo che non prometteva nulla di
buono.
Anche Shukry era duro: Allah ci ispirer nel modo giusto: possiamo scegliere tra affogarla noi, riconsegnarla al suo caro Comandante delle Guardie o alla Marchesa che la protegge tanto. Oppure, meglio ancora, riportarla allo sceicco Ahnesh.
Lei stava accasciata in mezzo a noi, la testa bassa, senza fiatare, e non osava pi neanche muoversi.
No. Non cambio nessuno dei miei progetti. Lei viene con me.
Le parole mi erano uscite di bocca prima che fossi riuscito a fermarle.
Ci fu silenzio.
Sei un ingenuo disse il Grifo, e in cuor mio gli diedi ragione.
Mi hai chiamato cos anche quando mi sono fidato del mio aguzzino e gli ho offerto la mia amicizia? ribattei invece.
Io non ti ho mai ingannato, n ho cercato di incantarti con menzogne o falsit. Frustarti era il mio lavoro. E lo facevo.  passato molto tempo, da allora.
Non c' forse un detto nella vostra lingua che recita:
Sii benefattore di chi ha fatto il male, basta al malvagio la sua azione stessa? Consideratela come vi pare: preda di guerra,
parte del bottino, indennizzo per qualcosa, necessit carnale. Ma lei rimane con me.
Bene, Rosso. E dove pensi di andare? E come?
Erano le stesse domande che mi ponevo io senza
risposta e preferii pensare al presente. Presi in mano la spilla.
Per prima cosa, desidero sapere dove  finito il nostro calcai sulla parola nostro. corallo e possibilmente capire cosa  questa e perch dovevamo portarla qui. Finch abbiamo la spilla c' una qualche possibilit di guadagnarci qualcosa. Intascai la pelle e il sigillo rotto e allungai il gioiello al Grifo. Vado in citt a parlare con la Marchesa.
Credi proprio sia una buona idea? Non conviene veleggiare subito per Mustarrajla e andarcene da qui?
Non prima di aver capito cosa succede. E aver almeno tentato di recuperare il corallo e i venti ducati. Mi rivolsi a Shukry. Chiudi la ragazza in cambusa o nella stiva, che non faccia altri danni.
Evitai di guardare dalla sua parte. Ero pazzamente innamorato, questo s, ma non cos cieco da non capire quanto potesse essere pericolosa.
Arrivato in fretta in citt, grazie a un passaggio che mi diede un contadino sul suo carro, mi incamminai verso la Via Aurea.
Di fronte al Palazzo del Governatore, dopo la piazza principale, oltre un cancello sorvegliato notte e giorno da guardie armate e interdetto al popolo, si apriva una larga strada lastricata. Su di essa davano le facciate dei palazzi nobiliari, sfarzosi e ornati da colonne e da stucchi dorati che avevano valso il nome alla via.
L'avevo percorsa una sola volta, il giorno in cui ero arrivato a Larusina e il corteo della vittoria aveva attraversato la citt; dopo di allora, come tutti, avevo potuto soltanto lanciarle occhiate di sfuggita dalle sbarre delle cancellate: occorreva avere pi che validi motivi per potervi accedere.
Con passo sicuro mi diressi verso l'ingresso pi vicino. Il soldato mi ferm mettendo in mezzo l'alabarda e chiedendomi dove credessi di andare.
Sono atteso dalla Marchesa di Feltria e Mondello.
La mia baldanza non lo fece tentennare.
Mi squadr da capo a piedi: E il motivo?
Le porto notizie di un corallo bianco.
A un suo cenno una giovane guardia si mosse e corse via. Restammo a fissarci negli occhi: era pi basso di me di tutta la testa e la cosa doveva dargli molto fastidio.
Apparve il valletto della Marchesa che gi avevo incontrato:
Come osi presentarti qui e non all'ingresso riservato ai servitori?
Mi strinsi nelle spalle: Se alla Marchesa interessa il mio corallo, bene. Altrimenti non importa.
Feci per andarmene.
Aspetta. A denti stretti e voce pi bassa brontol: Ha detto di farti entrare.
Il soldato sollev un sopracciglio stupito, lasciandomi passare.
Larghe lastre di arenaria dai colori cangianti pavimentavano la strada, marmi lucenti rivestivano le pareti dei palazzi. Finestroni protetti da massicce inferiate aggettanti, ornati da cornici scolpite a forme umane e animali, ognuna diversa dall'altra, si aprivano su entrambi i lati. Al centro dei palazzi sopra i portoni, grandi come quelli della citt, colonne dai capitelli fioriti reggevano timpani intagliati. Qua un leone ruggente, l un'aquila dalle ali spiegate, pi avanti un toro soffiante: i simboli delle varie famiglie sembravano quasi vivi, pronti a lasciare la parete per gettarsi sui passanti.
Sbirciavo senza dare nell'occhio oltre i battenti spalancati: anditi dipinti delle dimensioni di una chiesa, cortili interni e scalinate, fontane con giochi d'acqua e giardini nascosti.
Servitori in livrea erano fermi davanti a tutti i palazzi, con bastoni dorati e ridicoli cappelli gonfi e con code che ricadevano sulla schiena. Altri si affaccendavano intorno a
carrozze e portantine rivestite di sete o damaschi, conducevano cavalli dalle stalle disposte nei vicoli laterali, oppure si aggiravano per pulire, spazzare, sistemare le ampie fioriere che ornavano la parte centrale della strada. Funzionari di Palazzo in abiti scuri conversavano in gruppetti, mentre si sentiva l'ordine isterico di una dama a dei paggi non abbastanza veloci nel servirla.
Il valletto che precedeva un gentiluomo con uno svolazzante mantello celeste, i calzoni attillati e le maniche a sbuffo con inserti d'oro, uno spropositato copricapo da cui pendeva una piuma bianca che si arrotolava su se stessa, quasi mi butt a terra per farmi scostare e permettere il passaggio del suo padrone nella direzione opposta alla mia.
Mi sentivo fuori luogo, con i miei abiti da pescatore, strappati e rattoppati, sporchi di pesce e di sudore. Forse non era stata una grande idea presentarmi all'ingresso principale, mi trovai a pensare... No, urlai subito dopo nella mente, i bastardi non mi avranno mai. Nessuno deve accorgersi del mio imbarazzo, nessuno deve pensare che sono un buono a nulla. Io sono Andrea Raggio, il Rosso, Morjane ibn Ghassan.
Avrei fatto vedere a tutti loro chi ero. Fidando della mia altezza, raddrizzai la schiena e il mento e cercai di dare allo sguardo e al modo di muovermi un tono spavaldo: Allora. C' ancora molto, ragazzo?
Vuoi l'ingresso principale, pescatore? Eccoti accontentato. sibil fra i denti il valletto, lanciandomi un'occhiataccia, e si infil in un portone.
Nell'ingresso imponente, pesante di marmi scuri, gir a destra su per una scalinata larga quanto il doppio della mia feluca, con cordoni dorati e tendaggi di velluto, soffitto a cassettoni e affreschi alle pareti.
Incrociammo un paio di cameriere che mi sembrarono eleganti come nobildonne e con un'aria di sussiego che di sicuro non era inferiore a quella della loro padrona.
Un vestibolo alto come un campanile e lungo come una strada di citt, rivestito di arazzi di seta con scene di caccia e intervallato da poltrone damascate. Poi una sala che mi parve pi immensa della cattedrale, rivestita in tutta l'altezza e su tutti i lati da specchiere lucenti.
Una figura allampanata dai capelli rossi si moltiplic in mille immagini che ripetevano all'infinito ogni mio gesto e ogni mio passo. Il sorriso sardonico del valletto brill anch'esso in innumerevoli risate di scherno intorno a me.
Poi un'altra sala, questa volta del colore del mare di notte, con cortine ricamate che velavano le pareti e al centro un tavolo di legno nero dalle zampe a forma di leone adatto a ospitare giganti pi che semplici uomini. Il camino di marmo rosa con sfumature e vene pi scure occupava quasi una parete intera e poteva contenere al suo interno, secondo il mio parere, tutta la taverna di Pietro l'Orbo gi al porto.
Dal soffitto a cassettoni dorati pendeva una cascata di gocce di cristallo: calcolai che per abbassarla e accendere le candele dovevano occorrere almeno sei servi.
Due angeli pi grandi di un uomo, in legno dorato, facevano la guardia alla porta, reggendo nelle mani congiunte una lucerna in oro rosso.
Cercai di non farmi mettere in soggezione da quel lusso, ma era molto difficile non fissare il tutto a bocca aperta.
Uscimmo all'aperto in un giardino pensile che si affacciava, con una balconata marmorea, sulla strada sottostante, quasi invisibile da essa. Cespugli fioriti e alberi d'alto fusto si articolavano fra viali inframmezzati da fontane che creavano giochi d'acqua, statue tanto realistiche da farmi trasecolare e voliere di uccelli canterini.
Il valletto punt verso una portafinestra aperta da cui una tenda di pizzo svolazzava allegra verso l'esterno.
Entr. Lo vidi abbassare la testa: Il pescatore, mia signora.
Si tir indietro per farmi passare e mi allung un calcio maligno nello stinco: Inchinati. bisbigli prima di andarsene.
La stanza era in penombra. La tappezzeria a fiori dai colori tenui, i divanetti leggeri e i tavolini dalle gambe sottili davano un'impressione di freschezza e di finta semplicit. La Marchesa stava su una poltrona dalla forma allungata, in una posa rilassata e intima, avvolta in un abito verde acqua, ricco di pieghe che riprendeva i suoi occhi e che quasi si confondeva con le pareti.
Il profumo di gelsomino riempiva l'aria.
Molto audace, mio bel pescatore, molto audace da parte tua presentarti in questo modo. Che presunzione ti ha fatto supporre che ti avrei ricevuto?
Questo, mia signora. Mostrai la pelle e il sigillo rotto. Sapevo che portando questo mi avreste fatto entrare.
Rise divertita: Quanto offri oggi, per, a me interessa, in vero, molto poco: manca qualcosa, non credi?
Sar vostro se rispetterete i patti.
Parli di patti, ma tu per primo non li hai rispettati. Mi hanno riferito di morti e barche affondate.
Ho soltanto difeso quanto era mio. Voglio il corallo e i venti ducati d'oro. E sapere cos' questa spilla.
Lei sorrise di nuovo e ruot il busto verso uno specchio, sistemandosi un ricciolo.
Pescatore, pescatore... ti avevo sottovalutato. E avevo invece sopravvalutato una piccola schiava sciocca. C' bisogno di gente come te, nell'Impero. C' bisogno di coraggio e di ardimento. Sei sprecato nei tuoi piccoli giochi di contrabbando e misera pirateria. Dammi la spilla. Guadagnerai molto di pi, nel cambio. Si alz e si avvicin. L'odore di gelsomino mi avvolse. Una galeazza. Ti offro il comando di una galeazza. Una nave da guerra, per vendicarti di chi ti ha reso schiavo e di chi non ha saputo apprezzarti. Sarai il mio Capitano, non pi il galeotto liberato, ma un Capitano dell'Impero. Hai il
fegato, le capacit e il cuore per questo. Capitano Andrea Raggio. mi sussurr all'orecchio e si ritrasse subito dopo.
State scherzando.
Rise scuotendo i riccioli.
No, Capitano, io non scherzo mai. Molte delle navi in rada sono mie e ho molte conoscenze tra i nobili e i potenti dell'Impero. Questa dimora in Larusina  soltanto una delle mie propriet, forse la pi modesta. Non vengo spesso in questa citt e ora me ne dolgo. Mi lanci una lunga occhiata. Anche Sigarro ha apprezzato quello che hai fatto. Sia per noi che contro di noi, sa riconoscere gli uomini che valgono e sarebbe uno stupido se non preferisse averti con s piuttosto che eliminarti. Dov' la spilla?
Dov' il mio corallo?
Rise di nuovo, ben sapendo come tenermi in pugno: Che v'importa di un po' di corallo, Capitano Andrea Raggio? Governerete una nave. Non una barca, non una feluca, ma una delle migliori navi da guerra di questo nostro tempo. Avrete sotto il vostro comando uomini e cannoni. Pensateci, Capitano Andrea Raggio. Con le vostre capacit potreste diventare anche Ammiraglio, un giorno, comandare una flotta. Essere, voi, quello che decide la sorte e il destino degli altri. Se giocherete bene le vostre carte.
Quella donna sapeva come blandirmi e adularmi, sapeva come lavorare su una ferita aperta che desiderava soltanto essere curata. La sua voce scivolava sinuosa, dosava i toni e i sussurri, aveva un'abilit suadente e incantatrice. Sentivo un'eccitazione pericolosa catturarmi, come se campane e campanelli risuonassero nelle mie orecchie, e non chiedevo di meglio che essere fatto prigioniero dalle sue lusinghe.
Onori, ricchezze, potere, Capitano. Non pi questi stracci, non pi le occhiate di scherno dei valletti.
Non ho con me la spilla, ora.
Ditemi dove i miei uomini possono trovarla; non occorre andiate voi. Potrete riposarvi qui con me, nel frattempo.
Il tono con cui mi parlava e il titolo con cui mi fregiava mi ubriacavano pi del vino, ma riuscii a non cedere. No, Vado a prenderla io e ve la porter. Ma perch la volete? Che ha di cos importante?
Tutto il mondo profumava di gelsomino.
Capitano, Capitano. Non mi deludete ora. L'avete vista. Riflettete e capirete senz'altro che cos'. Aspettate, non occorre andiate voi.
Riuscii a uscire. Fuori il valletto mi guid attraverso il giardino e le sale fino alla strada, troppo confuso per rendermene conto.
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CAPITOLO 16.
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Meccanicamente le gambe mi condussero al porto. Con la fantasia vedevo me stesso in piedi, sul ponte di una nave, di una galeazza, mentre gridavo ai miei ufficiali di incitare i comiti a forzare l'andatura, mentre gli artificieri caricavano i pezzi e al mio segnale davano fuoco alle polveri, non importa contro chi o contro che cosa. Tutti si inchinavano e obbedivano alle mie parole. Il vento soffiava intorno a me, ritto sul cassero di poppa, al timone della mia nave. L'ambizione mi divorava. Capitano. Capitano Andrea Raggio, continuavo a ripetermi.
Rosso.
Chi  lo sciocco che mi chiama ancora cos? pensai nei miei vaneggiamenti di gloria, mettendo a fuoco uno dei tanti ragazzini del porto.
Finalmente trovo almeno te. Che cosa  successo a mio padre?
Emersi con fatica dalle fantasticherie, a uno a uno splendori e onori scomparvero e tornai con i piedi per terra.
Guardai meglio il giovane: era il figlio maggiore di Tredita e aveva partecipato a volte alle nostre spedizioni di pesca, quelle ufficiali, non quelle del corallo.
Tuo padre... risposi incerto. Non sta tanto bene, ma torner presto in gamba. Spero. Che succede? Perch lo cerchi?
 scomparso da vari giorni. Non ' per i soldi, ho trovato un ingaggio e riesco a dare qualcosa a mia madre e
ai miei fratelli. Siamo tutti preoccupati. Anche per te, Rosso: non siete pi tornati, la feluca era agli ormeggi, nessuno sapeva pi nulla di voi.
Lo rassicurai come meglio potei, finch fu chiamato a gran voce dal suo capudan e lo vidi andar via con sollievo.
Il colloquio mi aveva riportato alla realt e schiarito le idee. Mentre sedevo sul muretto, mi scoprii a rimuginare sulla spilla. Con un dito tratteggiai, nel velo di sabbia accanto a me, la sua forma, cos come la ricordavo.
Dunque. Una mezzaluna solcata da tante, tantissime righe in rilievo, ghirigori incomprensibili modellati nell'argento. Una grossa gemma al centro e numerose piccole disseminate intorno qua e l. Un semicerchio a circondare la mezzaluna, quasi a chela di granchio, con, in fondo, due coralli rettangolari molto vicini. Poi un altro, pi largo ancora a raccogliere il tutto, e due sfere minuscole alle estremit. Sembrava un qualche insetto strano, pensai, o, appunto un granchio. C'era qualcosa d'altro... certo, dei trattini paralleli come capelli ritti in testa sul lato dritto della mezzaluna... scacciai il pensiero dei capelli di Faten corti e dritti allo stesso modo... poi tre solchi lunghi, riempiti da rametti di corallo bianco dall'esterno verso la pietra centrale. Partivano da fuori, da piccolissimi puntini rossi, e attraversavano tutto il disegno della mezzaluna. Strana immagine, strano animale.
Mi alzai, era tempo di muoversi. Un'ultima occhiata alle navi, un'ultima occhiata allo schema... mi fermai. Lo vedevo al contrario, ora, ed era qualcosa di familiare. Dove l'avevo gi visto? Il pensiero arriv all'improvviso preciso e nitido. Ecco chiarito tutto, ecco spiegato il corallo bianco. Maledissi la mia ignoranza e la mia stupidit, raccogliendo quello che restava del mio sangue freddo.
Dovevo raggiungere gli altri e dovevo fare alla svelta.
Cancellai i segni che avevo tracciato sulla sabbia.
La gente, in giro, era apparentemente occupata nella solita vita, ma mi sentii osservato. Percepivo con sicurezza la presenza di qualcuno che mi seguiva e allungai il passo:
sapevo come depistarlo, la citt non aveva segreti, per me, da quel punto di vista.
Imboccai il labirinto complicato di vicoli, che nulla aveva da invidiare a Mustarrajla, e infilai nello scantinato di una ragazza che conoscevo: Serena, tesoro, dammi il tuo aiuto: un marito geloso mi insegue, aprimi la finestra del retro.
Si prest ridendo, acchiappando al volo una moneta; attraversai una serie di cortiletti e vicoli che in breve mi portarono dall'altra parte del quartiere. Uscii dalla citt attraverso la porta pi vicina, anche se questo voleva dire allungare la strada nelle campagne. Avevo un'idea e decisi di seguirla.
Arrivai all'imbarcadero quasi a sera, sollevato nel vedere tutto tranquillo, la feluca in assetto di partenza.
Feci cenno ai miei compagni di venire vicino. Ci sedemmo per terra sotto un pergolato di canne, in posizione tale da controllare sia il mare che le strade di accesso.
Abbiamo poco tempo. Non credo mi abbiano seguito, ma non ne sono sicuro. Vi devo parlare. Datemi la spilla: ecco, guardatela tutti. Riconoscete qualcosa nel disegno? Tenetela al contrario, cos. Siamo abituati a osservare il mondo da dentro, non da sopra.
Cercai di spiegarmi ulteriormente: Ho visto una volta, nel palazzo del Governatore, una mappa e anche allora ho fatto fatica a focalizzare cosa rappresentava, ma una volta compresa la chiave  tutto pi facile. Mettete un faro al posto di queste piccole gemme tonde e un forte a quello delle rettangolari...
Shukry intu subito: Rappresenta Mustarrajla.
Infatti. Le doppie mura: eccole. Questa pietra grossa: il palazzo del Sultano, al centro. Le gemme piccole...
... Sono le moschee... guarda: sono segnate tutte le strade e le stradine, qui c' la casa di Intissar. Ma questi inserti in corallo bianco? Sembrano partire da tre punti fuori delle mura, nel punto delle tre moschee esterne. E
confluiscono verso la piazza intorno al palazzo. Non c' nulla, per, che...
Il Grifo non ci provava neanche, a guardare la spilla. Osservava da lontano me e Shukry chini sul gioiello e sugger: In superficie no, ma nel sottosuolo. Una leggenda dice che ci sono dei cunicoli segreti sotto la citt. L'attraversano tutta da parte a parte. Nessuno sa se questo sia vero, n dove si trovino. Se avete interpretato in modo giusto, li sono indicati con precisione. Io ci vedo poco, da vicino, ma forse chi riesce a leggere tutte le righe che dite di vedere pu essere in grado di capirlo. E non dimentichiamoci dove lo sceicco aveva gettato il Rosso.
L'Impero vuole questa mappa per conquistare Mustarrajla, altrimenti inespugnabile. Per questo mi ha offerto una nave e un titolo.
Ti hanno offerto cosa?
Una galeazza. E il titolo di Capitano dell'Impero. Anche promesse di ammiragliato e tutto quello che ne consegue. Il tono era leggero e non confessai che ero stato sul punto di cedere.
Ci fu silenzio. Il rumore delle onde contro il molo era quasi assordante.
E tu cosa vuoi fare?
Potrei effettivamente consegnare la spilla: in questo modo la tua citt sarebbe condannata e io tornerei a vivere onorato e stimato a Larusina. Feci finta di non notare la mano del Grifo scesa a impugnare il coltello. Oppure potrei gettarla via. In tal caso la guerra continuerebbe senza interferenze, finendo con ogni probabilit con la rovina dell'isola. Questa gente per mi ha accolto quando ero senza patria: nonostante tutto non posso abbandonarla cos alla distruzione. Io vorrei tentare un'ultima possibilit, la pi rischiosa di tutte. Non vi biasimer se vorrete abbandonarmi e andarvene per la vostra strada.
Nessuno fiat.
Denunciamo i traditori al Sultano di Mustarrajla. Abbiamo una parte, piccola, del tesoro del Sultano.
Abbiamo il nome di quel visir traditore a cui doveva essere consegnata Faten.
La parola di una schiava non vale nulla.
Forse in questo caso varr, se lo aggiungiamo a quanto si scoprir su Ahnesh. Forse gi da adesso Kafur.
 impossibile poter parlare con il Sultano. Anche muovendo tutte le conoscenze di Intissar non riceverebbe mai gente come noi. Kafur  solo uno degli armigeri pi giovani: anche lui pu fare ben poco. Non sappiamo chi altri  traditore, fra i visir e gli alti funzionari.
Ma sappiamo chi di sicuro non lo : il visir che sostituiva le principesse di notte con le schiave. Lui di sicuro  fedele al Sultano.
Che Allah ti abbia in gloria, hai ragione. Anche se difficile, non  impossibile arrivare a lui in qualche modo. Ma poi? Verranno fuori pure i nostri traffici. E tu sei un infedele. Mettiti bene in testa questo. A me ormai non importa quasi pi, ma i fanatici religiosi non ti daranno n credito n tregua. C'era un tempo in cui i cristiani erano tollerati, se rispettavano certe regole. Navi di infedeli attraccavano spesso in porto e a volte persino qualche mercante apriva delle botteghe. Ne ho conosciuti alcuni. Ma dopo l'arrivo della flotta dell'Impero e l'assalto alla citt molte cose sono cambiate: tutti sono stati scacciati.
E cercare di rimettere a posto le cose? Forse anche il Governatore di Larusina ha nostalgia del passato.
Scoppi in una larga risata: Ragiona, Rosso. Siamo solo pescatori e contrabbandieri, povera gente: come possiamo sperare di cambiare le decisioni dei potenti? Forse, con molto sforzo di fantasia, il Sultano potrebbe anche ascoltarci e mostrare gratitudine per avergli indicato i traditori, ma il Governatore? L'Impero? L'unico modo che hai di ingraziartelo  consegnare la spilla. Siamo nel mezzo: dobbiamo decidere per l'uno o per l'altro.
Sei tu che mi hai parlato una volta del gatto e dei pesci, ricordi? Cosa aveva fatto il pescatore per salvarli entrambi?
Aveva chiuso il gatto in una gabbia mentre pescava e poi i pesci in una cassa. Ma non credo che questa volta possa funzionare.
Voglio tentare una via.
Ripartii la mattina dopo, portando con me una grossa somma di denaro.
Puntai verso le colline fiorite dove sorgeva la casa di Mivida, lungo una strada che mi pareva ormai lontana mille anni da me.
Non posso aiutarti pi, Rosso. Non chiedere nulla, non ho pi nulla da darti.
Non mi salut nemmeno. Era scarmigliata, invecchiata, quasi brutta, notai. Il ballonzolare dei grossi seni nella tunica mi parve soltanto volgare. Forse aveva semplicemente perso fascino ai miei occhi. Sapevo che le cose non andavano bene, per loro come per tutti i mercanti di Larusina, per colpa della guerra.
Non voglio nulla, Mivida. Davvero. Anzi, sono venuto a restituirti io una piccola parte di quello che ti devo. Nei suoi occhi c'erano scontento, sospetto, nessuna traccia della tenerezza o dell'affetto passati. Ascoltami solo quest'ultima volta. Bonorgo era nella Corporazione dei mercanti, vero? Chi c' ora al suo posto? Come potrei fare per riuscire a parlare con i capi delle Logge?
Che c'entri tu con le Corporazioni? Sei solo un vagabondo buono a nulla.
Tratteneva il fiato, ora, le labbra socchiuse avide, fissando il denaro. La casa mostrava segni di decadenza e ristrettezze.
Il figlio maggiore di Bonorgo, Gerolamo, era subentrato al padre. Mi ricevette solo dopo lunghe insistenze e neanche la vista dei soldi che avevo restituito alla famiglia dissip del tutto il disprezzo con cui mi guardava.
A malincuore mi conferm quel che sapevo: Larusina era all'orlo della rovina. Le spese che andavano sostenute per mantenere i soldati mercenari e le navi da guerra in porto prosciugavano le sostanze di ricchi e poveri, senza consentire commerci o traffici normali. I rapporti con i grandi mercati dell'oriente, non ufficiali ma che portavano ricchezza e denaro e che passavano da Mustarrajla, erano interrotti come anche quelli con l'occidente, poich la zona non era sicura e le navi mercantili dell'Impero preferivano altri porti pi protetti. L'economia interna non era in grado di sopperire le necessit e presto sarebbe cominciata di sicuro la carestia e il tracollo definitivo.
Delle navi coralline di Bonorgo se ne erano salvate solo due e i suoi figli preferivano tenerle al riparo in rada, rinunciando alla stagione piuttosto che rischiare di perderle durante la pesca.
Parlai con lui a lungo, cercando di comprendere i complicati meccanismi politici che reggevano le fila delle corporazioni mercantili. Erano le Logge dei Nobili e dei Mercanti a comandare di fatto, prima dell'arrivo della flotta imperiale, escludendo totalmente il popolo e gli artigiani. Il Governatore appariva come una debole marionetta nelle mani del comandante Sigarro, ma era in realt un uomo giusto, anche se non particolarmente coraggioso o di polso, molto amato da tutti. Lui e le Logge, riuniti, sarebbero stati ben lieti di allontanare i soldati dalla citt, ma erano frenati dalla paura di un successivo assalto barbaresco di rappresaglia che non avrebbe dato alcuna possibilit di salvezza. Molti preferivano addirittura cercare di andarsene, portandosi dietro il salvabile, per trovare riparo in altre zone, vista la situazione senza uscita che si era creata.
Non raccontai tutta la nostra storia, gli prospettai soltanto la possibilit concreta che avevo di poter essere intermediario delle Logge presso il Sultano per ottenere garanzia di salvezza in caso di ritiro forzato della flotta.
Forse fu solo la disperazione a convincerlo a darmi retta e a promettermi che avrebbe riportato, in gran segreto, la mia proposta ai capi dei mercanti, preparando il terreno
per future trattative, in cambio dell'impunit dei miei trascorsi da contrabbandiere.
Alla fine mi salut quasi con rispetto.
Non potevo far altro per l'Isola e tornai all'imbarcadero.
La Frusta era sparita. Frenando il panico che mi prendeva, imprecando senza controllo corsi nella baracca. Tredita era sempre sdraiato sul pagliericcio e Faten lo accudiva.
Dove sono i barbareschi?
Il vecchio, seduto in un angolo, con la solita flemma raccont: C' stata battaglia mentre non c'eri. Valanga ha detto di raggiungerli ai Magazzini del Sale, in porto, all'ora del tramonto. Prendi la mia barca: farai prima.
I Magazzini del Sale sorgevano all'estremit occidentale del porto. Con questa indicazione si intendeva, per, ben pi dei semplici capannoni dove veniva ammassato il sale, quanto piuttosto una vasta area l intorno, compresa la taverna di Pietro l'Orbo, un punto di riferimento per tutti noi. Sospettavo quindi che quello fosse il vero appuntamento.
La piccola barca a vela mi permise di raggiungere in fretta la citt e di infilarmi fra quelle dei pescatori: un'occhiata veloce al minuscolo scafo bastava ai soldati delle galee che controllavano gli ingressi per farmi passare. Mi chiesi che scusa avesse invece usato Valanga.
La Frusta era attraccata al solito posto. Deserta.
Era di nuovo sera. Mi avviai verso la taverna, salutando chi incontravo con aria indifferente, scambiando due parole con questo e con quello per dare l'idea di normalit. Dovunque avvertivo insofferenza per l'Impero e incertezza nel domani.
Grida di ubriachi si sentivano fin dalla strada. Dovetti chinarmi per entrare nella piccola porticina in fondo a un vicolo maleodorante.
Gruppi di soldati occupavano quasi tutti i tavoli, schiamazzando e agitando brocche di vino. Due delle
fantesche erano sedute sulle ginocchia di altrettanti uomini mentre Pietro si muoveva portando boccali. L'occhiata che mi lanci la diceva lunga sul suo umore.
 venuto, Valanga? gli urlai sovrastando il frastuono.
Allarg le braccia con gesto impotente indicando i mercenari: Ormai vengono solo loro.
Dunque l'appuntamento dopotutto era proprio ai Magazzini del Sale. La costruzione, isolata e in fondo a un molo, mi piaceva poco, cos allo scoperto e frequentata da funzionari e doganieri. Stava calando la sera e la zona era quasi deserta; una ronda mi blocc chiedendomi dove stavo andando e io risposi con una scusa innocente. Individuai in fondo al molo, sugli scogli, un gruppo di pescatori e li per l non feci loro caso. Avvicinandomi per riconobbi fra gli altri la sagoma inconfondibile del Grifo. Affrettai il passo.
Allora?
Prendi anche tu una canna e mettiti tranquillo. Shukry e Valanga erano pi avanti, con l'aria indifferente, come se non si conoscessero. Sono venuti i tuoi amici. Non erano guardie di Larusina, n soldati dell'Impero. Non avevano divise o altro. Probabilmente erano solo sgherri della Marchesa. Ora chiacchierano con i pesci in fondo al mare.
Possibile che tu non conosca altra soluzione dell'omicidio?
La necessit rende lecite le cose illecite. Che altro dovevo fare? Per Allah, li ho portati al largo e hanno cantato come i canarini di Intissar nelle loro gabbiette, non riuscivamo pi a zittirli. Poi per non potevo mica tenermeli nella stiva legati. Il corallo  nascosto in quella bassa costruzione in fondo al molo, oltre i Magazzini del Sale, un deposito di vele, a quanto ci  stato detto. Un posto anonimo e indifferente, abbastanza sotto gli occhi di tutti per passare inosservato e nello stesso tempo sicuro.
Aspettiamo che scenda il buio e recuperiamo il nostro carico.
L'impresa non fu difficile. La notte era scura e nuvolosa, io e Valanga rimanemmo a pescare e, quando la ronda comparve, ci intrattenemmo a parlare di pesca e di politica. Erano guardie assoldate dalle Corporazioni per la custodia dei magazzini, non soldati dell'Impero, ben consapevoli di fare la guardia a depositi ormai quasi vuoti, come si lamentarono con noi, deprecando la scarsa affluenza di navi mercantili nel porto, demotivati e scettici sul futuro.
Quando il Grifo ci fece da lontano il segnale di aver portato a termine la missione, li salutammo con cordialit e, raccolte le canne, ci dirigemmo verso la Frusta con aria sfaccendata e assonnata, reggendo le casse come fossero piene di pesce e di attrezzature.
Al capitano della galea all'uscita del porto dicemmo che andavamo a tendere le reti, e quello ci fece passare senza tanti complimenti, visto che la pesca era l'unica attivit che ancora funzionava nella zona.
Litigammo su quale imbarcazione utilizzare per tornare a Mustarrajla, poi il Grifo mi fece capire che il mio Fiore degli Abissi avrebbe suscitato ben pi domande della sua feluca e accettai di malavoglia di lasciarlo ancorato nel porticciolo.
Affidammo Tredita al vecchio: quando sarebbe stato trasportabile avrebbe pensato lui a riportarlo a casa. Imbarcammo invece con noi Faten.
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CAPITOLO 17.
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All'alba la sagoma dell'isola non era neanche pi visibile e ci fermarono le prime galee barbaresche. L'averci gi visto passare su quella rotta velocizz i controlli, ma dovemmo lasciare di nuovo delle mance a ogni ispezione, come anche a Marcel per l'attracco. Il doppio fondo nascose quanto portavamo e Shukry rimase a bordo per maggior sicurezza.
Il Grifo non volle compromettere Intissar e ci dirigemmo alla casa di Silfeo, nella zona del porto. Viveva da solo, in una semplice stanza che dava su un vicolo, senza mobilio o lusso e non sembr stupito nel vederci. La ferita che aveva riportato qualche giorno prima non doveva essere grave, visto che non accusava alcuna debolezza. Kafur ci raggiunse l.
Per Allah potente e grande. Ottenere un colloquio con il Gran Visir non  certo facile, soprattutto per me, ora. Aver denunciato lo sceicco Ahnesh non mi ha portato altro che guai. Nonostante l'evidenza e le merci trovate nei suoi magazzini tutto  stato messo a tacere dietro una misera multa alla dogana. C' qualcuno molto potente che lo protegge e che mi sta alle costole come un cane alla lepre, soffiandomi sul collo. Non posso aiutarvi.
Faten sedeva in disparte, le ginocchia strette fra le braccia. Non aveva quasi pi aperto bocca e si teneva sempre negli angoli, come cercasse di rendersi invisibile. Nessuno le rivolgeva la parola n la trattava in maniera diversa da un oggetto. Io stesso, come se non volessi
perdere credibilit davanti agli altri, cercavo di disinteressarmi del tutto a lei con indifferenza.
Ora tir su il capo e disse in fretta, prima di essere zittita: Il visir Jalal ed-Din ha tre mogli in citt, in tre case diverse. Forse Intissar ne conosce una. Perch non provate a incontrarlo quando la visita? Nessuno lo verrebbe a sapere.
Taci, cagna traditrice, non permetterti neanche di nominare il nome di Intissar grugn subito il Grifo.
Non  sbagliata l'idea della schiava. Lo contraddisse Kafur. Se quello che credete  vero, non vi permetteranno di avvicinarvi a lui direttamente. Attraverso le donne, invece, forse potreste riuscirci.
Il Grifo aveva mille conoscenze nella rete sotterranea della gente del porto come Intissar fra le mogli di personaggi importanti della citt. Chiuso nella casa di Silfeo, con Valanga e Faten, mi tocc mettermi da parte mio malgrado mentre gli altri andavano e venivano, organizzando incontri. Scalpitavo fremente, sentendomi inutile e di peso, ma a nulla valsero le mie proteste. Pass cos, nell'apatia mia e nell'attivit altrui, una settimana. Finalmente un giorno il Grifo arriv con un pacco di abiti.
Avanti, schiava, renditi utile. Sarai cos abile da trasformarci in due donne? Sbuffava contrariato, voltandomi le spalle mentre esterrefatto rivolgevo a un impenetrabile Silfeo uno sguardo interrogativo.  l'unico modo, Rosso. La moglie del Visir  gi avvertita. Fingeremo di essere schiave e al calar del sole uomini a lei fedeli ci verranno a prendere per condurci a casa sua.  veramente l'unica maniera per poter parlare col Visir senza che nessuno lo sappia: domani lui si recher a visitarla e sar il momento giusto. Indossando questi abiti non genereremo sospetti:  probabile ci siano spie nella sua stessa casa.
Faten si prest volentieri ad aiutarci, prodigandosi in consigli, sorrisi e complicit che le permisero di sciogliere
un po' l'atmosfera tesa che la circondava, soprattutto nei rapporti col Grifo.
Rassegnato, l'uomo accettava sospirando i suoi suggerimenti, sforzandosi di camminare nelle babbucce e avvolto nel velo. Era decisamente ridicolo: una grossa e grassa schiava sgraziata che ballonzolava come se fosse ubriaca.
Smisi del tutto di ridere quando tocc a me farmi depilare le sopracciglia e imparare a sculettare con presunta avvenenza; mi sentivo grottesco ed effeminato. Non avrei mai immaginato che muoversi in quel modo, a prima vista cos naturale in una donna, fosse tanto difficile.
Faten ci costrinse a camminare avanti e indietro per la stanza con severit e autorevolezza e noi due sottostavamo alle sue indicazioni evitando di guardarci a vicenda. I pantaloni larghi mi mettevano in imbarazzo nonostante i veli e il mantello avvolgente, e mi sembrava di non avere alcuna scioltezza.
Benedissi l'usanza araba che imponeva alle donne di non mostrare il volto in pubblico anche se dovetti accettare una rasatura profonda e accurata e bistro e colore sulle palpebre. Dovevo stare anche piegato in avanti per mitigare un poco la mia altezza esagerata. Il Grifo avrebbe dovuto prestare attenzione ai baffi e alla barba sotto il velo perch si rifiut di tagliarli.
A sera, quando la luce incerta rende le percezioni confuse e le ombre ingannano l'occhio, si presentarono due neri armati inviati da Quriat al Ain, moglie del Gran Visir.
Eravamo pronti io, il Grifo e Faten, velati e nascosti sotto i mantelli. Silfeo ci diede un'ultima occhiata di approvazione, prima di aprire la porta.
Ignoro se quegli uomini sapessero cosa eravamo: non ci rivolsero la parola e quasi neanche uno sguardo. Seguivo Faten cercando di imitarne il passo, sentendomi goffo come un gabbiano che annaspa in terraferma per prendere il volo. Dietro di noi veniva il Grifo che sentivo borbottare a bassa voce. Impegnato a controllare il velo, a non
perdere le babbucce per strada, a spingere il bacino di qua e di l non mi accorsi quasi che eravamo arrivati in un giardino pieno di alberi e di ombre.
Gli uomini consegnarono a Faten una lucerna e senza una parola indicarono una costruzione. Ci invitarono a entrare e poi scomparvero nella notte.
Al riparo in una stanza, la ragazza scopr per prima il volto: Potete togliervi il mantello, ora, e rilassarvi. Non siete andati malissimo, un po' sgraziati, magari, ma nel buio non si dovrebbe essere notato molto.
Rideva divertita.
Non  uno scherzo, per Allah. Tu sai, vero Rosso, cosa rischiamo io e te se il Gran Visir dovesse offendersi perch ci siamo introdotti con l'inganno in casa di una delle sue mogli e non credesse alla nostra storia? Sai qual  la punizione minore che possiamo aspettarci? Di entrare al suo servizio definitivamente, ma come eunuchi. Avresti la ragazzina sempre con te, ma ti servirebbe a poco, temo.
Faten si fece seria e scosse la testa: Jalal ed-Din  un uomo giusto. Severo e inflessibile, ma giusto. Voi non dovete preoccuparvi. Non credo punir voi. Spezz la frase. Non siete voi che rischiate la sua ira, state tranquilli.
Il Grifo sbuff, guardandola storto: Speriamo. Piomb con goffaggine su un divanetto posto in una nicchia. Tanto prima di domani non accadr nulla. Dormiamo finch ne abbiamo la possibilit.
Si tir il mantello sul capo e poco dopo sentimmo solo il suono ritmico del suo respiro profondo.
La lucerna dava poca luce, smorzata e bassa; mensole e incavi nel muro creavano zone d'ombra dall'impressione innaturale. Mi sistemai anche io su dei cuscini di seta dall'altra parte della stanza, in un'altra nicchia, sistemando con fastidio gli abiti cui non ero abituato.
Faten si sdrai accanto a me.
Potrai mai perdonarmi, cuor mio? Il filo di voce era poco pi di un respiro, mentre mi riempiva di piccoli
baci. Non parlare, ti prego, non parlare. Non importa pi nulla, ormai. Non ci sar pi futuro, per me. Lasciami almeno questa notte, Morjane, solo una notte per sognare.
Non chiedevo che di perdermi nel presente, scordando passato e futuro, nulla, nulla altro che le sue carezze, mescolate alle mie. Che altro importava in quel momento, che altro poteva importare?
Muovetevi, svegliatevi. Volete che il Gran Visir vi trovi in questo stato?
Era mattina. Il sole entrava da finestre schermate da grate ricche di intarsi, creando ricami d'ombra a terra.
Faten se ne stava sdraiata, nuda, accanto a me. Subito si rivest e aiut anche me a ricompormi. Fredda, controllata, la sentivo chiusa in se stessa e distante. Si sottrasse a un mio bacio e corse dal Grifo che misurava la stanza nervoso, a passo marziale ben poco adatto all'abito femminile che indossava, cercando di sbirciare dalla finestra.
Non sporgerti cos. Indossa il velo per guardare dalla finestra, nascondi la barba gli intimai, brusco.
Non c'era altro da fare che aspettare.
Avevamo a disposizione acqua e cibo su un tavolino, lasciatici l dal giorno precedente. Il Grifo esegu le abluzioni e le preghiere del mattino con molta partecipazione, deplorando le vesti impure che indossava. A dire il vero di solito era molto sbrigativo in questi rituali, se si ricordava di compierli, e quando glielo feci notare ghign: Abbiamo bisogno di tutta la benevolenza di Allah, oggi. Meglio tenerselo buono.
Anche Faten era immersa nella preghiera o nei suoi pensieri, discosta e lontana da me pi che mai.
L'attesa era snervante e senza fine. Venne un eunuco a portare frutta fresca, dolci e acqua, ma tenne sempre gli occhi bassi e non rispose alle domande di Faten.
Stavamo sonnecchiando annoiati quando la porta si apr senza preavviso facendoci balzare in piedi.
Entrarono due armigeri, ci fissarono rigidi per un secondo, quindi si piantarono ai lati degli stipiti a gambe larghe. L'elmo in testa, gli occhi coperti dalla maglia di ferro, l'ascia in una mano e la scimitarra dalla lama ricurva nell'altra li indicavano come guardie personali del Sultano e degli alti dignitari.
Un uomo comparve sulla soglia.
Lo vidi di sfuggita mentre, imitando i miei compagni, mi chinavo fino a terra toccandola con la fronte: un alto turbante bianco, due occhi neri e profondi, una barba quadrata che scendeva fino al petto.
Pass in mezzo a noi, dirigendosi verso la nicchia e i cuscini dove io e Faten avevamo passato la notte; il lembo del suo abito di seta verde e della tunica dorata al di sotto mi sfiorarono.
Mi arrischiai ad alzare il capo, sentendomi ridicolo nell'abito femminile e con le sopracciglia arcuate e depilate. Uno sguardo del tutto inespressivo e duro mi fissava. Un brivido gelido corse lungo la schiena, ma raccolsi tutto il mio coraggio e mi sollevai.
Gli occhi neri erano ora fissi su Faten, e il lampo che li attravers mi fece comprendere che l'aveva riconosciuta.
Prima che potessi aprir bocca, il Grifo, la voce sonora velata di nervosismo, lo salut: La salute, la misericordia e la benedizione di Allah siano con te, Gran Visir degli Arabi, e possa egli allontanare da te ogni pena, tristezza o preoccupazione.
Non ci fu risposta, nella nera occhiata che lo avvolse. Lui riprese fiato e prosegu, raccontando con enfasi tutta la nostra storia. Il Visir non reagiva, muovendo solo gli occhi indagatori su di noi via via che il racconto andava avanti.
Il Grifo tacque. Il silenzio scese.
La parola di un contrabbandiere e di un infedele, vestiti da donna ed entrati di nascosto in casa mia contro quella di uno dei pi importanti Visir del Sultano. Per quale motivo dovrei credere alla vostra storia?
Sonoro e caldo, il tono musicale mi sorprese.
Per questa, mio signore. Mostrai la spilla. Lo sceicco Ahnesh l'ha promessa al Comandante dell'Impero.
Prese la gemma e gli occhi divennero fessure sottilissime nell'esaminarla. Sollev con forza la testa verso Faten:
Schiava. C'era disprezzo nel suo tono.
Lei a capo chino sembr strisciare in mezzo a noi. Poi inspir forte e quasi senza respirare proruppe:  tutto vero, mio signore. Il Comandante degli infedeli mi ha confidato che il Visir Nimatullah era il traditore.
Sapevo che la realt era un po' diversa, ma non la smentii.
Cos tu hai sentito la sua voce, quella notte, nella stanza della principessa.
Assent con forza: Anche lo sceicco ha confermato che era implicato. Anche questo non era del tutto esatto, ma lasciai stare. Cal il silenzio.
Jalal ed-Din meditava fissando fuori della finestra un punto nel cielo oltre le grate. Arriv un canto di donna dal giardino.
Il tesoro del Sultano?
Eccolo. Questo  quello che siamo riusciti a recuperare. Il resto  probabilmente nascosto nei sotterranei del suk. Interrogate lo sceicco Ahnesh.
A un suo cenno avvicinai i gioielli e lui ne esamin un paio. Assent in modo impercettibile.
Tu parli anche come inviato del Governatore degli Infedeli, mi dicono.
Annuii sebbene anche questo non fosse del tutto esatto:
Neanche il popolo di Larusina vuole la guerra, mio signore, ma finch non avr la certezza di non subire rappresaglie non si opporr alla flotta imperiale che lo opprime.
Non c' forza n potenza se non in Allah, altissimo e grande. Tutto quanto avete raccontato merita decisioni e provvedimenti da prendersi con saggezza e ponderazione. Desidero rifletterci sopra. Ghassan ibn ar-Rabi, torna a
casa tua con i tuoi amici. Ora tutto  nelle mani di Allah e del Sultano che lo serve.
Si alz e, mentre eravamo nuovamente chini a terra, usc dalla stanza.
Le indagini, discrete e nascoste, sfociarono nel clamoroso arresto del Visir Nimatullah e dei suoi fedeli. I traditori furono crocifissi durante una cerimonia solenne sulle porte del Palazzo del Sultano, e le loro case rase al suolo.
Il Gran Visir, durante un colloquio pubblico davanti a molti dignitari, mi affid l'ambasceria per il Governo dell'Isola da parte del Sultano: Mustarrajla si impegnava a riprendere i commerci e a non cercare vendetta a patto che i Larusiani scacciassero la flotta dell'Impero, riprendessero a pagare il tributo e liberassero i millecinquecento schiavi catturati durante la guerra.
Avevo dei dubbi sulla riuscita della terza clausola, ma li tenni per me e garantii che avremmo risolto tutto nel migliore dei modi.
Prima di congedarmi, Jalal ed-Din affront una questione che temevo da giorni: Prima che tu vada, Morjane, devi riconsegnare l'ultimo oggetto che appartiene al Sultano ancora in tuo possesso.
Lo guardai fingendomi stupito: Quale, Eccellenza? Credo di non capire.
La schiava.
Mio malgrado mi irrigidii: E qual  il prezzo del riscatto?
Mi soppes sornione: La tua abiura alla Croce.
Non ero un credente e probabilmente per me abiurare un Dio significava solo poterne bestemmiare uno diverso, ma c'era qualcosa che mi teneva ancorato a ricordi del passato. In un lampo rividi la mano di mia madre guidare la mia nel segno della croce. Dovevo trovare il sistema per non offendere il mio interlocutore e nello stesso tempo rifiutare quanto mi chiedeva.
Mi inchinai nella maniera cerimoniosa e solenne che il Grifo mi aveva insegnato: Eccellenza, abiurando la Croce mi renderei inaffidabile agli occhi dei Larusiani e non riuscirei a concludere alcun accordo. Non credo sia questa la volont di Allah. Sono sicuro che Lui stesso desidera che io rimanga fedele al credo dei miei avi per poterlo servire nel miglior modo possibile.
Sei ambiguo come l'ombra che cambia secondo la luce. Mi chiedo in realt a chi sarai fedele oltre che a te stesso, ma mi piaci, giovane impudente. Chieder al Sultano di regalarti la schiava: tu in cambio dovrai consegnargli un ramo di corallo capace di farlo stupire. E bada che non  facile. Si rivolse ai miei compagni. Se ogni accordo verr accettato e la pace torner, le tasse di importazione per voi saranno alleggerite per tutto il corso di tre anni, poi ridiventeranno normali. Sono sicuro che saprete sfruttare bene l'occasione.
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CAPITOLO 18.
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Sbarcammo nuovamente in segreto a Larusina, facendo scalo al nostro imbarcadero.
Gerolamo, il figlio di Bonorgo, organizz un incontro nella sua villa suburbana con i rappresentanti delle Logge, desiderosi di conoscere le proposte del Sultano.
Vi andai con il Grifo e Valanga, in una notte afosa e opprimente. Gli scuri dello studio erano serrati e scarse candele illuminavano a malapena la stanza dall'aria pesante. Scacciai la morsa della paura istintiva per il chiuso e mi concentrai sugli uomini che Gerolamo mi present.
Avevo davanti a me i potenti di Larusina: tre rappresentanti della nobilt e tre dei mercanti, fra cui lo stesso padrone di casa. Tutti vestivano abiti scuri e apparivano nervosi e tesi, quasi timorosi davanti a me e ai miei due compagni; si tenevano nell'ombra, esponendosi poco alla luce delle candele. Il Governatore avrebbe voluto essere presente, mi dissero, ma un attacco di gotta lo teneva inchiodato al letto.
Il loro evidente imbarazzo mi rese pi sicuro e spavaldo.
Scandii con forza il mio nome: Andrea Raggio, detto Morjane dai barbareschi. Non sono un rinnegato precisai. Vengo qui di mia spontanea volont per conto del Sultano di Mustarrajla a portare le sue proposte di pace. Questi che mi accompagnano sono Alfonso di Valgria Con grande fatica ero riuscito a scoprire il vero nome di Valanga, un tempo soldato dell'Impero, e Ghassan ibn ar-Rabi, mercante e dignitario di Mustarrajla.
Uno dei tre nobili, il Conte di Sansepolcro, si fece avanti con sprezzante alterigia. Dobbiamo proprio parlare in presenza di un barbaresco? Sono argomenti di vitale importanza, che garanzie abbiamo che non sia una spia del Sultano?
Nessuna, temo. Ma non penso abbiate molte alternative. Sbaglio, forse? Mi sentivo audace e sarcastico, eccitato dalla loro remissivit.
L'uomo brontol qualcosa.
Esposi le richieste del Sultano ma per il momento non dissi nulla della pretesa di liberazione degli schiavi.
Gerolamo fece un passo avanti: La rivolta alla flotta imperiale, come ti avevo gi accennato,  da tempo nei nostri pensieri e nelle nostre intenzioni. Alcuni sono, forse, ancora restii, temendo la ferocia dei barbareschi e l'ira dell'Imperatore. Lanci un'occhiata a uno dei mercanti che tamburellava nervoso con le dita sul piano del tavolo. Ma i pi ritengono che per la nostra isola sia l'unica possibilit di sopravvivenza e vogliono affrancarsi da entrambi e costituire una vera Repubblica indipendente. Questo, per, pare solo un sogno irrealizzabile: non abbiamo denaro sufficiente per assoldare truppe e flotte mercenarie che possano venirci in aiuto o per corrompere quelle sotto gli ordini dell'Ammiraglio. La Guardia Cittadina, a noi fedele,  costituita solo da ottocento uomini, contro i seimila soldati imperiali acquartierati nella fortezza della Roja, alle porte e nei punti nevralgici della citt. Nessuno di noi ha capacit militari.
Ora avete me proruppi senza pensare, guadagnandomi un'occhiata torva del Grifo. Mi gustai invece il silenzio pieno di rispetto degli altri. Oltre alle Guardie ci sono le vostre navi personali, quelle del Governo, e poi... il popolo, tutto il popolo di Larusina.
Gerolamo scosse la testa. Il popolo... Il popolo si
schierer con il pi forte, la massa  infida e ingovernabile.
Non mi feci ferire dal suo disprezzo: E allora cerchiamo di essere noi i pi forti e trasciniamo questa massa infida e ingovernabile. Chi  disposto a combattere?
Stavo prendendo le redini della situazione, quasi senza rendermene conto neanche io. Mi eccitavano la sfida e soprattutto il desiderio di rivalsa su quella gente, il voler dimostrar loro quanto valevo.
Molti dei Nobili sono pronti a rischiare ammise il Conte. Almeno sei delle dieci Famiglie aderiscono alla congiura.
E le Corporazioni dei Mercanti?
Anche Gerolamo assent: Gli indecisi non potranno che appoggiarci, aspettano solo che qualcosa succeda.
E il Clero? incalzai.
Di nuovo rispose il Conte: I prelati pi importanti sono legati per parentela alle Famiglie o ai mercanti. Non c' differenza di vedute. Chiedono solo che siano risparmiate le chiese.
Valanga intervenne: Quante sono le navi su cui potremmo contare?
Solo la galeazza e le quattro galee del Governo. Chi di noi ha delle imbarcazioni private le ha disarmate quest'estate, per non rischiare di perderle, o le ha portate in un altro porto. Le mie due coralline superstiti, qualche bastimento mercantile, poco pi.
Ci sono tutti i pescherecci. Offrite anche ai rappresentanti del popolo diritto di voto al Gran Consiglio, fategli capire che nel futuro anche loro potranno prender parte alla vita pubblica. Tornai alla carica. Potremo vincere se tutti, ma proprio tutti, capiranno che Larusina  la Terra, la Patria, non un'isola dove sopravvivere in qualche modo per caso. Tutti devono comprendere di poter essere artefici del proprio destino.
Mi ero lasciato infervorare e quello che mi stupiva era che stavo convincendo anche me. Incontrai lo sguardo ironico del Grifo. Gli altri scuotevano la testa, scettici.
Non sapevo nulla di tattica militare, ma ripensai ai metodi dei barbareschi nell'assalire i villaggi nemici: Scegliamo una notte adatta, distribuiamo i nostri uomini nei punti strategici, in ogni via, in silenzio, senza che gli imperiali se ne rendano conto. Poi, a un segnale stabilito, assaltiamo tutti insieme frastornandoli con grida, con clamori, con il nostro impeto. Se il popolo calcai l'accento sulla parola,
ci dar una mano, potremo impossessarci della citt e prendere il potere quasi senza perdite. Avete una mappa?
Trovarono una vecchia carta di Bonorgo e la spiegarono sul tavolo. Mentre mi chinavo spianando gli angoli, notai con un sorriso che stavo diventando davvero bravo, con quel genere di letture.
Dopo aver parlottato con gli altri, Gerolamo si schiar la voce: Andrea, ascolta. Questa  l'offerta che ti possiamo fare: duemila scudi d'oro per guidare la rivolta. Non di pi. Che ti saranno pagati a rate e solo in caso di vittoria. Accetti?
Lo guardai senza capire sul momento quel che diceva. Valanga, pi abituato alle usanze di guerra, rispose al posto mio: Si potrebbe anche accontentare. Per dovete aggiungere l'abolizione perpetua delle tasse e il titolo di Capitano di Libert per noi tre.
Si scaten la confusione: Il titolo di Capitano di Libert a un barbaresco?
Io, apparentemente intento a fissare la carta, facevo intanto dei conti fra me e me: duemila scudi d'oro erano il valore di due buone galee leggere, cinquantun remi a testa, tre uomini a remo, due alberi di vele latine, uno sulla ruota di prua e uno davanti al castello di poppa...
La discussione accorata mi richiam alla realt e intervenni: Il Sultano ha accordato fiducia a me, un cristiano; non vedo perch voi dovreste essere da meno verso uno dei suoi uomini. Inoltre, senza Ghassan ibn ar-Rabi io non accetto alcun incarico.
Furono costretti a cedere. Il titolo venne accordato con libert di movimento assoluta, insieme alla promessa di duemila scudi e delle tasse abolite per dieci anni. Se vincevamo. Era superfluo pensare a cosa ci sarebbe successo in caso contrario.
Alla spicciolata i congiurati si allontanarono, dandosi appuntamento alla sera dopo.
Il Grifo torn all'imbarcadero, mentre io e Valanga, scesi in citt, consultammo i Priori del Popolo. Costoro erano una sorta di rappresentanti senza potere degli artigiani e della cittadinanza che da tempo cercavano di portare all'attenzione dei potenti, senza alcun successo, le rivendicazioni e i bisogni dei pi deboli.
Uno di loro, Mastro Bernardo, un conciatore di pelli, si entusiasm al progetto. Stava organizzando una rivolta per conto suo, ci raccont, e l'idea che anche le Logge e la Guardia Cittadina fossero d'accordo gli sembr un dono del cielo.
Uno dei mercanti, tal Venozio da Sozziano, ci aveva offerto ospitalit a casa sua, in una zona centrale della citt, pi comoda per i nostri piani dell'imbarcadero fuori porta. Qui ci aspettava il Comandante della Guardia Cittadina.
Era un soldato dal volto squadrato e il naso aquilino, i modi spicci e quasi brutali. Capimmo subito che eravamo fatti della stessa tempra e bast poco per metterci d'accordo. Aggiungemmo col suo aiuto altri particolari al quadro che ci eravamo creati in mente.
Quando ci ritrovammo soli il Grifo mi assal Tu sei il pazzo pi incredibile che io abbia mai conosciuto. Non sei un soldato, non ne sai nulla di difese di citt o di guerre. Ma come pensi, per Allah, di sopravvivere?
Risposi tranquillo: Col vostro aiuto. Davvero credi che sia cos sprovveduto e stupido? Intanto siamo Capitani di Libert, non sei contento, Grifo?
Non sono vanitoso come te. Non so che farmene di un titolo suicida.
Valanga pos il boccale che stava bevendo sul tavolo: Invece la sua  stata una mossa interessante. Non sottovalutare quello che noi tre possiamo fare insieme, pirata. Ricordati i duemila scudi e l'esenzione dalle tasse. Passata la tempesta potremo guadagnare parecchio denaro.
E come pensi di liberare gli schiavi? Ti sei dimenticato della richiesta del Sultano?
Ho gi una certa idea. Avete voglia di ascoltarla?
Spiegai loro il mio piano.
La sera ci presentammo alla riunione insieme al Comandante della Guardia e ai Priori del Popolo. L'accoglienza fu del tutto ostile: appena videro tre popolani, i nobili fecero atto di andarsene, i mercanti si finsero offesi, le proteste furono accese e accalorate. Li lasciai sfogare.
La situazione  questa, Signori iniziai, quando il tono si fu smorzato. O tutti insieme o nessuno. Non  possibile, altrimenti. Se non vi sta bene, tenetevi le vostre promesse e i mercenari dell'Impero. Sono io quello che ha altro da fare e altre guerre da combattere.
Forse mi stavo immedesimando troppo nella parte del cavaliere di ventura, pensai, o forse ero solo uno sbruffone. Non mi importava: volevo rischiare e farmi valere. Qualunque fosse stato l'esito dell'avventura.
L'appoggio del popolo ci  indispensabile continuai. Io non voglio entrare in merito alla politica o alle modalit di governo dell'Isola. Il mio compito, quello per cui mi pagate,  solo di liberarla dall'invasore. Mi avete investito voi di pieni poteri. Ho bisogno di alleati e li cerco dove so di trovarli. Ora avete qui i Priori del Popolo. Siete i rappresentanti delle Logge. Discutetene, e in fretta perch la mia pazienza  poca.
Discussero, infatti. Intanto io mi concentravo sulla mappa, segnando luoghi e calcolando tempi. Trovavo assurdo litigare in quel modo sul numero di rappresentanti, sui voti e sulle competenze di gestione di una citt ancora in mano ad altri, ma, come mi aveva fatto notare
Gerolamo, questa era politica e finch non si fossero messi d'accordo non avremmo potuto proseguire coi piani.
All'inizio temevo che l'abilit diplomatica e il subdolo modo di parlare di alcuni dei mercanti avrebbero messo a tacere i popolani, ma poi mi ritrovai ad ascoltare ammirato un discorso pieno di calore e di sentimento patrio dalla bocca di Bernardo. Aveva istintivamente il carisma del capo, pensai, anche se a volte inciampava sulle parole.
Fu solo dopo la mezzanotte che riuscirono a trovare un accordo soddisfacente, di cui mi disinteressai, e potemmo discutere di argomenti pi attuali e concreti.
La data, ricord qualcuno. Era necessario decidere una data. E doveva essere vicina: pi si andava avanti, pi c'era il rischio di delazioni e spiate.
Ci avevo pensato per tutto il pomeriggio, era quasi una scelta obbligata: Avete accennato a un grande banchetto che si terr sabato, nel Palazzo del Governatore per celebrare il compleanno dell'Ammiraglio, vero? Molti assentirono. Quale migliore occasione, allora? I comandanti interverranno tutti e potremo catturarli facilmente; i soldati saranno sparsi in citt a festeggiare e ubriacarsi senza immaginare un attacco. Privati dei capi, i mercenari della Roja si arrenderanno senza problemi.
Si era fatto silenzio mentre, appoggiato alla mappa, proseguivo indicando i punti chiave: Una squadra scelta, con le galee che possediamo e le barche dei pescatori, bloccher il porto dal promontorio del Cavallo Morto al Molo Nuovo, impedendo alle galee ormeggiate di riunirsi con quelle alla fonda fuori della baia. Altri gruppi, formati da popolani e uomini della Guardia Cittadina si apposteranno vicino alle porte, all'Arsenale, al Bagno Penale, alla via Aurea e al Palazzo del Governatore.
Non abbiamo mercenari: non possiamo organizzare questo dispiegamento di forze.
Lasciatemi parlare: i mercenari li abbiamo e ben pi motivati che dal guadagno della paga. Ma andiamo con ordine. Una volta bloccato il porto, un colpo di cannone
dar il segnale in modo da rendere l'azione a terra simultanea. Le squadre attaccheranno le porte e se ne impadroniranno, penetreranno nei Palazzi dei Nobili e in quello del Governatore catturando i comandanti imperiali e chi si oppone.
Il Conte protest: Se il vostro brillante piano  di aprire al saccheggio le dimore delle Famiglie, nessuno di noi vi seguir.
No. Chi aderisce alla rivolta spiegher una bandiera blu e gialla, i colori di Larusina, a protezione del suo portone e degli ingressi laterali: le case cos contrassegnate saranno risparmiate.
Una volta scatenato, il popolo  incontrollabile. Siete un illuso.
Fece per alzarsi e Bernardo lo ferm: A questo garantiamo noi.  il nostro impegno. Il Popolo far il suo dovere. Ci sar io stesso, nella Via Aurea, a controllare.
Il Conte mi lanci un'occhiata furiosa: Solo la Guardia Cittadina occuper il Palazzo. Non entreranno popolari nella sede del Governo, almeno in questo dovrete concordare con me.
Assentii vago e proseguii: Una volta conquistati questi capisaldi, i rivoltosi si rovesceranno per le strade urlando, coinvolgendo il popolo intero, e poi convoglieranno nelle piazze.
Feci una pausa.
Sembravano tutti pensierosi e assorti. Gerolamo chiese finalmente quello che attendevo per proseguire: E le navi? Chi si occuper delle navi agli ormeggi? Chi sono questi mercenari di cui favoleggi?
Millecinquecento prigionieri barbareschi nel Bagno Penale e imbarcati sulle galee. Offriamo loro la libert in cambio di aiuto.
Silenzio. Occhi che mi fissavano sbalorditi. Persino i Priori del Popolo erano sconcertati. Poi uno dei nobili balbett: I barbareschi? Siete impazzito?
Perch no? Avranno un motivo pi che valido per battersi. Anzi due: saranno animati dal desiderio di riottenere la libert e dall'odio che portano ai soldati imperiali.
E qui intervenne il Grifo, mi impegno io a calmare le teste calde, a stroncare le iniziative personali e a chiarire bene i termini dell'accordo.
La citt sar messa a ferro e fuoco.
Non entreranno in citt. Li useremo per rincorrere e distruggere le navi imperiali alla fonda e per assalire in caso di bisogno la fortezza della Roja.
Il Conte si reggeva la fronte scuotendo il capo. Popolani, barbareschi... che altro ci proporrete? Quale altre pazzie vi suggerir la vostra sconfinata bramosia di ricchezze, la vostra sete di potere? Fin dove ci farete cadere in basso?
Non  una proposta disonorevole. Guardate la realt, Conte: quali possibilit avete, oltre al continuare a subire e a farvi annientare dall'Impero?
Ci sono altre potenze, altri regni contrari all'Impero. Cerchiamo alleanze con loro, piuttosto.
Risposi sarcastico: Muovetevi, allora, perch fra poco non ci sar pi una Larusina per cui combattere. C' la fame, in citt, ve ne siete accorti? I commerci sono bloccati, le navi ferme. Quando avr spremuto da voi tutto quello che vuole, l'Ammiraglio far vela altrove e qui piomberanno i barbareschi pronti a raccattare le briciole di quanto rimane.
Il Conte perse la calma e inizi a urlare: Lo so bene. Non ci saremmo messi nelle tue mani, se ci fosse stata una qualche possibilit. Non saremmo arrivati a supplicare uno straccione di aiutarci. A concedergli il titolo di Capitano.
Rimasi impassibile mentre gli altri lo trattenevano. Uno dei mercanti mi si par davanti, lo sguardo pieno di disprezzo. Pregate Iddio che il vostro piano funzioni. Nessuno avr piet di voi, altrimenti.
Siete sempre in tempo per tornare indietro. Sono io che rischio la vita per voi e la vostra citt.
Non fate l'eroe disinteressato. A voi interessano solo i nostri soldi.
Stavolta fu il Grifo a prendere me per un braccio e tirarmi indietro: Basta. Volete forse dimostrare a noi barbareschi che gli infedeli sono litigiosi e bizzosi come cani randagi? Abbiamo una rivolta da organizzare. Il Sultano non fa accordi con alleati inaffidabili. D'accordo, Conte, a voi e ai vostri uomini l'incarico di impadronirvi dell'Ammiraglio e dello stato maggiore con cinquanta Guardie scelte. Vi bastano? Sarete in grado?
Davanti ai suoi occhi fiammeggianti i Larusiani si calmarono. Gerolamo si arrischi a chiedere: Ma se libereremo i barbareschi, chi star ai remi delle galee?
Alcune andranno a loro, come indennizzo e per tornare a casa. Nelle altre incateneremo gli imperiali catturati. La freddezza del Grifo non ammetteva repliche. Oppure voi avete un altro piano e altre proposte?
Tutti tacquero.
Pianificare strategie concrete riport una forma di collaborazione forzata che calm gli animi.
Nella discussione che segu mi accorsi con apprensione che, se io non avevo esperienza militare vera e propria, i rappresentanti di Larusina ne avevano ancor meno: sembrava che solo noi tre e il Comandante della Guardia capissimo di cosa si stesse parlando. Mi augurai che al momento giusto non si tirassero tutti indietro, lasciandoci soli.
Pi tardi, uscendo dallo studio, Mivida, abbigliata con cura, quasi in una parodia di quella che era stata, mi sorrise con aria complice da dietro un uscio. Provai pi amarezza e pena che soddisfazione e mi affrettai ad allontanarmi imbarazzato.
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CAPITOLO 19.
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La prima cosa che feci, il giorno seguente, fu procurarmi degli abiti da gentiluomo. Ancora non potevo indossarli, ero troppo conosciuto in citt come il Rosso, il pescatore, e sarebbe stato rischioso mettermi in mostra in quel modo, ma almeno possederli era una forma di rivalsa.
Ci incontrammo di nuovo con il Comandante della Guardia e con i Priori del Popolo per coordinare i particolari dell'azione. Valanga fu davvero prezioso: riemergeva in lui il soldato che era stato in giovent e rivelava una competenza e una capacit organizzativa che non gli avrei mai attribuita. Gli affidai il comando delle operazioni a terra.
Fingendo di averli fatti prigionieri, alcuni alabardieri del Governo accompagnarono il Grifo e Shukry al Bagno Penale; poterono cos parlare con gli schiavi l rinchiusi, anche se restarono vaghi nelle promesse e nelle proposte, non volendo eccitare gli animi prima del tempo. I due avrebbero dovuto guidarli alla conquista delle navi nel porto e poi, al mio fianco, nella battaglia contro la flotta in alto mare.
Io mi sarei occupato del blocco navale. Il pilota della galeazza di propriet del Governo, il Drago d'oro, venne a conoscermi e a confermare la sua totale fedelt alla rivolta. Lo ricevetti indossando il nuovo abito, le braghe aderenti nere e la camicia dai larghi sbuffi, ma mi sentii imbarazzato e incerto, sotto il suo sguardo curioso: mi conosceva di vista come tutti nel porto e si stupiva di doversi trovare ai
miei ordini all'improvviso. Fece finta di nulla e mi tratt quasi con deferenza.
Il Drago d'oro ha a bordo ventisei bocche da fuoco, Capitano. Il titolo, detto da lui, aveva un suono splendido. A prua due colubrine da quaranta, due da venti e due da quattordici, pi due petrieri da dodici. Su ogni fianco.
Non avevo la pi pallida idea di cosa stesse parlando. Non capivo nulla di artiglieria e sapevo caricare un archibugio solo in teoria. Cominciai ad avere dei dubbi sulle mie capacit e prima che potessero consolidarsi lo interruppi:
Devo venire a bordo per rendermi conto di persona. Voglio parlare con il capo degli artificieri.  un uomo in gamba?
Il migliore, Capitano. Quanti fanti da mare intendete imbarcare?
Era questo il nome che i marinai davano ai soldati a bordo delle galee.
Un centinaio di uomini, per lo pi popolani. Le Guardie saranno impegnate a terra.
Vidi la preoccupazione nei suoi occhi.
So quello che faccio, capudan. Avr cura della nave. Ma dovrete essere pronto a tutto, a qualsiasi stranezza, a qualsiasi ordine apparentemente assurdo vi dia. Molte cose cambieranno, sabato, e ognuno di noi far la sua parte.  in gioco qualcosa pi della vita: l'esistenza stessa di questa citt.
Non parve colpito dalla mia retorica: Ho giurato fedelt al Governo e al Gran Consiglio. Il mio dovere  obbedire e lo far fino in fondo.
Quella sera stessa salii a bordo della nave che avrei comandato. Avevo immaginato l'evento in maniera ben diversa, in un giorno di sole fra pavesi e acclamazioni, invece mi ritrovai a muovermi come un ladro, timoroso che qualcuno mi notasse.
Il pilota, il nostromo e il capo degli artificieri mi incontrarono nel quadrato di poppa. Per il momento mi studiavano guardinghi: ero ben consapevole di dovermi guadagnare la loro fiducia e il loro rispetto se volevo mi obbedissero. Non doveva essere facile ritrovarsi agli ordini di quello che ai loro occhi doveva apparire come un giovanotto abile con le vele e la pesca, un po' sbruffone, irresponsabile e con fama di contrabbandiere, d'un tratto entrato nelle grazie delle Logge.
Decisi di giocare la carta della sincerit.
Sar franco. Voi mi conoscete e sapete chi sono. Un marinaio. Anzi, forse un pescatore e basta. Ho molto da imparare sul governo di una galeazza: sono perfettamente consapevole che una feluca o una corallina siano diverse da una nave da guerra. Mi sono assunto questo incarico davanti ai governanti, ai nostri concittadini e a tutta Larusina e intendo portarlo a termine. Chiedo con onest e umilt il vostro aiuto e il vostro sostegno e mi rimetto alla vostra esperienza. Sono qui per imparare. Mastro Simone mi rivolsi direttamente all'artificiere. Spiegatemi l'armamento di cui disponiamo.
Il mio atteggiamento piacque. Sentii l'atmosfera smorzarsi e gli uomini rilassarsi.
Siamo ben equipaggiati, Capitano. Con le colubrine da quaranta di prua possiamo colpire una nave a cinquecento passi. Per le altre bocche da fuoco la distanza si riduce logicamente via via che cala il calibro. La nostra forza  soprattutto sui cannoni ai fianchi, da trenta e da venti, quattro per lato, affiancati da due petrieri. Infine la poppa: calibro ridotto ma con due falconi che possono essere orientati e nelle corte distanze risultare micidiali. I moschettoni sono dieci e posizionati lungo le impavesate. La squadra degli artificieri  fra le migliori che si possano trovare: li ho tutti scelti e selezionati io stesso.
Quanti rematori?
Duecentocinquanta uomini, pi cento marinai di equipaggio. rispose il pilota. La flotta  pronta in
assetto di guerra: in caso d'attacco abbiamo l'ordine di accogliere a bordo i mercenari imperiali e il Comandante Sigarro a capo delle operazioni. E stato lui che ha fatto aggiungere le colubrine di calibro minore.
Quindi quella nave era destinata a Sigarro. Portargliela via mi faceva enormemente piacere: al desiderio di dimostrare di non essere un semplice pescatore e un ragazzo da disprezzare, si univa una ridicola gelosia per quello che c'era stato fra lui e Faten.
Che mi dite del resto della flotta? Vorrei incontrare anche gli altri piloti, domani.
Ci sono agli ormeggi quattro galee del Governo. Le bocche da fuoco a bordo sono inferiori alle nostre, ma sempre numerose. Come tutte le galee non hanno granch forza laterale... Feci un cenno d'intesa per mostrare di non essere del tutto ignorante. Mander i piloti da voi domani, alla spicciolata.
Le forze dell'Impero, ora. Ne ho gi parlato con altri, in questi giorni, ma vorrei il vostro parere di uomini di mare. Sperai di non apparire troppo sfacciato nel cercare la loro complicit.
In rada due galeazze e cinque galee. Un galeone, pieno di bocche da fuoco anche da cinquanta, due fregate, un'altra galeazza e altre cinque galee fuori dal porto alla fonda. Tutte bene armate ed equipaggiate. L'Arsenale non ha fatto che sfornar artiglieria, da quando  qui l'Impero. L'impresa  difficile, Capitano.
Il piano  di impossessarci delle navi in porto. A quel punto avremmo tre galeazze e otto galee. Senza contare le imbarcazioni minori che potrebbero essere armate a loro volta, magari con armi leggere.
L'artiglieria, senza persone esperte che sappiano maneggiarle, vale poco, e non abbiamo certo il tempo o il modo di insegnare a dei pescatori.  pericoloso improvvisarsi artificieri.
Come al solito mi ero lasciato trasportare dall'entusiasmo e avevo parlato senza riflettere.
Capitano, permettete una domanda? Chi comander le galee conquistate? Ci sono artificieri competenti?
Certo. Ostentai sicurezza, augurandomi che il Grifo trovasse fra i forzati almeno qualcuno che conoscesse il modo di far funzionare l'artiglieria. Noi intanto preoccupiamoci della nostra flotta. E di combattere per Larusina.
Arriv finalmente il sabato.
Com'era prevedibile, i soldati imperiali ebbero una libera uscita speciale in onore dell'ammiraglio; si diedero a violenze gratuite in citt e a bevute abbondanti nelle osterie sotto gli occhi della popolazione che sopportava all'erta, tesa, consapevole che qualcosa covava nell'ombra pronta a scoppiare. Anche se eravamo in pochi a conoscere i particolari e la data precisa, tutti capivano che era ormai vicina l'ora della rivalsa.
Quella sera Faten mi aiut a indossare il mio abito da gentiluomo e un giustacuore di maglia di ferro, mostrando una tranquillit e una falsa allegria ammirevoli. Mi pettinava i capelli fra una risata e una battuta, ricordando quando mi aveva vestito da donna, riuscendo con i suoi modi ad allentare la tensione che mi stringeva.
Un po' imbarazzato, cinsi al fianco la spada che il Comandante della Guardia mi aveva procurato; la sentivo ancora estranea a me, non avvezzo a maneggiare quella lunga lama. Mi guardai nel grande specchio che riempiva la parete della casa di Venozio: che ci facevo, cos conciato? Chi pensavo di prendere in giro? Ero solo uno schiavo liberato, un pescatore, un contrabbandiere, un avventuriero. Fissai i miei occhi riflessi in cerca di certezze.
Faten si accorse del mio turbamento e dell'attimo di esitazione. Si strinse a me con gli occhi brillanti d'amore e ammirazione: Signore mio, amato del mio cuore, Morjane, Capitano di Libert.
Sentii l'orgoglio scaldarmi il cuore: ce l'avrei fatta. Avrei navigato per quella rotta a testa alta. Anche solo per non deluderla. Posai la mano sull'elsa come avevo visto fare a Sigarro o ai nobili. Non mi riusciva ancora naturale ma mi ci sarei abituato, giurai a me stesso.
Era ora di andare. Mi voltai verso Faten: Io ti amo, ragazza. le dissi, con l'enfasi di chi non sa se avr pi il tempo di ripeterlo. Bada di tenerlo a mente. E torner presto:  una promessa da Capitano di Libert.
Ci abbracciammo e baciammo ridendo, come se andassi a una festa o a una passeggiata. Solo il lieve tremore delle mani tradiva il terrore che le stringeva il cuore e che indovinavo nonostante i suoi sforzi per nasconderlo.
Quasi non riconobbi Valanga nell'abito della Guardia Cittadina e dovetti convenire che sembrava molto pi a suo agio di me. Stava soppesando la spada con perizia e la rinfoder con un rapido movimento che tradiva una lunga pratica. Preferii non pensare a quanto avevo impiegato io per farla scorrere al suo posto, quando poco prima avevo provato lo stesso gesto.
L'altro Capitano, il Grifo, vestiva abiti barbareschi e una cappa nera di seta.
Che Allah vi protegga ci salut semplicemente, in arabo.
Noi rispondemmo nella stessa lingua e, senza aggiungere altro, ci separammo, ognuno diretto al suo compito.
Mi incontrai con i pescatori e i pochi uomini della Guardia a mia disposizione e li distribuii sulle navi della flotta. Poi salii a mia volta a bordo della galeazza.
Questa volta tutto l'equipaggio era schierato ad accogliermi. Il nostromo, gli artificieri, i marinai, il comito, gli aguzzini, tutti chinarono il capo salutandomi alla luce delle poche lucerne accese. Il pilota si avvicin e mi offr formalmente il comando.
Non avevo emozioni, era come se tutto scivolasse intorno senza toccarmi. Avevo desiderato talmente tanto quel momento che mi parve quasi irreale nella sua
semplicit. Ripensai alla Marchesa di Feltria e Mondello e mi chiesi quale fosse la galeazza che mi aveva offerto. Non aveva pi importanza, conclusi. Salii sul cassero di poppa.
Andiamo ordinai a bassa voce. Levate gli ormeggi e segnalate agli altri di muoversi. Blocchiamo il porto, spezziamo in due le forze dei nemici.
Ci staccammo dai moli in silenzio, e le altre galee intorno a noi eseguirono le stesse manovre. In breve tempo ci ancorammo al traverso della baia fuori dalla portata dei cannoni della fortezza, in linea con il promontorio del Cavallo Morto.
Larusina, pronta a scoppiare, era davanti a me, buia e in apparenza addormentata. Di nuovo la guardavo dalla tolda di una nave, ma questa volta non ero pi un lacero schiavo spaesato: ero il Capitano di Libert Andrea Raggio. Dietro di me la massa scura della Roja, ignara di quel che sarebbe successo, riempiva l'orizzonte distesa sui suoi scogli.
Era mezzanotte: l'ora concordata. A poppa Mastro Simone attendeva il mio cenno, accanto a una colubrina. Alzai la mano. Lo vidi da lontano avvicinare l'asta del buttafuoco al focone del pezzo.
Un paio di secondi lunghi come ore e infine un colpo di cannone spezz l'aria tranquilla dell'insenatura.
La rivolta era iniziata.
Il rombo non si era ancora placato che gi gli faceva eco un rintocco lento e cadenzato dal campanile della Cattedrale. Non c'erano altre campane in citt, l'Ammiraglio le aveva fatte fondere per ottenere cannoni.
Poi urla, canti, scoppi di moschetto. Si accesero luci nel buio della notte; partendo dalle porte, le scie luminose dei cortei convergevano verso il centro, finestre e tetti si illuminavano via via animandosi di figure confuse che apparivano e sparivano. Sembrava una miccia che, passo dopo passo, infiammava la citt. La parola "Libert" arriv fino a noi portata dal vento, scandita da mille bocche, urlata al cielo.
Anche nel Palazzo del Governatore, illuminato a giorno, si indovinava confusione, si sentivano strepiti. Anche da l risuonavano colpi di arma da fuoco. Era drammatico restare immobili, in silenzio, senza sapere con precisione cosa stesse succedendo.
Poi grida pi forti dalla darsena investirono le navi ai moli. "Libert" divenne "Horrja" e invocazioni ad Allah si mescolarono a essa.
Capitano. Impiegai alcuni secondi per realizzare che il pilota si rivolgeva a me. I forzati si ribellano.
Distolsi l'attenzione dalla citt. Sul ponte della galeazza gi qualche rematore si era alzato, tirando le catene e rivoltandosi agli aguzzini.
Dovevo intervenire: Per la gloria di Allah. gridai in barbaresco alzando una mano. Tutti gli occhi si volsero verso di me.
Scesi con calma dal castello e percorsi il corridoio fissando in volto quegli uomini. La luce -era debole, ma indovinavo le loro espressioni e i loro sguardi. Arrivato nel mezzo mi fermai.
Che la pace del Profeta vi accompagni. Restate calmi. Stiamo per combattere anche la vostra battaglia: l, a riva, il popolo di Larusina e i vostri compagni hanno assalito i soldati dell'Impero. E la pace e la libert, quella che vogliamo. Per noi e per voi. Partecipate accanto a noi alla battaglia, da uomini liberi, e in cambio potrete tornare alle vostre case. Restate ai remi e remate. Assaliamo insieme le galee dell'Impero che opprime tutti noi. Insieme. Forza, venite con me contro di loro.
A quel punto tutti urlarono, battendo le catene contro il legno.
Via le fruste. Date solo il ritmo di vogata e sciogliete le catene. gridai al comito e agli aguzzini.
Un altro urlo segu le mie parole. Proseguii fino all'impavesata, la parte prodiera della nave, posizionandomi accanto a Mastro Simone e alle colubrine.
Mi sentivo onnipotente, immenso. Quando i ferri furono levati, alzai un braccio in alto in segno di vittoria e di nuovo un grido si lev dalle file chine sui remi. Il pilota e l'equipaggio mi guardavano preoccupati. Non li avevo avvertiti del previsto colpo di mano poich temevo non avrebbero avuto il coraggio di mettersi in mare. Li rassicurai in fretta, garantendo che gli schiavi avrebbero combattuto al nostro fianco, che tutto sarebbe andato bene.
Poi, sporgendomi dalla prua, parlai agli equipaggi e ai forzati delle galee.
Dalla darsena comparve il segnale concordato con il Grifo per comunicare la riuscita della prima parte del nostro piano: tutte le imbarcazioni erano conquistate.
La fortezza della Roja si era nel frattempo accesa di luci e i cannoni avevano preso a tuonare senza per altro colpire nulla se non il mare e qualche capanna di pescatori pi vicina.
Avevano cannoni potenti, mi avevano detto, basilischi li chiamavano, lunghi con l'affusto fino a dodici braccia, che potevano lanciare palle da cento libbre. Per il momento non mi preoccupavo del bastione: se tutto era andato come previsto, i Comandanti erano stati catturati nel Palazzo e senza guida i soldati si sarebbero arresi.
Il problema invece veniva dal mare: alla luce delle stelle la flotta alla fonda rientrava in fretta verso l'insenatura. Diedi ordine di rivolgere la prua verso il nemico, rompendo il blocco ormai inutile. Segnalai col fanale la situazione al Grifo che stava arrivando dietro di noi. Avevamo gi discusso una possibile linea di difesa e aspettai che mi raggiungesse con le due galeazze, una posizionata alla mia sinistra sotto il suo governo, l'altra a dritta sotto Shukry. Scattammo in avanti insieme contro il nemico.
I cannoni erano carichi: a cinquecento passi le navi sarebbero state a tiro. Mastro Simone e un suo assistente attendevano il mio ordine, il buttafuoco in mano, accanto alle due colubrine pi grandi.
I minuti non passavano mai. La flotta si stagliava contro l'orizzonte luminoso: un immenso galeone innanzi a tutti, le vele spiegate al libeccio che lo spingeva di poppa. Dietro seguivano le altre imbarcazioni. Contando sul monte scuro che ci era alle spalle ordinai di spegnere ogni luce a bordo per confondere la loro mira.
Calcolavo febbrilmente le distanze: settecento passi... seicento... cinquecentocinquanta... cinquecento...
Ora. urlai.
Un rombo spaventoso quasi simultaneo e le due colubrine accanto a me scivolarono all'indietro sui loro letti di legno, vomitando fumo e morte. Fu un miracolo se riuscii a mantenermi in piedi per lo spostamento d'aria dato dal rinculo e a non cadere dimostrando tutta la mia inesperienza. Il puzzo della polvere da sparo mi riempiva di nuovo le narici, ma questa volta non ero incatenato a un remo, pedina nelle mani di altri.
Pochi minuti, poi si fecero sentire i pezzi di calibro inferiore caricati a palle incatenate e infine quelli minori a mitraglia.
Diedi l'ordine di virare di prua, come avevo gi concordato con il pilota. Con eleganza la grossa nave gir su se stessa, offrendo al fronte nemico il fianco. Il fumo si era diradato e una palla dal galeone rasent la poppa.
Con la coda dell'occhio controllai che anche le altre galeazze eseguissero la stessa danza e in quel momento i miei cinque cannoni di dritta tuonarono alternati. Fumo e scossoni.
Nuova manovra, nuova virata di prua. Tocc alle colubrine di poppa sparare la nuova bordata.
Infine al fianco sinistro e ai cannoni da quel lato. Fra le volute di fumo vidi l'albero maestro del galeone, ormai vicino, piegarsi di lato accelerando nella caduta, in un groviglio di pennoni e sartiame. Mentre ci rimettevamo con la prua in avanti, fra le urla di gioia del mio equipaggio, l'albero si abbatt sconvolgendo il ponte e gettando in
mare marinai e attrezzature. Senza la forza del vento a sospingerlo, il gigante si ferm, goffo e ingovernabile.
Intorno a noi le altre galeazze e le galee combattevano fra loro ma noi avevamo occhi solo per il galeone. Scattammo in avanti. I petrieri e le colubrine minori vomitarono mitraglia sul ponte nemico, mentre, pi agili grazie ai rematori, accostavamo evitando le murate del bastimento e i suoi cannoni. I grappini furono lanciati.
Siamo troppo pochi, Capitano. Come potremo abbordarli? Il nostromo si precipit verso di me.
Non risposi, ma indicai i forzati. Afferrate armi di fortuna, pezzi di legno, di catena, si arrampicavano urlando sulle corde e sui pennoni rovesciati del bastimento. Sapevo che l'odio che provavano verso l'Impero e gli infedeli li avrebbe resi inarrestabili. Almeno, me lo augurai.
Mi arrampicai dietro a loro seguito dai miei uomini. La notte era illuminata da piccoli incendi. Il ponte del galeone era distrutto, l'albero spaccato in due aveva fatto quasi pi danni della mitraglia. Marinai e soldati imperiali giacevano morti o agonizzanti ovunque, i corpi squarciati e le teste mozzate. La spada in pugno, mi feci largo verso il cassero, dando goffi colpi a chi mi si parava davanti, incerto con un'arma troppo lunga rispetto al coltello a cui ero abituato. Benedissi fra me chi mi aveva convinto a indossare il giustacuore, sentendo lame colpirlo senza ferirmi. Sul cassero trovai solo cadaveri.
Ormai gli imperiali erano sopraffatti, ma i barbareschi continuavano a infierire su quelli che si arrendevano.
Urlai con quanto fiato avevo in gola; Per Allah, basta. Fermatevi. Se li uccidete tutti, chi metterete ai remi al vostro posto?
Si arrestarono. Un uomo robusto e coperto di cicatrici che sembrava il pi autorevole venne verso di me: Perch non dovremmo ucciderli tutti? Perch dovremmo ubbidire a te?
Perch vi conviene. Guardatevi intorno: Larusiani e Barbareschi stanno combattendo fianco a fianco. Lo stesso
Sultano di Mustarrajla appoggia questo accordo. Intendete andare contro il suo volere, forse?
L'uomo rimase incerto: Ma noi saremo davvero liberi?
Ve l'ho promesso. Ora avanti, la lotta non  finita. Continuiamo la battaglia, altre navi ci assalgono.
Quella fu la prima nave che abbordai. Prima che il sole del giorno successivo arrivasse a mezzod, la flotta era conquistata e tutte le navi erano sotto il controllo degli schiavi liberati. Alcune si allontanarono incuranti dei patti, ma molte si lasciarono convincere dal Grifo che, instancabile, si spostava da una all'altra parlando con i capi che spontaneamente i barbareschi avevano nominato.
Radunai tutti i Larusiani su quante pi galee potei e sulle galeazze, mettendo ai remi i soldati imperiali catturati, e rientrammo nel porto, tenendoci lontani dalla gittata dei cannoni della fortezza.
Dal mare vedevamo la citt in preda ai disordini, con colonne di fumo che si levavano dalle case e dai palazzi nobiliari. Le bandiere di Larusina che sventolavano dappertutto e la campana che suonava a festa ci rassicurarono sull'esito della rivolta.
Scesi a terra scortato da un gruppo di marinai e incontrai Shukry e il Grifo accompagnati da quattro barbareschi armati di spada. Un solo sguardo per salutarci, mentre ci dirigevamo verso il centro della citt fianco a fianco.
La folla si apriva applaudendoci e guidandoci verso la grande piazza, dove sembrava stesse dirigendosi tutta la popolazione. Una Guardia ci venne incontro, raccontandoci per sommi capi quello che era successo: le porte prese senza sforzo, le dimore dei tiranni assalite, la popolazione schierata al fianco dei rivoltosi per la strada o dall'alto dei tetti da dove aveva colpito con una sassaiola serrata gli imperiali che tentavano di fuggire.
Solo al Palazzo del Governo qualcosa era andato storto: c'era stata battaglia, qualche perdita, l'Ammiraglio era rimasto ucciso, il Comandante Sigarro non si trovava n
fra i prigionieri n fra i morti e lo stesso Palazzo era stato in parte saccheggiato.
Una donna alla finestra grid: Viva i Capitani di Libert.
Mille voci ripeterono allora la frase, battendo le mani o le armi contro qualsiasi cosa facesse rumore e non potemmo pi parlare mentre l'urlo ci accompagnava avvolgendoci. Con soddisfazione notai che anche il Grifo non era insensibile all'atmosfera: abbandonata l'aria ironica che lo contraddiceva, sorrideva con gli occhi eccitati. Euforici e scortati dall'entusiasmo collettivo arrivammo alla scalinata dei leoni; ogni gradino che salivamo era scandito da ovazioni e dai nostri titoli urlati a squarciagola. In cima Valanga, il Governatore, i rappresentanti delle Logge e i Priori del Popolo ci aspettavano.
Il Conte di Sansepolcro esultante mi abbracci fra le ovazioni dell'assemblea e mi present al popolo chiamandomi Salvatore della Patria. Era emozionante guardare la folla di lass che applaudiva, che scandiva il mio nome e il mio titolo, eppure non provavo quell'esaltazione che avevo sognato per un momento simile. Come sul ponte della galeazza mi sembrava tutto irreale, falso, assurdo.
Parl il Governatore, parl Gerolamo, parl il Conte, parlarono i Priori. All'unanimit l'assemblea dichiar nata la Repubblica libera e indipendente. Ad acclamazione elesse dodici Riformatori incaricati di stendere il nuovo codice di leggi.
Finita l'euforia collettiva, mi aggiravo per il Palazzo, saccheggiato nonostante le promesse, guardando i mobili sfondati a caccia di tesori, le tende e gli arazzi strappati. Rivedevo con gli occhi della memoria una semplice cucina, gli scaffali rovesciati, le stoviglie a pezzi, le giare rotte, sangue, olio e vino mescolati... Il Grifo si ferm al mio fianco:
 la guerra, Rosso, te l'eri dimenticata?
Pensi cambier davvero qualcosa, Grifo?
Per noi lo spero proprio. Per il resto... cambieranno i padroni e tutto torner come prima. Raddrizz un vaso rimasto miracolosamente intatto. Godiamoci gli applausi finch ci sono e vediamo di completare l'opera. Torno al porto a controllare le galee.
Prima di andarmene aspettai una Guardia che avevo mandato a svolgere un'indagine personale.
Nessuno sa dove sia finita la Marchesa di Feltria e Mondello: il palazzo  deserto e saccheggiato. Ho trovato solo un vecchio servitore in fin di vita: secondo le sue parole la Marchesa, dopo una visita del Comandante Sigarro, se ne  andata via in tutta fretta ieri pomeriggio con pochi servi e pochi bagagli.
Pi tardi venni a sapere che la terza galeazza imperiale, quella che avrebbe dovuto trovarsi all'esterno del porto, ma di cui si era persa ogni traccia, era stata vista accogliere a bordo dei passeggeri, arrivati al tramonto con un peschereccio, e allontanarsi verso il settentrione.
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Epilogo.
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Erano passate tre settimane dalla rivolta.
Come previsto, senza comandanti i soldati asserragliati nella fortezza della Roja avevano preferito arrendersi e aver salva la vita, piuttosto che farsi uccidere per fame da un assedio troppo lungo. Fatti prigionieri, erano stati incatenati ai remi sulle navi.
Gi le tre galee e la galeazza, di cui il Grifo si era autoproclamato rais, se ne erano andate, nonostante le proteste del Governatore, nel frattempo rieletto al suo posto, portando il tributo dovuto a Mustarrajla. Ai Larusiani restava una flotta di tutto rispetto costituita da due galeazze e nove galee, pi una fregata e il galeone catturati. Io ero stato nominato Capitano del Drago d'oro, col potere di prendere il comando di tutta la squadra in caso di necessit, e Valanga Comandante della Guardia Cittadina.
Le riforme avevano cambiato tutto lasciando in sostanza ogni cosa uguale. L'unica differenza era che ora i rappresentanti del Popolo sedevano nel Gran Consiglio a pieno diritto. Per il resto non notai particolari riforme o innovazioni.
Il popolo per era contento: la pace era ristabilita, i commerci riprendevano a pieno ritmo, restava ancora abbastanza tempo per rimediare a quella stagione estiva disastrosa. Scariche a salve accoglievano le prime navi mercantili che attraccavano dopo tanto tempo, provenienti
sia da levante che da occidente e le coralline erano ripartite per i fondali occidentali ricchi di corallo.
Anche io ero soddisfatto: avevo trovato un prete disposto a sposare il Capitano di Libert con un'infedele senza sconvolgersi troppo e avevo ceduto alle richieste di Faten che, come dono di nozze, aveva chiesto una casa sua. Mi ero fatto cos commutare mille scudi d'oro della paga promessa, ancora per la verit lontana da essermi versata, con una bella villa in collina sequestrata dal governo a un mercante schieratosi con l'Impero durante la rivolta.
In cuor mio sapevo che il tempo che avrei passato in quella casa sarebbe stato ben inferiore di quello che avrei dedicato alla galeazza affidatami, ma non dicevo nulla per non turbare la mia sposa.
Quella notte ci sarebbe stata la luna nuova.
Salutai Faten con un bacio senza cedere alle lusinghe con cui cercava di trattenermi nel suo letto.
Scesi al porto: il Fiore degli Abissi dondolava alla risacca, nel tramonto dorato che si specchiava nel mare creando scie luminose. Le vele erano nere.
Valanga era gi a bordo e mi salut con un grugnito, continuando a sistemare i fiocchi. Tredita arriv zoppicando lungo il molo: non si era rimesso del tutto, traballava ancora e una brutta tosse lo scuoteva. Salito anche lui a bordo, facemmo vela verso il largo.
Sei sicuro che nessuno ci stia seguendo? chiesi a Valanga.
Pare di no, e in ogni modo gli sfuggiremmo in fretta: abbiamo il vento in poppa e la barca migliore dell'isola.
Seguimmo la rotta ben nota, evitando le barche di pescatori che incontravamo. Davanti alla sagoma del monte Vurgona virammo a dritta verso la terraferma e attraversammo il Canale di Saiquaton. Conoscevamo ogni scoglio, ogni secca, ogni tratto di banchina e arrivammo in fretta alla nera spaccatura verticale nella roccia. La caletta
era immersa nel buio e lo sciacquio dell'onda pareva una musica.
Una luce si scopr e copr a intervalli regolari. Ripetemmo la sequenza che aveva il significato della parola "amici".
La Frusta dei mari si stacc dalle rocce.
Non c' forza n potenza se non in Allah, altissimo e grande. La salute eterna sia con te, Rosso: non mi hai deluso neanche questa volta.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Senza la stroncatura di un implacabile commentatore anonimo di Lettura Incrociata (www.danaeKbri.it/rifugio) la chiglia della mia feluca sarebbe stata estremamente fragile e sconnessa. L'alberatura articolata e le murate forti si devono ai consigli degli amici Walter Serra, Pierluigi Selvatici (Elnor) ed Eleonora Manganini di LeggendoScrivendo, severi lettori della seconda stesura. Alessandro Falco ha sciacquato le vele nella baia di Tunisi, controllando che marineria e mondo arabo fossero credibili e permettendo all'imbarcazione di reggere il vento. Lilli Luini e Patrizia Castaldi hanno sempre creduto nelle potenzialit di questa feluca anche quando di fronte al mare in tempesta meditavo di disarmarla e di dimenticarmene in un magazzino del porto. Dopo un primo ingaggio con la Montag edizioni, Raffaella Bossi di Edizioni Il Vento Antico ha avuto il coraggio di rischiare e di offrirmene un altro per lontane acque tumultuose. Auguro buon viaggio ai lettori tutti e li ringrazio per essere saliti a bordo.
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FINE.